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venerdì 20 giugno 2014

Voci dall'Ucraina resistente



Pubblico oggi un articolo tratto dal blog sull'Espresso di Nicolai Lilin, scrittore famoso per "Educazione Siberiana" e per altri splendidi romanzi.
In questo articolo c'è la traduzione di una Intervista ad una ragazza ucraina (clicca) che sta combattendo nella resistenza popolare contro il regime di Kiev. Un regime, è bene ricordarlo, sostenuto e finanziato dagli USA; un regime che si serve di squadre nazifasciste per assassinare il proprio popolo, "colpevole" di non sostenere il colpo di stato filoeuropeo realizzato due mesi fa.

“Buongiorno, mi chiamo Elena, mi trovo nella città di Slavyansk. Io vivo in questa città, sono nata e cresciuta qui. Sono entrata nella difesa popolare perché non potevo più sopportare l’orrore delle aggressioni che stiamo subendo. Nella nostra città non c’è luce, nelle case non c’è acqua, le persone vanno a prenderla dalle fontane.

L’esercito ucraino ci sta bombardando ogni giorno, per ordine della giunta golpista di Kiev. Stanno usando contro di noi l’artiglieria, gli aerei da guerra. Buttano le bombe sulle zone abitate. I cittadini rimangono senza le loro case, non hanno niente da mangiare, costretti a vivere nelle cantine. Intere famiglie, anche con bambini piccoli, vivono sotto terra. Non tutti sono riusciti a lasciare la città, qui è rimasta gran parte dei cittadini civili. Fino a quando dovremo sopportare queste ingiustizie? Com’è possibile che il governo mandi contro il proprio popolo un esercito composto da non si capisce chi: estremisti del Settore Destro (organizzazione neonazista ucraina sponsorizzata dal governo attuale, ndt), mercenari o semplicemente delinquenti comuni.

La propaganda ucraina dice che tra noi ci sono dei mercenari, dei ceceni, soldati di Kadirov. Io non ho ancora visto nessuno di loro. Noi siamo persone semplici, cittadini di Slavyansk, difendiamo la nostra città. Vogliamo vivere, non esistere, ma vivere.

Qui accadono cose terribili. Qualche giorno fa un aereo militare ucraino si è nascosto dietro un aereo civile di linea. Quando è passato sopra la città si è abbassato, ha bombardato una zona abitativa nelle vicinanze, un paesino che si chiama Semyonovka, e poi si è nascosto di nuovo dietro l’aereo con i civili a bordo. Noi l’abbiamo visto ma non abbiamo potuto abbatterlo, perché avremmo sicuramente potuto colpire anche l’aereo civile. L’esercito ucraino vuole provocarci per creare un caso mediatico, per poter dire che siamo terroristi che abbattono gli aerei civili.

Qui non ci sono terroristi, ci sono le persone semplici che sono uscite dalle loro case per difendere la loro città. Persone che non riescono più a sopportare tutto questo orrore. Qui ci sono bambini, ci sono anziani, veterani della Seconda Guerra Mondiale che sono costretti a rivivere momenti drammatici. E’ possibile che al governo non sia rimasto più niente di umano?”
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giovedì 19 giugno 2014

Antifa, binari e bastoni



In ogni scuola o piazza, strada o stazione,
assaggerai i miei anfibi, la rabbia del bastone
che porto con me sempre, senza alcun perbenismo.
Colonna del mio essere è sempre antifascismo!
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domenica 15 giugno 2014

La cortina di ferro di Washington in Ucraina



Vi posto oggi un articolo sulla situazione in Ucraina, tratto da Iskrae.eu e scritto da Diana Johnstone, autrice "Fools’ Crusade: Yugoslavia, NATO, and Western Delusions" (La crociata dei folli: Jugoslavia, NATO, e deliri dell'Occidente)

I leader della NATO in questo momento stanno mettendo in scena in Europa una farsa mirata, diretta a ricostruire una cortina di ferro tra la Russia e l’Occidente.

Con sorprendente unanimità, i leader della NATO fingono sorpresa per eventi pianificati con mesi di anticipo. Gli eventi che essi hanno deliberatamente innescato vengono travisati come un’improvvisa, sorprendente, ingiustificata “aggressione russa”. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno intrapreso un’aggressiva provocazione in Ucraina che sapevano che avrebbe costretto la Russia, in un modo o in un altro, a reagire in termini difensivi.

Non potevano essere esattamente sicuri su come il presidente russo Vladimir Putin avrebbe reagito quando ha visto che gli Stati Uniti stavano manipolando il conflitto politico in Ucraina per installare un governo filo-occidentale intenzionato ad aderire alla NATO. Questa non era una mera questione di “sfere di influenza” sui “vicini prossimi” della Russia, ma una questione di vita o di morte per la Marina russa, così come una grave minaccia alla sicurezza nazionale sul confine della Russia.

Così facendo era stata tesa una trappola a Putin. Sarebbe stato dannato se avesse agito, e dannato se non avesse agito. Poteva reagire debolmente, e tradire fondamentali interessi nazionali della Russia, consentendo alla NATO di far avanzare le sue forze ostili in una posizione di attacco ideale.

O avrebbe potuto reagire in modo eccessivo, inviando forze armate russe ad invadere l’Ucraina. L’Occidente era preparato a questo, pronto a urlare che Putin è “il nuovo Hitler” e a invadere la povera, indifesa Europa, che poteva essere salvata (di nuovo) solo dai generosi americani.

In realtà, la mossa difensiva russa è stata una via di mezzo molto ragionevole. Grazie al fatto che la stragrande maggioranza degli abitanti della Crimea si sentivano russi, essendo stati cittadini russi fino a quando Krusciov con leggerezza conferì il territorio all’Ucraina nel 1954, è stata trovata una soluzione pacifica e democratica. Gli abitanti della Crimea hanno votato per il loro ritorno alla Russia in un referendum che era perfettamente legale secondo la legge internazionale, anche se in violazione della costituzione ucraina, che era ormai a brandelli essendo stata appena violata dal rovesciamento del presidente regolarmente eletto del paese, Victor Yanukovich, facilitato da milizie violente. Il cambiamento di status della Crimea è stato raggiunto senza spargimenti di sangue, col voto popolare.



Ciò nonostante, le grida di indignazione dell’Occidente sono state altrettanto istericamente ostili come se Putin avesse reagito in modo eccessivo e sottoposto l’Ucraina ad una campagna di bombardamenti in stile Usa, o invaso il paese a titolo definitivo – cosa che essi avrebbero potuto aspettarsi che facesse.

Il Segretario di Stato John Kerry ha capeggiato il coro di ipocrita indignazione, accusando la Russia di quel tipo di cose che il suo governo ha l’abitudine di fare. “Non invadete un altro paese con falsi pretesti per affermare i vostri interessi. Si tratta di un atto di aggressione che è completamente inventato sulla base di pretesti”, ha pontificato Kerry. “E’ davvero un comportamento del 19esimo secolo nel 21esimo secolo”. Invece di ridere di questa ipocrisia, media statunitensi, politici ed esperti hanno zelantemente fatto proprio il tema dell’inaccettabile aggressione espansionistica di Putin. Gli europei hanno fatto seguito con una debole, obbediente eco.

E’ stato tutto pianificato a Yalta

Nel settembre 2013, uno dei più ricchi oligarchi ucraini, Viktor Pinchuk, ha pagato per un’elitaria conferenza strategica sul futuro dell’Ucraina che si è tenuta nello stesso palazzo a Yalta, in Crimea, dove Roosevelt, Stalin e Churchill si incontrarono per decidere il futuro dell’Europa in 1945. L’Economist, uno dei mezzi di comunicazione delle élite riferendo su quello che definiva una “dimostrazione di diplomazia brutale”, ha dichiarato che: “Il futuro dell’Ucraina, un paese di 48 milioni di persone, e dell’Europa si stava decidendo in tempo reale”. Tra i partecipanti, Bill e Hillary Clinton, l’ex capo della CIA generale David Petraeus, l’ex Segretario del Tesoro Usa Lawrence Summers, l’ex capo della Banca Mondiale Robert Zoellick, il ministro degli esteri svedese Carl Bildt, Shimon Peres, Tony Blair, Gerhard Schröder, Dominique Strauss-Kahn, Mario Monti, il presidente lituano Dalia Grybauskaite, e l’influente ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski. Erano presenti sia il presidente Viktor Yanukovich, deposto cinque mesi più tardi, che Petro Poroshenko recentemente eletto come suo successore. L’ex segretario all’Energia Usa Bill Richardson era lì per parlare della rivoluzione dello shale-gas che gli Stati Uniti sperano di utilizzare per indebolire la Russia sostituendo le riserve di gas naturale della Russia con i prodotti del fracking [fracking: controversa tecnica di fratturazione idraulica per estrarre gas naturale e petrolio dalle rocce di scisto (shale gas), ndt]. Al centro della discussione c’era il “Deep and Comprehensive Free Trade Agreement” (DCFTA) [Accordo di libero scambio globale e approfondito] tra l’Ucraina e l’Unione Europea, e la prospettiva di integrazione dell’Ucraina nell’Occidente. Il tono generale era euforico riguardo la prospettiva di rompere i legami dell’Ucraina con la Russia a favore dell’Occidente.

Un complotto contro la Russia? Niente affatto. A differenza del Bilderberg, gli atti non erano segreti. Di fronte a una dozzina di vip americani e un vasto campione dell’élite politica europea c’era un consigliere di Putin di nome Sergei Glazyev, che ha reso la posizione della Russia perfettamente chiara.

Glazyev ha iniettato una nota di realismo politico ed economico nella conferenza. Forbes ha a suo tempo riferito della “netta differenza” tra i punti di vista russi e occidentali “non sull’opportunità dell’integrazione dell’Ucraina con l’UE ma sul suo probabile impatto“. In contrasto con l’euforia occidentale, il punto di vista russo si basava su “critiche economiche molto specifiche e mirate” circa l’impatto dell’Accordo di scambio sull’economia dell’Ucraina, notando che l’Ucraina aveva un enorme disavanzo dei conti esteri, finanziato con prestiti esteri, e che il conseguente significativo aumento delle importazioni occidentali poteva solo ampliare il disavanzo. L’Ucraina “o farà default per i suoi debiti o richiederà un ragguardevole salvataggio”.

Il giornalista di Forbes concludeva che “la posizione russa è molto più vicina alla verità del felice chiacchiericcio proveniente da Bruxelles e Kiev”.

Riguardo l’impatto politico, Glazyev ha sottolineato che la minoranza di lingua russa nell’Ucraina orientale potrebbe proporre una divisione del paese in segno di protesta contro il taglio dei legami con la Russia, e che la Russia sarebbe legittimata a sostenerli, secondo il Times di Londra.

In definitiva, mentre pianificavano di incorporare l’Ucraina nella sfera occidentale, i leader occidentali erano perfettamente consapevoli che questa mossa avrebbe comportato seri problemi con gli ucraini di lingua russa, e con la stessa Russia. Piuttosto che cercare di giungere a un compromesso, i leader occidentali hanno deciso di andare avanti e di incolpare la Russia per qualsiasi cosa sarebbe andata storta. Per iniziare è andato storto che Yanukovich si sia spaventato di fronte al collasso economico implicito nell’Accordo di scambio con l’Unione Europea. Ha rinviato la firma, sperando in un accordo migliore. Dal momento che niente di tutto questo è stato spiegato chiaramente al pubblico ucraino, ne sono seguite adirate proteste, che sono state rapidamente sfruttate dagli Stati Uniti… contro la Russia.

L’Ucraina come un ponte … o come il tallone di Achille

L’Ucraina, che significa zona di confine, è un paese senza confini storici chiaramente stabiliti che è stato esteso troppo sia verso est che verso ovest. Responsabile di questo è stata l’Unione Sovietica, ma l’Unione Sovietica non esiste più, e il risultato è un paese senza un’identità unitaria e che emerge come un problema per sé stesso e per i suoi vicini.

E’ stata estesa troppo verso est, incorporando un territorio che potrebbe anche essere stato russo, nel quadro di una politica generale per distinguere l’URSS dall’impero zarista, allargando l’Ucraina a scapito della sua componente russa e dimostrando che l’Unione Sovietica era davvero una unione fra repubbliche socialiste uguali. Finché tutta l’Unione Sovietica era gestita dalla leadership comunista, questi confini non erano troppo rilevanti.

E’ stato esteso anche troppo verso ovest alla fine della seconda guerra mondiale. La vittoriosa Unione Sovietica ha esteso il confine dell’Ucraina per includere le regioni occidentali, dominate dalla città variamente denominata come Lviv, Lwow, Lemberg o Lvov, a seconda che appartenesse alla Lituania, alla Polonia, all’Impero asburgico o all’URSS, una regione che era un focolaio di sentimenti anti-russi. Questa mossa è stata senza dubbio concepita come difensiva, per neutralizzare gli elementi ostili, ma ha creato la nazione fondamentalmente divisa e dalle acque agitate che è oggi.

Il rapporto Forbes citato prima ha sottolineato che: “Per la maggior parte degli ultimi cinque anni, l’Ucraina ha praticamente fatto un doppio gioco, dicendo all’UE che era interessata a firmare il DCFTA mentre diceva ai russi che era interessata ad entrare nell’unione doganale”. O Yanukovich non sapeva decidersi, o stava cercando di cavare la migliore offerta da ambo le parti, o stava cercando il miglior offerente. In ogni caso, non è mai stato “l’uomo di Mosca”, e la sua caduta è senza dubbio dovuta in gran parte al suo ruolo nel contrapporre le due parti a suo vantaggio. Il suo era un gioco pericoloso nel mettere in concorrenza le maggiori potenze.

Si può affermare con certezza che ciò di cui c’era bisogno era qualcosa che finora sembra mancare totalmente in Ucraina: una leadership che riconosce la natura divisa del paese e lavora diplomaticamente per trovare una soluzione che soddisfi sia le popolazioni locali e i loro legami storici con l’Occidente cattolico e con la Russia. In definitiva, l’Ucraina potrebbe essere un ponte tra Oriente e Occidente – e questa, per inciso, è stata proprio la posizione russa. La posizione russa non è stata di dividere l’Ucraina, tanto meno di conquistarla, ma di facilitare il ruolo del paese come ponte. Ciò comporterebbe un certo grado di federalismo, di governo locale, che finora è totalmente assente nel paese, con i governatori locali scelti non per elezione, ma dal governo centrale di Kiev. Una Ucraina federale potrebbe sviluppare relazioni sia con l’UE e mantenere i suoi vitali (e redditizi) rapporti economici con la Russia.

Ma questa intesa richiede la buona volontà occidentale a cooperare con la Russia. Gli Stati Uniti hanno chiaramente posto il veto a questa possibilità, preferendo sfruttare la crisi per bollare la Russia come “il nemico”.

Piano A e Piano B

La politica Usa, evidente già nella riunione del settembre 2013 a Yalta, è stata condotta sul campo da Victoria Nuland, ex consigliere di Dick Cheney, vice-ambasciatore presso la NATO, portavoce di Hillary Clinton, moglie del teorico neocon Robert Kagan. Il suo ruolo di primo piano nelle vicende ucraine dimostra che l’influenza neo-con nel Dipartimento di Stato, stabilita sotto Bush II, è stata mantenuta da Obama, il cui unico contributo visibile al cambiamento in politica estera è stata la presenza di un uomo di origine africana alla presidenza, calcolato per impressionare il mondo con la virtù multiculturale degli Usa. Come la maggior parte degli altri recenti presidenti, Obama è lì come un temporaneo venditore di politiche realizzate ed eseguite da altri.

Come Victoria Nuland vantava a Washington, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti hanno speso cinque miliardi di dollari per guadagnare influenza politica in Ucraina (la chiamano “promozione della democrazia”). Questo investimento non è “per il petrolio”, o per qualsiasi vantaggio economico immediato. I motivi principali sono geopolitici, perché l’Ucraina è il tallone d’Achille della Russia, il territorio con la maggiore capacità potenziale di causare problemi alla Russia.

Ciò che ha richiamato l’attenzione del pubblico sul ruolo di Victoria Nuland nella crisi ucraina è stato il suo uso di una parolaccia, quando ha detto all’ambasciatore Usa, “che si fotta l’Unione Europea”. Ma il polverone sul suo linguaggio scurrile ha fatto velo alle sue cattive intenzioni. La questione verteva su chi dovesse strappare il potere al presidente eletto Viktor Yanukovich. Con il partito del cancelliere tedesco Angela Merkel che promuoveva l’ex pugile Vitaly Klitschko come suo candidato. Lo sgarbato rifiuto della Nuland significava che gli Stati Uniti, non la Germania o l’Unione europea, dovevano scegliere il prossimo leader, e che non era Klitschko, ma “Yats”. Ed infatti è stato Yats, Arseniy Yatsenyuk, un tecnocrate di secondo piano sponsorizzato dagli Usa noto per il suo entusiasmo per le politiche di austerità del FMI e l’adesione alla NATO, che ha ottenuto il posto. Questo ha messo in piedi un governo sponsorizzato dagli Usa, spalleggiato nelle strade da una milizia fascista con poco peso elettorale ma un sacco di bestialità armata, nella condizione di gestire le elezioni del 25 maggio, da cui l’occidente russofono era in gran parte escluso.

Il piano A per il colpo di stato di Victoria Nuland era probabilmente di installare, rapidamente, un governo a Kiev che avrebbe aderito alla NATO, preparando così formalmente il terreno agli Stati Uniti per impossessarsi della base navale russa sul Mar Nero di Sebastopoli in Crimea, indispensabile per la Russia. La reintegrazione della Crimea nella Russia era la necessaria mossa difensiva di Putin per evitare ciò.

Ma la mossa Nuland era in realtà uno schema che prevedeva la vittoria in ogni caso. Se la Russia non fosse riuscita a difendersi, rischiava di perdere l’intera sua flotta meridionale – un disastro nazionale totale. Se, d’altra parte, la Russia avesse reagito, come era più probabile, gli Usa avrebbero avuto in tal modo una vittoria politica il che era forse il loro obiettivo principale. La mossa totalmente difensiva di Putin è presentata dai principali mezzi di informazione occidentali, a cui fanno eco i leader politici, come un ingiustificato “espansionismo russo”, che la macchina della propaganda paragona a Hitler che invade la Cecoslovacchia e la Polonia.

Così una sfacciata provocazione occidentale, utilizzando la confusione politica ucraina contro una Russia sostanzialmente difensiva, è riuscita sorprendentemente a produrre un cambiamento totale nello Zeitgeist artificiale prodotto dai mass media occidentali. Improvvisamente, ci viene detto che “l’Occidente amante della libertà” si trova di fronte alla minaccia del “aggressivo espansionismo russo”. Una quarantina di anni fa, i leader sovietici si illusero che questa loro pacifica rinuncia avrebbe potuto portare ad una collaborazione amichevole con l’Occidente, e in particolare con gli Stati Uniti. Ma quelli negli Stati Uniti che non hanno mai voluto porre fine alla guerra fredda si stanno prendendo la rivincita. Non importa il “comunismo”; se, invece di propugnare la dittatura del proletariato, l’attuale leader della Russia è per certi versi semplicemente vecchio stile, i mezzi d’informazione occidentali possono tirarne fuori un mostro. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un nemico da cui salvare il mondo.

Il ritorno del racket della protezione

Ma prima di tutto, gli Stati Uniti hanno bisogno della Russia come un nemico, allo scopo di “salvare l’Europa”, che è un altro modo per dire, continuare a dominare l’Europa. I decisori politici di Washington sembravano preoccupati che lo slancio di Obama verso l’Asia e il disinteresse per l’Europa potesse indebolire il controllo Usa sui suoi alleati della NATO. Il 25 maggio le elezioni al Parlamento europeo hanno rivelato una grande disaffezione verso l’Unione Europea. Questa disaffezione, in particolare in Francia, è legata ad una crescente consapevolezza che l’UE, lungi dall’essere una potenziale alternativa agli Stati Uniti, è in realtà un meccanismo che incatena i paesi europei alla globalizzazione definita dagli Usa, al declino economico e alla politica estera degli Stati Uniti, alle guerre e a tutto il resto.

L’Ucraina non è l’unica entità che è stata sottoposta ad una tensione eccessiva. Così è stato per l’UE. Con 28 membri diversi per lingua, cultura, storia e mentalità, l’UE non è in grado di accordarsi su nessun’altra politica estera che non sia quella imposta da Washington. L’ampliamento dell’UE agli ex satelliti dell’Europa orientale ha completamente infranto qualsiasi profondo consenso che avrebbe potuto esserci tra i paesi della Comunità Economica originale: Francia, Germania, Italia e Benelux. La Polonia e gli Stati baltici vedono l’adesione all’UE come utile, ma i loro cuori sono in America – dove molti dei loro leader più influenti sono stati istruiti e formati. Washington è in grado di sfruttare la nostalgia anti-comunista, anti-russa e persino filo-nazista dell’Europa nord-orientale per agitare il falso grido che “i russi stanno arrivando!” al fine di ostacolare il crescente partenariato economico tra la vecchia UE, in particolare la Germania, e la Russia.

La Russia non è una minaccia.Ma per i rumorosi russofobi negli Stati baltici, nell’Ucraina occidentale e nella Polonia, l’esistenza stessa della Russia è una minaccia. Incoraggiata dagli Stati Uniti e dalla NATO, questa endemica ostilità è la base politica per la nuova “cortina di ferro” intesa a conseguire l’obiettivo enunciato nel 1997 da Zbigniew Brzezinski in La Grande Scacchiera: mantenere il continente eurasiatico diviso per perpetuare l’egemonia mondiale degli Stati Uniti. La vecchia guerra fredda serviva allo scopo, consolidando la presenza militare degli Usa e l’influenza politica nell’Europa occidentale. Una nuova guerra fredda può evitare che l’influenza Usa sia vanificata da buone relazioni tra l’Europa occidentale e la Russia.

Obama è arrivato in Europa ostentatamente promettendo di “proteggere” l’Europa basando più truppe in regioni il più possibile vicine alla Russia, e ordinando al tempo stesso alla Russia di ritirare le proprie truppe, sul proprio territorio, ancora più lontano dalla travagliata Ucraina. Questo sembra pensato per umiliare Putin e privarlo del sostegno politico interno, in un momento in cui stanno crescendo le proteste in Ucraina orientale contro il leader russo perché li abbandona ai killer inviati da Kiev.

Per stringere la morsa Usa sull’Europa, gli Stati Uniti stanno usando la crisi artificiale per esigere che i suoi alleati indebitati spendano di più nella “difesa”, in particolare nell’acquisto di sistemi d’arma Usa. Sebbene gli Usa siano ancora ben lontani dall’essere in grado di soddisfare le esigenze energetiche dell’Europa dal nuovo boom Usa del fracking, questa prospettiva viene salutata come un sostituto alla vendita di gas naturale della Russia – stigmatizzato come “un modo di esercitare pressione politica”, qualcosa di cui le ipotetiche vendite energetiche Usa si presume siano esenti. Vengono fatte pressioni sulla Bulgaria e anche sulla Serbia per bloccare la costruzione del gasdotto South Stream, che porterebbe il gas russo nei Balcani e nell’Europa meridionale.

Dal D-Day al Dooms Day

Oggi, 6 giugno, il settantesimo anniversario dello sbarco del D-Day viene rappresentata in Normandia come una gigantesca celebrazione della dominazione americana, con Obama alla testa di un cast stellare di leader europei. Gli ultimi anziani soldati e aviatori sopravvissuti sono presenti come i fantasmi di un’epoca più innocente, quando gli Stati Uniti erano solo all’inizio della loro nuova carriera di padroni del mondo. Essi erano reali, ma il resto è una farsa. La televisione francese è inondata dalle lacrime dei giovani abitanti dei villaggi in Normandia a cui è stato insegnato che gli Stati Uniti sono una specie di angelo custode, che ha inviato i suoi ragazzi a morire sulle coste della Normandia per puro amore per la Francia. Questa immagine idealizzata del passato è implicitamente proiettata sul futuro. In settant’anni, la guerra fredda, una narrazione dominante propagandistica e soprattutto Hollywood hanno convinto i francesi, e la maggior parte dell’Occidente, che il D-Day è stato il punto di svolta per la vittoria nella seconda guerra mondiale e che ha salvato l’Europa dalla Germania nazista.

Vladimir Putin è venuto alla celebrazione, ed è stato accuratamente evitato da Obama, auto-nominatosi arbitro della Virtù. I russi stanno rendendo omaggio all’operazione D-Day che liberò la Francia dall’occupazione nazista, ma essi – e gli storici – sanno ciò che la maggior parte dell’Occidente ha dimenticato: che la Wehrmacht fu sconfitta concretamente non dallo sbarco in Normandia, ma dall’Armata Rossa. Se il grosso delle forze tedesche non fosse stato inchiodato a combattere una guerra persa sul fronte orientale, nessuno celebrerebbe il D-Day come lo si celebra oggi.

Putin è ampiamente accreditato come “il miglior giocatore di scacchi”, che ha vinto il primo round della crisi ucraina. Egli ha senza dubbio fatto il meglio che ha potuto, di fronte alla crisi impostagli. Ma gli Usa hanno schiere intere di pedine che Putin non ha. E questo non è solo un gioco di scacchi, ma di scacchi combinati con il poker e con la roulette russa. Gli Stati Uniti sono pronti ad assumersi rischi che i più prudenti leader russi preferiscono evitare… il più a lungo possibile.

Forse l’aspetto più straordinario della farsa attuale è il servilismo dei “vecchi” europei. A quanto pare abbandonando tutta la saggezza accumulata dall’Europa, tratta dalle sue guerre e dalle sue tragedie, e persino inconsapevoli dei propri interessi, gli attuali leader europei sembrano pronti a seguire i loro protettori americani verso un altro D-Day … dove D sta per Doom [Doomsday: fine del mondo o, in generale, evento catastrofico, ndt] .

Può la presenza in Normandia di un leader russo in cerca di pace fare la differenza? Basterebbe che i mezzi d’informazione di massa dicessero la verità, e quanto all’Europa che producesse dei leader abbastanza saggi e coraggiosi, perché l’intera macchina da guerra finta perda la sua lucentezza, e perché emerga la verità. Un’Europa pacifica è ancora possibile, ma per quanto tempo?


mercoledì 11 giugno 2014

"Antifascisti italiani" a Donetsk per aiutare la resistenza


Leggo su RaiNews e pubblico la notizia che alcuni "antifascisti italiani" hanno raggiunto Donetsk per dar manforte alla resistenza contro i miliziani del regime di Kiev, tra cui molti nazifascisti.

I membri dell’organizzazione antifascista italiana “Millennium” sono giunti a Donetsk dove saranno inquadrati nelle milizie paramilitari filorusse comandate dal "comandante in capo delle forze armate della Repubblica Popolare di Donetsk” Igor Strelkov. 
Ne dà la notizia il portale multimediale russo Lifenes.ru, citando la pagina di Facebook del “sindaco popolare” di Donetsk, Pavel Gubarev. Quest’ultimo afferma che gli italiani “hanno espresso la volontà di sostenere la Repubblica Popolare di Donetsk nella sua resistenza contro le autorità di Kiev che conducono le operazioni militari contro il proprio popolo nel Sud-Est dell’Ucraina”. 
Gli italiani saranno messi a disposizione del “comandante in capo” Igor Strelkov e intendono anche attivare un canale per la raccolta in Italia e l’invio a Donbass degli aiuti umanitari. Il “sindaco popolare” di Donetsk, Pavel Gubarev, ha confermato inoltre la presenza dei volontari russi e polacchi in diverse formazioni militari dei separatisti. Sempre secondo Gubarev, in breve i separatisti intendono costituire delle vere e proprie formazioni militari, una sorta di brigate internazionali composte da volontari stranieri, con la partecipazione di italiani, spagnoli, francesi e canadesi. 

In realtà il gruppo Millennium mi sembra uno dei tanti gruppuscoli di "sinistra nazionale", di rossobruni che non hanno ancora deciso se stare con CasaPound o con i comunisti. Discepoli, neanche tanto fedeli, di Aleksandr Dughin.
Questo il loro manifesto, di cui non condivido tante cose:
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venerdì 9 maggio 2014

Bologna, 24 maggio: corteo popolare per chiedere la chiusura di Casapound



Posto un articolo tratto da Zic.it, in cui c'è l'appello degli antifascisti bolognesi a scendere in strada il 24 maggio per partecipare al corteo popolare per chiedere la chiusura di Casapound:

Da troppo ormai i fascisti di Casapound hanno aperto una loro sede in via Malvolta 16/d, nel quartiere Murri a Bologna. Due anni sono passati da quando, dietro la copertura di una fantomatica associazione culturale, “Sole e acciaio”, si sono fatti affittare un locale al piano terra da Biagetti, titolare dell’omonimo esercizio commerciale in via Emilia Levante 94.

Chi sono i fascisti di Casapound lo sanno tutti. Nel corso degli ultimi anni sono state decine le aggressioni fisiche contro oppositori politici, o chiunque sia da loro ritenuto “diverso”. Nel 2008 a Piazza Navona hanno bastonato gli studenti che protestavano contro la cosiddetta “riforma” Gelmini. Nel dicembre 2011 Gianluca Casseri, militante della sede di Casapound di Firenze, ha preso il fucile e ha sparato sui venditori ambulanti dei mercati rionali ammazzando due lavoratori senegalesi e ferendone tre.

Fin dall’apertura i residenti del quartiere Murri si sono mobilitati e hanno dato vita a iniziative di informazione rivolte alla cittadinanza e agli abitanti. Si è costituito un coordinamento antifascista di zona che ha organizzato nel novembre del 2012 un corteo nel quartiere partecipato da più di mille persone tutti uniti nell’esprimere la propria volontà: la sede di via Malvolta deve chiudere subito! Da allora a oggi si sono tenute numerose iniziative di controinformazione e sensibilizzazione con presidi, volantinaggi, passeggiate in quartiere, giornate di socialità e dibattito al parco della Lunetta Gamberini nella convinzione che quella sede è fonte di pericolo per l’incolumità di tutti e che da lì i fascisti se ne devono andare!

I rappresentanti istituzionali del Quartiere, con in prima linea la presidente Ilaria Giorgetti e il vice presidente Mario De Dominicis, entrambi di Forza Italia, hanno sempre favorito la propaganda di Casapound e di altri neofascisti o neonazisti dichiarati concedendo a ripetizione sale pubbliche e patrocini a gruppi di estrema destra e cercando persino di intitolare una sala di Quartiere a Rachele Mussolini, la moglie del Duce. Da parte sua la giunta comunale Pd non ha mai espresso nemmeno una parola sulla presenza della sede e l’ANPI si è adeguato al silenzio. In piena campagna elettorale, nel febbraio 2011, il sindaco Merola aveva detto riferendosi a una sede di Casapound in via Guerrazzi (chiusa ancora prima di aprire grazie a una vasta mobilitazione antifascista): “Non vedo con piacere che si apra una struttura di questo tipo […] non c’è la libertà di opinione sul fascismo”. Tutto ciò non ci stupisce ma vale la pena constatare quanto siano meschini i nostri governanti, ad ogni livello.

Di fronte a tutto ciò noi non possiamo tollerare oltre la presenza di una sede di Casapound o di altre simili formazioni fasciste a Bologna.

Perchè sono intolleranti e razzisti, odiano gli immigrati e fomentano l’odio tra la gente con la loro propaganda. E come sappiamo dall’odio alla violenza razziale il passo è breve. Non si può usare come capro espiatorio dell’attuale situazione conomica e sociale italiana chi ha la colpa di essere ancora più povero e scappa da una vita di di stenti e miseria. La colpa è di chi governa e di chi vota e sta a guardare.

Perchè sono omofobi e omofobe, sostengono la famiglia tradizionale e vorrebbero precludere diritti civili e libertà a chi ha altri gusti sessuali. Con questo discorso sulla famiglia tradizionale veicolano tra l’altro un’idea della donna, moglie e madre, tipica del periodo fascista, che dal dopoguerra ad oggi in milioni hanno rifiutato, nel nome dell’autodeterminazione della donna e della sua libertà di scelta se donare o meno il proprio corpo alla patria.

Perchè sono xenofobi e nazionalisti. Certo, come tanti altri perchè questa oggi tra l’altro è la moda. Ma osservando i conflitti che nel mondo si sono susseguiti negli ultimi decenni, moltissimi dei quali hanno visto grossi spargimenti di sangue, migrazioni forzate di massa, campi profughi e altre atrocità, essi sono stati mossi da idee nazionaliste. L’idea che entro certi confini risiedano solo persone appartenenti alla stessa nazione (per discendendenza di sangue) è antistorica. Da sempre l’umanità si è incrociata, migrando, dando vita alle più belle e ricche culture, ed esperienze di convivenza e tolleranza che sono alla base di una società inclusiva, libera e più giusta.

Il nostro antifascismo noi non lo deleghiamo. Noi siamo quelli che ogni giorno si autorganizzano e costruiscono un’alternativa reale alla sistematica devastazione sociale, ambientale e culturale in cui i governanti ci vogliono costringere.

Noi siamo quelli impegnati ogni giorno nella lotta per condizioni di lavoro dignitoso e per il diritto al reddito, per la scuola pubblica e gratuita e per un’altra università, per il diritto alla casa e per la libertà di movimento dei migranti, in difesa dell’ambiente e contro le megaopere come il TAV, contro il militarismo e per lo smantellamento delle basi militari, contro la discriminazione di genere e il razzismo, contro le galere e gli abusi degli uomini in divisa.

Noi siamo quelli che diamo vita a spazi liberati, concreti e reali, dove è possibile mangiare sano a prezzi popolari, acquistare cibi biologici, andare al cinema gratuitamente, assistere a presentazioni di libri, a seminari o a concerti, fare un laboratorio di danza o per i bambini, coltivare un orto o stampare in serigrafia, ecc dove è possibile insomma vivere senza sfruttamento né gerarchia.

Noi siamo tutto l’opposto dei fascisti perché portiamo un mondo nuovo dentro di noi e lo facciamo crescere attimo dopo attimo. I fascisti invece sono i servi di questo sistema che vogliamo trasformare, pronti ad offrire i propri servizi alle manovre più torbide e reazionarie dei poteri forti.

Noi facciamo nostro uno slogan che non perde mai d’attualità: fascisti carogne tornate nelle fogne!

Invitiamo quindi tutti i gruppi, le associazioni, le realtà, le singole e i singoli antifascisti a scendere di nuovo in piazza sabato 24 maggio per un corteo popolare e determinato che imponga la chiusura di Casapound

Bologna Antifascista
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venerdì 25 aprile 2014

Riflessione su questo 25 aprile



Cerchiamo di capirci subito: riflettere su questo 25 aprile non significa riflettere sul 25 aprile in generale. Il significato della giornata in cui si festeggia l'insurrezione contro gli occupanti nazifascisti, e la liberazione dal fascismo inteso come sistema di governo e di Stato, non cambia di anno in anno: rimane immutabile, come la gloria imperitura che meritano i nostri partigiani, gli unici veri eroi dell'italia unita.
Rifletto oggi su questo 25 aprile che ha avuto qualche momento di tensione nel corteo romano (alcuni sionisti hanno protestato per la presenza, nel corteo dell'Anpi, delle bandiere palestinesi), ma che in generale è passato tranquillo e quasi non ci siamo accorti che si trattava di una festa "nazionale". Anni fa, quando ancora bazzicavo gli ambienti partitico-istituzionali della cosiddetta "sinistra radicale", in ogni comune italiano venivano organizzati eventi e iniziative per rinverdire il ricordo e il messaggio della Resistenza, della Liberazione, della lotta partigiana, dell'antifascismo. Ricordo partiti come Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani, persino i DS intenti ad organizzare cortei, convegni, concerti, assemblee, cineforum, incontri con reduci. I muri dei quartieri e dei piccoli centri erano tappezzati di manifesti che annunciavano una iniziativa. 
Oggi non più. Nel mio quartiere (Ponte di Nona, estrema periferia orientale di Roma) non c'è un solo manifesto del PD, di SEL o di qualsiasi altra realtà sociale e di movimento che inneggi al 25 Aprile. Vedo i manifesti coi faccioni di Giovanni XXIII e di Giovani Paolo II, che tra due giorni saranno santificati; osservo, con un brivido di intimo sbigottimento, i manifesti del Ministero della Difesa che glorificano la Liberazione. Nient'altro che questo. Né un manifesto comunista, né un volantino anarchico, né una iniziativa dell'Anpi di zona o di qualche movimento territoriale di sinistra.

Negli anni passati avevo già notato una diminuzione di iniziative e, in generale, di affezione. Esclusi noi irriducibili (comunisti, anarchici, antifascisti e antiautoritari), da un po' di anni non si avverte più un comune sentire coi milioni di italiani che dovrebbero, con orgoglio e gratitudine, festeggiare questa giornata. I partiti della sinistra istituzionale, ormai, non dedicano energie ad organizzare qualcosa per questa giornata; le altre realtà subiscono una fase di riflusso (chi più e chi meno, perché non tutti la subiscono in egual misura), dovuta forse ad una diminuzione di momenti di radicalità e conflitto, perché nessuna lotta sociale ha raggiunto livelli pari a quella No Tav, che ad oggi può essere considerata la madre di tutte le battaglie d'attualità.
L'anno scorso ho festeggiato il 25 Aprile al Pigneto, quartiere popolare di Roma con una forte e radicata tradizione antifascista e di sinistra. Ebbene già in quell'occasione avevo visto una diminuzione sensibile di presenze e di iniziative: dalle semplici bancarelle con libri o bandiere ai luoghi di ristoro, dai tavoli per la raccolta firme a momenti culturali o musicali. Quest'anno, se possibile, ho avvertito ancora maggior partecipazione, reale e emotiva.

Non è il momento - se mai lo è stato - delle analisi approfondite e delle riflessioni articolate. E', e sempre sarà, innanzi tutto il momento dell'azione. Va, però, considerata necessaria una seppur minima riflessione su cosa sta accadendo dentro il mondo antifascista e, in generale, antagonista. Si può fare qualcosa di più? Certo. Si deve fare qualcosa di più? Assolutamente di più. Cosa? Bisogna "fare", nel senso che bisogna agire, dedicare quel poco di tempo libero che ognuno ha a creare, in maniera orizzontale e realmente democratica, momenti di condivisione e di azione collettiva.
L'antifascismo, così come l'anticapitalismo, è innanzi tutto azione reale. Purtroppo anche la nostra comunità (mi perdoneranno i puristi se utilizzo questa espressione) soffre di "viralismo": troppo facebook e poca strada.
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lunedì 27 gennaio 2014

La canzone del bambino nel vento



Son morto con altri cento, son morto ch' ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento....

Ad Auschwitz c'era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d' inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento...

Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento...

Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento...

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento...

Io chiedo quando sarà che l' uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà...

Io chiedo quando sarà che l' uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà..


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mercoledì 16 ottobre 2013

Onore alla Albano antifascista che insorge



Non è possibile non gioire nel vedere cittadini di tutte le età scendere in piazza e difendere la memoria e l'attualità democratica e antifasista della propria città. E' quello che è accaduto ieri ad Albano Laziale, in occasione del tentativo di funerali per il boia nazista delle Fosse Ardeatine, Erich Priebke. La salma del criminale mai pentito è arrivata ad Albano Laziale dopo che il Prefetto di Roma, il famigerato Pecoraro, aveva annullato la delibera del Sindaco Marini che impediva al feretro di arrivare in città.
Una decisione assolutamente immotivata e incomprensibile, anche alla luce del fatto che Albano Laziale (e un po' tutta la zona dei Castelli Romani) è stata storicamente colpita dal nazifascismo ed ha duramente lottato per la Liberazione; inoltre, è notorio che ad Albano viva Maurizio Boccacci, nazista e negazionista dichiarato, più volte arrestato per le sue attività politiche di stampo fascista; infine, il funerale del maiale nazista sarebbe stato celebrato in una chiesa lefevbriana, afferente cioè ai cristiani scismatici integralisti di Lefevbre, negazionisti e tradizionalisti.
Tutti questi motivi avrebbero dovuto scongiurare la scelta di Albano Laziale come sede per i funerali del gerarca nazista, ma il prefetto Pecoraro se ne è altamente sbattutto gli zebedei ed ha spedito pure un bel mucchietto di sbirraglia. E' molto grave che un prefetto non calcoli i rischi di decisioni di tale natura. Infatti non ci è voluto molto prima che vi fossero scontri e tafferugli, che hanno raggiunto l'apice nella notte, quando la Albano antifascista aveva già causato la sospensione del rito funebre e presidiava le strade manifestando in maniera netta il proprio disgusto e odio per Priebke e per il nazifascismo. Nonostante una ventina di fascistelli dai 17 ai 70 anni, con tanto di saluto romano e canti indegni, fosse giunta ad Albano col solo intento di provocare i manifestanti democratici e antifascisti, la sbirraglia non è intervenuta: si sa, i servi del Sistema e i fascisti sono sempre dalla stessa parte della barricata.

La Albano antifascista ha vinto la battaglia: il funerale non è stato celebrato e il feretro è stato trasportato all'aeroporto di Pratica di Mare, da dove probabilmente verrà spedito da qualche parte. Cittadini di tutte le età e, probabilmente, di varia estrazione politica e sociale (imprenditori e disoccupati, elettori del PD e militanti comunisti) sono scesi in piazza ed hanno urlato la loro rabbia e il loro disprezzo, difendendo la memoria della propria città e impedendo al solito gruppetto di fascisti di celebrare una specie di parata nostalgica per rendere omaggio ad un essere abietto come Priebke.
I cittadini di Albano hanno dimostrato, ancora una volta, come si ottengono i risultati: lottando, scendendo in piazza, bloccando le strade, presidiando il territorio. 

In una parola: insorgendo.

mercoledì 11 settembre 2013

Le Schiere Nere libertarie che contrastarono il nazismo




Oggi parliamo un po' di storia. Una leggenda vuole che l'ascesa del nazismo in Germania sia stata inarrestabile, e non abbia incontrato opposizione. I partiti socialisti e comunisti tedeschi erano incapaci di opporre una resistenza anche militare alle squadracce brune di Adolf Hitler.
In realtà, non fu così: come in Italia vi furono gli Arditi del Popolo contro i fascisti, in Germania vi furono le anarcosindacaliste Schwarzen Scharen, le "Schiere Nere" (o anche Branco Nero).


Il 3 agosto 1930 il movimento anarcosindacalista berlinese indice una manifestazione antimilitarista per ricordare l'ingresso della Germania nella prima guerra mondiale. La repubblica di Weimar intanto sta vivendo una difficile fase della sua esistenza, prostrata dalla crisi economica e dalla politica d'austerità imposta dal cancelliere Brüning, mentre l'impetuosa ascesa del partito nazionalsocialista di Hitler è in pieno svolgimento e si confermerà nelle elezioni del settembre dello stesso anno. Finito il comizio, il corteo del 3 agosto prende le mosse a mezzogiorno da Bülowplatz, dirigendosi verso Brunnenplatz, nel cuore del quartiere operaio di Wedding. Tra i partecipanti ci sono gli attivisti della gioventù anarcosindacalista, la Sajd, gli anarcosindacalisti della Faud (Freie Arbeiter Union Deutschland) e l'orchestra operaia. Ad aprire il corteo sono alcune decine di individui che indossano un uniforme completamente nera, composta da un cappello da carpentiere o un berretto con visiera, una camicia, un paio di pantaloni, uno spallaccio e un cinturone da operaio. Due simboli sono appuntati sul cappello o sul cinturone di ciascuno: un fucile che si sbriciola e la stella rossa sovietica con un martello e una falce su fondo nero, già simbolo della Sajd. Marciano organizzati, portando bandiere nere: si tratta delle Schwarze Scharen, organizzazione finalizzata alla lotta contro il nazismo e alla diffusione dell'anarcosindacalismo, un fenomeno politico inedito all'interno del movimento libertario della repubblica di Weimar.

È importante fare una precisazione: sulle Schwarze Scharen c'è poco in tedesco, nulla in italiano. Pertanto, s'impone un problema preliminare, cioè la traduzione. Infatti, die Schar (-en) può assumere diversi significati: schiera, branco, sciame, stormo. La mia scelta è ricaduta sul termine “schiera”, quindi la traduzione di Schwarze Scharen sarebbe “Schiere nere”, perché si tratta di un'espressione che irradia un'idea di forza e combattività, senza rimandare necessariamente ad una sfera autoritaria. In altre parole, “schiera” mi sembra un termine per così dire “marziale”, adatto quindi a un gruppo di autodifesa militante, senza per questo essere militarista.
La confederazione anarcosindacalista tedesca nasce nel dicembre del 1919 sulle ceneri della Fvdg (Freie Vereinigung Deutscher Gewerkschaften, cioè Associazione libera dei sindacati tedeschi), di tendenza sindacalista rivoluzionaria, sorta da una scissione dal partito socialdemocratico nel 1897. La Faud svolge un ruolo importante nel corso delle lotte che si diffondono in Germania a partire dal novembre 1918, in particolare a Berlino, nella Renania e nella Germania centrale, mentre nella Ruhr partecipa nella primavera del 1920 alla fondazione dell'Armata rossa della Ruhr, composta da circa 50.000 uomini e all'interno della quale il 45 per cento dei militanti provengono dalle file anarcosindacaliste. Nonostante la repressione, la Faud continua a crescere: nel momento della fondazione possiede 112.000 aderenti, divenuti l'anno successivo 150.000. Nel frattempo il suo organo, il settimanale Der Syndikalist, raggiunge la tiratura di 100.000 esemplari (Döhring, 2004). Tuttavia, già a partire dal 1922, a causa della repressione e del graduale riflusso delle lotte, il movimento anarcosindacalista comincia ad accusare le prime gravi perdite. Nel 1922 conta 70.000 aderenti, calati nel 1923 a 30.000, per continuare a decrescere negli anni successivi. Nel 1929 possiede ancora 10.000 iscritti, che si riducono ulteriormente nel 1931 a causa della disoccupazione di massa a seguito della crisi economica, per poi crollare definitivamente ai 3.000 sostenitori alla vigilia della presa del potere di Hitler. Non è possibile indagare qui le cause di questa costante emorragia di iscritti che portano la Faud dall'essere un sindacato che si proclama organizzazione anarchica a organizzazione anarchica che si proclama sindacato (Döhring, 2004). Quello che è interessante registrare è l'autocritica interna che alcuni militanti, specie quelli più giovani, cominciano a portare avanti a partire dalla fine degli anni venti, con lo scopo di reagire al declino del movimento anarcosindacalista e, allo stesso tempo, rispondere agli attacchi del movimento nazista, in rapida ascesa (Linse, 1989). Sulla base di queste considerazioni, nascono le Schwarze Scharen.

Come tutto è cominciato
Le “Schiere nere” compaiono per la prima volta nella regione dell'Alta Slesia – che oggi si trova in Polonia – per due ordini di ragioni (Linse, 1989). In primo luogo, bisogna considerare che gran parte dell'Europa tra le due guerre è costellata da formazioni armate di militanti legate a partiti di destra e di sinistra. La proliferazione di queste organizzazioni, formate soprattutto da giovani, costituisce uno dei tratti tipici della società uscita dalla prima guerra mondiale ed è causata da quel processo che lo storico Mosse ha definito “brutalizzazione della politica”, avviato dal conflitto stesso. In altre parole, diversi stati europei e la repubblica di Weimar in particolare costituiscono il teatro di una riconfigurazione della militanza politica, caratterizzata da una simbiosi tra politica, violenza e cultura, e determinata dalle conseguenze della Grande guerra. Anche la gioventù libertaria rimane influenzata da questo inedito clima, soprattutto in una regione come quella dell'Alta Slesia, dove la lotta tra i Freikorps nazionalisti e le truppe polacche infuria fino all'inizio degli anni venti. Ciò permette la diffusione e la legittimazione del principio dell'autodifesa e così, quando comincia a farsi sempre più pressante l'attivismo delle camicie brune, alcuni attivisti anarcosindacalisti non stanno a guardare. Il centro dell'anarcosindacalismo nella regione è Ratibor, dove hanno un ruolo particolare Alfons Pilarski, direttore del settimanale locale Freiheit, Theodor Bennek e Georg Bennek (i due non sono parenti), i quali fondano il gruppo cittadino della Faud nel 1928 e, nell'ottobre 1929, creano la prima Schwarze Schar, insieme ad altri militanti. Ratibor costituisce il centro dal quale si irradia l'esperienza delle Schiere nere in tutta l'Alta Slesia: in novembre ne compare una a Beuthen, la quale giunge a contare nel giro di pochi mesi una cinquantina di militanti, e a Rosenberg, che invece non riesce a superare mai la dozzina di attivisti. Nel corso del 1930 gruppi simili si affermano anche a a Katscher, Gleiwitz e Bobrek-Karf (Linse, 1989).
Nel corso dell'estate del 1930 l'esperienza di Ratibor viene recepita da alcuni militanti della Sajd e della Faud di Berlino. In giugno viene così creata la prima Schiera nera della capitale tedesca da parte di attivisti provenienti dai quartieri settentrionali, che la definiscono “Organizzazione antifascista dei lavoratori rivoluzionari”. I rapporti di polizia identificano la guida della prima Schiera nera berlinese in Walter Kaps, già esponente di spicco della Sajd e suo referente per il quartiere di Prenzlauer Berg (Linse, 1989). Nel giro di poche settimane si afferma un'altra Schiera nera anche nei quartieri meridionali. A differenza delle Schwarze Scharen dell'Alta Slesia, quelle berlinesi pubblicano il proprio statuto organizzativo e si danno un organo di comunicazione, il ciclostilato Mitteilungsblatt der Schwarzen Schar. Antifaschistische Vereinigung revolutionärer Arbeiter (Foglio di comunicazione della Schiera nera. Associazione antifascista dei lavoratori rivoluzionari). Tuttavia, sulla loro struttura organizzativa e sulla loro effettiva forza numerica non sono disponibili informazioni precise (Döhring, 2011).
Nel febbraio del 1931 viene fondata una Schiera nera a Kassel, la quale giunge a contare in agosto 40 militanti circa, grazie all'attività del falegname Willy Paul. Quest'ultimo, già cofondatore della sezione locale della Faud, pubblica alcuni bollettini, come Die Proletarische Front (Il fronte proletario), in 500 copie, e soprattutto Die schwarze Horde (L'orda nera). Dalle pagine di quest'ultimo, Paul propone come futura guida delle Schwarze Scharen a livello nazionale il poeta anarchico Erich Mühsam.
Altri gruppi simili compaiono a Suhl e forse anche a Erfurt. Ma la situazione forse più interessante si verifica in Renania. Nel gennaio 1930, Gustav (Gustl) Doster, militante anarcosindacalista di Darmastadt, già impegnato nel movimento dei disoccupati, lancia un appello su Junge Anarchisten (Giovani anarchici), la rivista della Sajd, per la costituzione di una Schiera nera. Tuttavia, il gruppo più attivo nella regione è quello che s'afferma a Wuppertal, costituito da poche decine di militanti ma estremamente impegnato nella lotta antifascista, formato dai membri della Sajd locale e da alcuni attivisti più giovani della Faud (Klan-Nelles, 1986). Questa Schiera nera apre i cortei anarcosindacalisti portando delle bandiere nere con sopra scritto “Tod dem Faschismus” (Morte al fascismo) e sono accompagnati dall'orchestra operaia di Duisburg, l'unica presente nella regione.

Caratteri delle Schwarze Scharen
Le Schiere nere dell'Alta Slesia costituiscono quindi il modello sul quale si strutturano gli altri gruppi che si formano successivamente. Per ricostruire i caratteri generali di questa organizzazione è necessario affidarsi ai rapporti di polizia, confrontandoli con gli scritti provenienti dalla Schiera nera di Berlino, in modo tale da ottenere un quadro il più possibile nitido (Linse, 1989).
1- I componenti della Schiera nera si presentano pubblicamente in divisa. La loro uniforme è composta da pantaloni, camicia e cappello (nell'Alta Slesia il basco, a Berlino il berretto con visiera o il largo cappello da carpentiere) completamente neri, il loro simbolo principale, tipicamente antimilitarista, è un fucile che si sgretola, al quale si può trovare associato il simbolo della Sajd (Linse, 1976).
2- Le Schiere nere, sin dalla loro fondazione, mettono in primo piano la questione dell'antifascismo, anche se in un modo differente rispetto alla Faud (Linse, 1989). La confederazione anarcosindacalista, infatti, interpreta il nazismo come l'espressione dittatoriale del capitalismo, quindi come un fenomeno economico, manifestazione di un “moderno militarismo industriale” che, in quanto tale, può essere combattuto solo con lo sciopero generale e il sabotaggio. I militanti delle Schiere nere invece vedono nel nazismo anche un fenomeno politico da combattere non solo nelle fabbriche, ma anche fisicamente nelle strade. In nome dell'antifascismo, le Schwarze Scharen promuovono l'alleanza con altre forze politiche, anche se in misura diversa. Infatti a Ratibor scendono in strada insieme ai militanti del partito comunista, in Renania la collaborazione avviene soltanto con altri piccoli gruppi della sinistra comunista e libertaria, mentre la Schiera nera berlinese precisa nel suo primo appello al proletariato che collaborerà soltanto con organizzazioni antiautoritarie (Linse, 1989).
3- Le Schiere nere non sono soltanto un'organizzazione antifascista, ma si presentano anche come un supporto per il movimento anarcosindacalista. La loro attività propagandistica è molto intensa e si dirige non soltanto alle città ma anche alle campagne, incoraggiando l'utilizzo di mezzi propagandistici più efficaci come manifesti più moderni, spettacoli teatrali, orchestre operaie e l'uso di mezzi motorizzati (camion, automobili) per la propaganda. Per esempio, per promuovere il corteo antimilitarista del 3 agosto 1930, la Schiera nera di Ratibor utilizza un camion con alcune scritte antimilitariste e delle caricature, tra le quali ci sono un Cristo in croce con la maschera antigas e un ritratto del presidente del Reich, Paul von Hindenburg, in vestaglia e pantofole (Döhring, 2011).
4- Il fatto che le Schiere nere si presentino come un'organizzazione integrata ma allo stesso tempo indipendente dalla Faud, non impedisce loro di criticare anche duramente la confederazione anarcosindacalista per avere trascurato il confronto politico e per non aver reagito al suo declino, lasciandosi andare ad un atteggiamento passivo e di attesa. Inoltre, la Schiera nera berlinese invoca una più rigorosa e solida forma organizzativa per combattere il nazismo, per attirare nuovi elementi e per rilanciare il movimento anarcosindacalista.
Per quanto riguarda i loro numeri, le Schwarze Scharen non divengono mai un movimento di massa, infatti, secondo i rapporti di polizia dell'epoca, non superano le 500 unità a livello nazionale (Linse, 1989). Nonostante ciò, le Schiere nere sono molto aggressive nell'attività antifascista, i suoi aderenti vedono nell'uniformità della divisa e nei comportamenti risoluti un vantaggio psicologico sul nemico nazista, tanto che, per esempio, le SA renane temono la Schiera di Wuppertal, pur essendo le camicie brune in maggioranza numerica. Il loro armamento può soltanto essere ipotizzato a partire dalle informazioni che sono disponibili per i singoli gruppi locali. La Schiera nera di Wuppertal, una delle più attive, possiede numerose rivoltelle e una carabina, che vengono utilizzate nei frequenti scontri a fuoco con i militanti nazisti, mentre quella di Beuthen ha un deposito di esplosivi, scoperto dalla polizia nel 1932 (Rübner, 1994).
In sintesi, le Schwarze Scharen costituiscono il tentativo da parte di alcuni attivisti della Sajd e della Faud di reagire all'avanzata del nazismo e al declino del movimento anarcosindacalista, costituendo un'organizzazione in grado di portare il principio dell'azione diretta, da sempre sostenuta in ambito economico dall'anarcosindacalismo, sul terreno politico, in funzione antifascista. Il nodo che i militanti delle Schiere nere si ritrovano ad affrontare consiste nel tentativo di coniugare l'esigenza di un'organizzazione strutturata, adatta all'attacco e alla difesa militante, con una dimensione libertaria, orizzontale e antimilitarista.
La parabola esistenziale delle Schiere nere è piuttosto breve, dato che i gruppi nati tra il 1929 e il 1930 cessano le loro attività pochi mesi prima dell'avvento del Terzo Reich. Le ragioni sono diverse, anche se un ruolo importante hanno avuto l'accusa di militarismo mossa da parte di alcuni settori della Sajd e della Faud alle Schiere nere, che comunque le utilizzano per difendere le loro iniziative (Rübner, 1994), e il continuo declino del numero degli attivisti anarcosindacalisti. Altri due importanti fattori sono senza dubbio la repressione da parte dello stato e la morte di alcuni esponenti di spicco, come Walter Kaps (Linse, 1989). Nonostante la loro breve esistenza, le Schiere nere assumono una grande importanza storica e politica poiché costituiscono un fenomeno inedito all'interno del movimento anarchico tedesco dell'epoca. Inoltre, molti degli attivisti sopravvissuti combatteranno durante la guerra civile spagnola nelle file della Colonna Durruti e animeranno in Spagna il gruppo Deutsche Anarcho-Syndikalisten (Das).

David Bernardini, tratto da A - rivista anarchica