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venerdì 13 luglio 2012
Colpo di grazia a Ponte di Nona
Non bastava aver dimezzato i fondi al centro famiglia, la Giunta Lorenzotti decide di indire un bando per il progetto Educativa di Strada gestito da anni dalla Datacoop.
Indovinate un pò chi vince? La stessa cooperativa che si è aggiudicata metà dei fondi del centro famiglia per aprire lo stesso servizio sulla Casilina: la Cooperatica Santi Pietro e Paolo.
Il progetto Educativa di Strada si teneva presso le case colorate di Ponte di Nona e non solo verrà gestito da una cooperativa che non ha nessuna esperienza precedente in questo territorio, ma verrà anche spostato a Ponte di Nona Nuova, zona Caltagirone.
Cosa rimane ora al quartiere più disagiato dell'VIII Municipio? Quali risorse sono state investite a Ponte di Nona?
Quali servizi sociali sono stati incrementati per riqualificare il quartiere? A Ponte di Nona Case popolari ora resta solo il centro famiglia con risorse e servizi dimezzati. Dove andranno ora i ragazzi del quartiere spesso vittime di disagi familiari e sociali? Lorenzotti, Presidente dell'VIII Municipio, ha massacrato definitivamente un quartiere che già zoppicava con modalità discutibili come un bando che modifica il Piano Regolatore Sociale e una cooperativa che a Ponte di Nona ha fatto banco pigliatutto!
Chiediamo immediati interventi per risanare uno strappo che per Ponte di Nona potrebbe essere fatale.
Chiediamo che le forze politiche di opposizione scendano in campo e facciano sentire forte la loro voce in difesa dei più deboli. Chiediamo una commissione di controllo per stabilire se tempi, modi e forme di questa operazione rientrino nella regolarità del sistema amministrativo.
Auspichiamo che Lorenzotti, la sua Giunta, la sua maggioranza lascino spazio ad un nuovo governo che prenda decisioni per difendere e quindi investire sui territori dimenticati del nostro Municipio.
E a questa opposizione silenziosa e dormiente di tornare a vigilare e denunciare sulle sciagurate decisioni del governo di centrodestra.
Movimento Articolo 0
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lunedì 9 luglio 2012
Incontro pubblico con le istituzioni su emergenza scuola a Roma Municipio VIII
!!EMERGENZA SCUOLA!!
INCONTRO CON LE ISTITUZIONI
Dopo l’Assemblea del 18 maggio incontriamo
le amministrazioni competenti per conoscere le azioni intraprese per far fronte all'emergenza
martedì 10/07/2012 alle ore 18.00
Presso l’Istituto Comprensivo Nuovo Ponte di Nona,
Via Luigi Gastinelli, n.58
| Comitato di quartiere | Comitato di quartiere |
| Nuova Ponte di Nona | Colle degli abeti |
| |
Movimento Genitori Per La Scuola
mercoledì 27 giugno 2012
Ripartire dal Sud e rivoltare il paese
Sabato in piazza a Napoli per “Ripartire dal Sud e rivoltare il paese”: Cremaschi: “Connettere le vertenze sociali e sindacali del Meridione”. Una manifestazione contro un dispositivo autoritario contro i settori popolari.
"Assume particolare importanza la manifestazione di Napoli, del prossimo Sabato 30 giugno, organizzata dal Comitato No/Debito nazionale in sinergia con centri sociali e organizzazioni del sindacalismo di base e conflittuale, nel quadro della mobilitazione permanente contro i variegati effetti antisociali del governo Monti in corso, da mesi, nel paese” così dichiara, Giorgio Cremaschi portavoce del Comitato No/Debito, il quale invita a sostenere la piattaforma rivendicativa “Ripartiamo dal Sud, rivoltiamo il paese” la quale mette a centro della mobilitazione di Napoli la necessità di connettere la tante vertenze sociali e sindacali che attraversano il territorio meridionale a partire dalla orgogliosa rivendicazione delle proteste contro il sistema/Equitalia che, particolarmente, nel Sud d’Italia, rappresenta un dispositivo autoritario rivolto, prevalentemente, contro i ceti sociali subalterni. Ritornare in piazza a Napoli sabato 30 giugno – conclude Giorgio Cremaschi, è una necessità urgente per articolare e generalizzare la mobilitazione che stiamo alimentando nel paese e che dovrà rafforzarsi sempre più anche in vista degli ulteriori affondi che i poteri forti del capitale, nazionale e multinazionale, stanno preparando per scaricare, con ancora più virulenza, i costi della crisi sulla pelle dei ceti popolari.
Il prossimo 30 giugno, Napoli si candida dare un appuntamento di mobilitazione ampio con un corteo che vedrà la partecipazione di delegazioni anche di altre regioni ed a lanciare un messaggio chiaro e forte contro il Governo Monti, la Controriforma Fornero e per la chiusura di Equitalia.
Le realtà sociali, politiche e sindacali che aderiscono sono ormai tante: dall’Unione Sindacale di Base alla rete Commons, dal Laboratorio occupato Insurgencia al Sindacato lavoratori in lotta, dai Precari Bros organizzati alla Rete dei Comunisti, da Rifondazione Comunista-Federazione della Sinistra al Comitato nazionale No debito nazionale.
”Stop Equitalia, Stop precarietà”, è lo slogan che oggi hanno fatto proprio gli organizzatori in occasione della conferenza stampa che ha presentato il corteo del 30 giugno prossimo a Napoli. “Il nostro messaggio non è certo quello di non pagare le tasse - hanno spiegato - piuttosto chiediamo la dismissione dei metodi da usura e una sanatoria del debito per le fasce deboli della popolazione”.
”Pretendiamo nuovi diritti e non una nuova precarietà”. Da qui al 30 giugno in una città che, contro Equitalia, ha già visto scontri anche duri, gli attivisti annunciano azioni a sorprese. Intanto, in occasione del corteo arriveranno a Napoli anche delegazioni da Puglia, Calabria, Abruzzo, Lazio.
Tratto da Contropiano.org
Tratto da Contropiano.org
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martedì 19 giugno 2012
Articolo Zero, parte la Carovana della Periferia romana
Riprendiamoci la parola
Riprendiamoci i nostri quartieri
Riprendiamoci i beni comuni
La nostra periferia è il risultato urbanistico del consumo dell'agro romano che circondava la nostra splendida città, sul quale i costruttori hanno continuato a speculare e ad arricchirsi mentre sindaci conniventi si alternavano alla guida dell’amministrazione.
Hanno edificato palazzi, palazzi e ancora palazzi dove ci hanno mandati a vivere, mettendoci nelle voraci mani delle banche per avere un muto e costretto a fare i pendolari ogni giorno e per ogni bisogno tranne che per uno, il consumo!
Uomini e donne ora consumate consumate consumate !!!!
Abbandonate ogni “Idea”, ecco pronto anche per voi l'ennesimo centro commerciale.
I servizi ed il lavoro? Quelli arriveranno....
Quando qualcuno ha provato a ribellarsi, a comprendere e a cercare delle responsabilità per la propria condizione di vita ecco pronto il capro espiatorio: l'immigrato.
Finora abbiamo delegato la presidente della Regione Lazio a tagliarci la sanità, il Sindaco di Roma Alemanno a privatizzare Acea e continuare a consumare il nostro territorio, il tutto nel silenzio assordante del presidente della Provincia Zingaretti, silenzio dimostrato ancora una volta nell’approvazione del piano paesaggistico con il quale nessun vicolo è stato posto alla cementificazione.
Il risultato: loro più ricchi e noi che tentiamo di sopravvivere.
Ora basta !!! Pieni di orgoglio e di rabbia, ma altrettanto consapevoli della città che vogliamo, consapevoli dei nostri bisogni e dei nostri desideri ci riprendiamo i quartieri scegliendo di non delegare a nessuno la costruzione della città in cui viviamo.
Noi vogliamo una sanità e una scuola interamente pubblica, un “pubblico nuovo” dove la partecipazione dei cittadini sia diretta nella gestione e nel controllo.
Non vogliamo ne inceneritori ne discariche, per questo vogliamo organizzare per noi la raccolta porta a porta, il riciclo, il riuso e il riutilizzo dei materiali.
Abbiamo scelto in milioni che l'acqua è un bene comune sul quale nessuno deve avere un profitto, tutti i beni comuni sono diritti universali ed esigibili da ogni uomo e da ogni donna in quanto sottratti alle logiche di mercato.
Siamo il Movimento Articolo 0 ed in questi mesi abbiamo iniziato ad autorganizzarci costruendo un luogo sociale e politico, fatto di cittadine e cittadini, organizzazioni sociali e politiche affinché la nostra periferia sia vista come risorsa e non come contenitore del disagio sociale.
La nostra idea è quella di organizzare la carovana della periferia, una serie di incontri pubblici in ogni piazza dei nostri quartieri per costruire il nostro futuro e riprenderci il presente.
Prima fermata
mercoledì 27 giugno ore 19:00
Parco Collina della Pace Peppino Impastato
Via Casilina KM 18 Finocchio
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martedì 17 gennaio 2012
Lavoratori tassisti, non schiavi

Pubblico un interessante comunicato di sostegno alla lotta dei tassisti contro la liberalizzazione delle licenze. Perchè interessante? Perchè non arriva dai soliti Cicchitto o Bersani, difensori dei tassisti e contemporaneamente difensori delle liberalizzazione (e delle privatizzazioni), bensì arriva da Comunisti - Sinistra Popolare, il movimento politico guidato dal'ex deputato dei Comunisti Italiani, Marco Rizzo.
Anche la sinistra più radicale manifesta sostegno alla battaglia dei tassisti. Ed è una cosa che colpisce parecchio, visto che tutti gli esponenti politici dei principali partiti d'Italia fanno dichiarazioni di sostegno nei confronti di questa categoria, salvo poi sedersi in Parlamento e votare le liberalizzazioni del governo bocconiano.
"La campagna d’odio costruita ad arte contro alcune categorie di lavoratori (tassisti, edicolanti, benzinai…) ha come unico scopo quello di far passare per ragionevole e necessario un decreto liberalizzazioni che punta allo smantellamento di interi settori lavorativi. L’obiettivo non è far ripartire la crescita dell’Italia o aumentare la qualità di alcuni servizi, ma piegare definitivamente il mondo del lavoro alla logica del capitale. Per questo motivo resistiamo all’ideologia delle liberalizzazioni, in primo luogo da comunisti. E poi in veste di tassisti, in difesa del nostro lavoro e del nostro futuro.
Si è parlato di lobby, di categoria chiusa e quindi di privilegiati, di evasori e di imbroglioni. Si è venuto a creare un vero e proprio “profilo sociologico” del tassista: ignorante, maleducato, arraffone. L’opinione pubblica forse in parte ci ha creduto, bombardata da continui servizi televisivi e articoli di giornale, ignara anzitutto di quale sia il nostro lavoro.
Il tassista è un lavoratore che trascorre in macchina dalle dieci alle dodici ore al giorno, sei e spesso sette giorni su sette. Lavora le domeniche, i giorni festivi, si alza prestissimo la mattina e copre i turni di notte. Non ha tutele né garanzie, non ha ferie né malattia retribuite, tredicesima o tfr. Un infortunio sul lavoro o un guasto all’automobile significano giorni di lavoro persi. Lavorare nel traffico caotico e compulsivo delle nostre città richiede una soglia di concentrazione molto alta, a garanzia dell’incolumità dell’autista e di chi vi è trasportato. Lo stress fisico e psicologico che ne deriva è notevole, tant’è che uno studio Inps ha indicato il lavoro di tassista tra i più usuranti al mondo.
Questi ritmi elevati non portano lusso, ricchezza o privilegi, ma sono necessari per raggiungere con dignità la fine del mese, specie se si considera che il nostro settore – come molti altri – è stato pesantemente colpito dalla crisi economica di questi ultimi anni. A ciò bisogna aggiungere i costi di gestione molto alti, tra continui aumenti del prezzo del carburante, tariffe delle assicurazioni, bolli, tagliandi, usura del veicolo e via dicendo.
Risulta evidente che questo non è il profilo di una feroce lobby di potere, ma quello di una categoria di lavoratori che vive del proprio lavoro e che offre un servizio importante all’intera collettività. Questo servizio spesso viene criticato e bollato come insoddisfacente; le obiezioni, per lo più pregiudiziali, ignorano la realtà dei fatti oltre che le enormi differenze tra i vari contesti locali.
Perché le liberalizzazioni non servono a migliorare il servizio del trasporto pubblico? Anzitutto perché – già ora – i singoli comuni hanno la facoltà di valutare l’efficienza o meno del trasporto pubblico e di intervenire, qualora lo ritenessero necessario, attraverso il rilascio di licenze gratuite. Negli anni passati molte città decisero di incrementarne il numero, rafforzando in la rete taxi esistente; oggi questa operazione non è necessaria perché nella maggior parte dei centri urbani il totale di macchine in servizio non solo soddisfa la domanda, ma è addirittura in esubero. È sufficiente gettare uno sguardo agli affollati parcheggi taxi per contare i veicoli in doppia e tripla fila. L’efficienza del servizio offerto, messa continuamente in discussione dalle pesanti critiche rivolte, viene illustrata da uno studio recente (Eurotest 2011#) che valuta Milano quale punta di eccellenza a livello europeo.
A favore delle liberalizzazioni si fa leva sulle presunte richieste del cittadino-consumatore, prima fra tutte quelle di vedere abbassate le tariffe taxi. Ma la privatizzazione del trasporto pubblico locale può portare davvero ad un effettivo abbassamento dei prezzi? Non si capisce come, specie se si considera che la tariffa viene stabilita in toto dai comuni. Ci si aspetta allora di innescare ad ogni corsa una contrattazione sul prezzo fra tassista e cliente? Un’asta nei parcheggi a chi offre di meno? Non pare ragionevole. Inoltre uno studio effettuato dalla CGIA di Mestre# – che ripercorre la storia delle liberalizzazioni in Italia dal 1994 ad oggi – evidenzia che nella maggior parte dei settori liberalizzati i prezzi hanno registrato una forte impennata. Sempre a questo proposito, secondo Euro test 2011 le tariffe del tanto vituperato servizio nazionale risultano essere tra le più basse d’Europa . Infine, pochi fanno notare che liberalizzare le licenze porterebbe a un notevole incremento dei veicoli in circolazione, congestionando ancora il traffico delle città, con evidenti disagi sia per i tassisti (che vedrebbero oltremodo crollare gli incassi) che per l’utenza. “Quando si è in coda alle casse di un supermercato il 23 di dicembre, tutti vorremmo che alle casse non vi fossero 5 o 6 persone ma qualche decina, ma tutti gli altri giorni in cui il numero di clienti è normale, cosa farebbero gli addetti alle casse in esubero? La stessa cosa vale per i taxi quando piove….”
Allora perché liberalizzare le licenze taxi? Le liberalizzazioni rappresentano, per i grandi interessi privati, la chiave di accesso all’interno di settori, il nostro compreso, ad essi ancora immuni. Il quadro che si prospetta per la categoria è facile da delineare: la svalutazione delle licenze e la cumulabilità delle stesse permetteranno a grandi compagnie, preferibilmente legate al mercato dell’automobile, di acquistare un numero considerevole di veicoli e metterci al volante autisti alle loro dipendenze. Essendo i costi di gestione molto alti, l’unico modo di abbattere i prezzi sarà quello di ridurre all’osso gli stipendi dei dipendenti fino a trasformarli in manodopera sottopagata. Il profilo del tassista muterà in breve tempo: da piccolo artigiano autonomo a dipendente sfruttato fino allo sfinimento. I taxi in circolazione si moltiplicheranno e gli incassi crolleranno, costringendo ad aumentare ulteriormente le ore di lavoro.
Insomma: l’odio di classe serve ad alzare quel muro dietro cui si nascondono i veri responsabili della crisi che oggi viviamo. Colpire i taxi è un simbolo: significa accanirsi – e fare accanire – contro quelle categorie la cui autonomia è ancora oggi garanzia di dignità, fino a renderli sfruttati, schiavizzati, asserviti alla logica del capitale.
Mentre la pessima destra fa finta di stare con i taxisti ma in Parlamento i suoi esponenti sono pronti a votare per i provvedimenti di Monti, la sedicente sinistra ha fatto delle liberalizzazioni la propria bandiera, facendosi complice di chi intende svilire e precarizzare il lavoro, piegare tutto e tutti alla logica del profitto e del consumo. Questa cultura non può in alcun modo far parte dei programmi di una vera sinistra, tantomeno di chi si richiama al comunismo. È qui che il contrasto all’ideologia delle liberalizzazioni supera gli interessi di una singola categoria e diventa il punto di forza di una vera forza comunista che difende il lavoro contro gli interessi del privato, dei banchieri, delle grandi multinazionali e del capitale".
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sabato 14 gennaio 2012
Opposizione? Nel territorio
Intorno a me c'è tanta gente. Incazzata nera. Con Monti. Con Berlusconi. Con la Sinistra. Perchè se i soldi in tasca sono sempre di meno, se il contratto di lavoro a tempo indeterminato è un miraggio, se le tasse aumentano e i servizi peggiorano, la colpa è di tutti. Di quelli che governavano. Di quelli che governano. Di quelli che si candidano a governarci nel prossimo futuro.
Sento aria di Opposizione. Sterile, frammentaria, qualunquista, sfascista, ritardataria Opposizione. E non posso che rallegrarmene. Bisognerebbe convogliarla, metterla in rete, indirizzarla. Per evitare che venga dispersa. O, peggio ancora, lasciata sfogare in maniera incontrollata.
Tutti stanno diventando "esperti" di rating e di spread. Tutti vogliono dire la loro. Tutti hanno la ricetta per uscire dalla crisi. Ma cosa FANNO?
Se c'è una cosa che questa crisi ha insegnato, per l'ennesima volta, è che i processi globali possono essere contrastati in ambito territoriale. Pensa globale e agisci locale. Bene. Tutti pensano globale, ma nessuno agisce locale.
Parlo di Roma, la città in cui vivo da più di quattro anni. Nei nostri quartieri c'è tanto da fare. Servizi insufficienti, traffico e inquinamento poco sopportabili, criminalità in aumento, prezzi altissimi delle abitazioni e degli affitti, i posti negli ospedali e negli asili scarseggiano spaventosamente. Bene. Vogliamo contrastare questo stato dell'arte? Invece di pendere dalle labbra bocconiane di Monti, che se ne strafotte di Tor Bella Monaca, di Ponte di Nona, di Colle del Sole, perchè non realizzare una opposizione nel territorio alle politiche che tutti (da Rutelli ad Alemanno, passando per Veltroni) hanno realizzato, impoverendo il tessuto sociale di questa città?
Non parlo di partiti, sia chiaro. Ognuno vota chi cazzo vuole.
Parlo di progetti: edilizia popolare, scolastica ed ospedaliera; decentramento degli uffici e dei servizi; crescita quantitativa e qualitativa del trasporto pubblico; contrato ai progetti di realizzazione di inceneritori e discariche; aumento degli spazi sociali e ludici; sicurezza.
Parlo di un progetto. Il Progetto Opposizione.
Ma sono scettico. Non credo che troverò compagni di viaggio. La gente sa lamentarsi, ma non si muove.
Per questo mi muovo da solo.
Non aspetto nessuno.
L'Opposizione non può attendere in eterno.
Hic et nunc.
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lunedì 19 dicembre 2011
Il futuro del pianeta
lunedì 24 ottobre 2011
Niente scontri, nessuna notizia

Con dispiacere, anzi con rabbia, devo dire che il Blocco Nero ha ragione. Se non nella pratica, quantomeno nella teoria. Se si vuole far accendere i riflettori su una iniziativa, un corteo, una istanza, è necessario alzare il livello dello scontro.
I telegiornali di ieri, e i giornali di oggi, danno (loro sì!) ragione al Black Bloc: la manifestazione pacifica dei NoTav in Val di Susa, che è stata pacifica e non violenta, è passata quasi inosservata. Servizi di meno di un minuto, nessun approfondimento, notizia messa in coda.
Sabato scorso, la manifestazione di Roma in cui il Blocco nero ha sfondato vetrine ed incendiato macchine, ha avuto le aperture dei Tg, le prime pagine dei giornali nazionali e internazionali, approfondimenti e speciali (dall'Arena di Giletti alle Porte di Vespa...).
Delle istanze del "movimento degli indignati" (passatemi questa forzatura) si è parlato per giorni; di ciò che ieri volevano fare e denunciare i valsusini, tramite il simbolico taglio delle reti del cantiere, nessuno si è interessato.
Domenica 16 ottobre, TUTTI gli esponenti politici parlamentari avevano rilasciato dichiarazioni; domenica 23 ottobre, viceversa, c'è stato solo silenzio.
E' proprio questo atteggiamento dei media e della Politica a spingere le persone ad adoperare strumenti di lotta politica violenta e/o vandalica.
Tra i due estremi (violenza e non violenza) è possibile, anzi necessario, solcare il sentiero della Disobbedienza Civile: sit in, blocchi stradali, occupazioni, presidi, picchetti. Con le telecamere belle in vista, così da dimostrare che eventuali scontri saranno stati causati dall'intervento delle forze dell'ordine, cui ovviamente non tutti hanno intenzione di porgere l'altra guancia.
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I telegiornali di ieri, e i giornali di oggi, danno (loro sì!) ragione al Black Bloc: la manifestazione pacifica dei NoTav in Val di Susa, che è stata pacifica e non violenta, è passata quasi inosservata. Servizi di meno di un minuto, nessun approfondimento, notizia messa in coda.
Sabato scorso, la manifestazione di Roma in cui il Blocco nero ha sfondato vetrine ed incendiato macchine, ha avuto le aperture dei Tg, le prime pagine dei giornali nazionali e internazionali, approfondimenti e speciali (dall'Arena di Giletti alle Porte di Vespa...).
Delle istanze del "movimento degli indignati" (passatemi questa forzatura) si è parlato per giorni; di ciò che ieri volevano fare e denunciare i valsusini, tramite il simbolico taglio delle reti del cantiere, nessuno si è interessato.
Domenica 16 ottobre, TUTTI gli esponenti politici parlamentari avevano rilasciato dichiarazioni; domenica 23 ottobre, viceversa, c'è stato solo silenzio.
E' proprio questo atteggiamento dei media e della Politica a spingere le persone ad adoperare strumenti di lotta politica violenta e/o vandalica.
Tra i due estremi (violenza e non violenza) è possibile, anzi necessario, solcare il sentiero della Disobbedienza Civile: sit in, blocchi stradali, occupazioni, presidi, picchetti. Con le telecamere belle in vista, così da dimostrare che eventuali scontri saranno stati causati dall'intervento delle forze dell'ordine, cui ovviamente non tutti hanno intenzione di porgere l'altra guancia.
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giovedì 20 ottobre 2011
Diamo un TAGLIO alla Tav!
Il 23 ottobre 2011 la Val di Susa sarà nuovamente protagonista: taglierà le reti che la vedono ostaggio della lobby del TAV dicendo no ai tagli allo stato sociale, alla sanità, alla cultura.
Le reti illegali che in Val di Susa delimitano un cantiere che non c’è difendono in realtà questo sistema.
In Val di Susa sono sospesi i diritti, la democrazia è ferita, le reti delimitano un’area di illegalità mentre una Procura della Repubblica strabica si scatena alla ricerca di improbabili sovversivi e criminali al di fuori delle reti: nei loro confronti usa le denunce e il carcere per intimorire un’intera valle e nel frattempo le ditte che manovrano ruspe e trivelle (alcune delle quali in evidente odor di mafia) si sentono protette e il partito degli affari si sente autorizzato a sperare che prima o poi partano i cantieri.
Il 23 ottobre La Val di Susa dimostrerà loro che aprire i cantieri è una speranza vana: migliaia di cittadini marceranno per tagliare le reti, per aprire varchi nel recinto, per riaprire spiragli di democrazia.
In migliaia dimostreremo a testa alta che con la forza ed il sopruso non è possibile aprire alcun cantiere, né oggi né mai.
da NoTav.info
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sabato 15 ottobre 2011
Il sole è tramontato
Una canzone dei 99 Posse iniziava che "il sole splende forte in Piazza Plebiscito".
Il sole, ora, è tramontato su Piazza San Giovanni, che è stata il teatro degli scontri più duraturi.
All'opera ancora i black bloc, che per qualcuno saranno sempre e comunque degli infiltrati che boicottano le manifestazioni e i cortei, e per altri saranno sempre e comunque gli unici veri combattenti contro il Sistema.
Io non mi iscrivo nè al primo partito, nè al secondo.
Io dico semplicemente questo: c'è chi crede che il Sistema si combatte con le raccolte di firme e gli scioperi della fame; chi crede che il Sistema si combatte con la resistenza passiva e la disobbedienza civile; chi crede che il Sistema si combatte anche con atti di vandalismo.
Ognuno scelga da che parte stare. Io l'ho scelto da tempo.
Il corollario scontatissimo di distinguo e di condanne da parte dei partiti istituzionali non mi sorprende affatto: di certo Berlusconi, Bersani, Bossi, Alfano, Gasparri, Cicchitto, Vendola, Schifani, Fini, Casini, non possono comprendere le ragioni (non giustificare, ma comprendere) che spingono alcune centinaia o migliaia di giovani a scendere in piazza e a realizzare atti che, secondo il lessico liberaldemocratici, sono "violenza da condannare, senza se e senza ma".
I figli di lor signori non sanno cosa significa lavorare per 500 euro al mese, avere contratti a 3 mesi, essere impossibilitati ad accendere un mutuo, a sposarsi, a mettere al mondo figli. E' facile chiedere sacrifici ai Popoli d'Europa quando si guadagnano parecchie migliaia di euro al mese!
Come sempre in questi casi, mi spiace anche per le forze dell'ordine, che in maggioranza sono composte da persone che fanno un lavoro di merda per 1200-1300 euro al mese. Sono "proletari in divisa", si sarebbe detto nel secolo scorso. Mi spiace perchè anche gli sbirri dovrebbero indignarsi per le condizioni in cui il Sistema li fa lavorare e vivere. Invece continuano imperterriti a difendere il Sistema e a difendere i loro colleghi che si rendono protagonisti di abusi stomachevoli (da Genova 2011 all'omicidio Cucchi, giusto per citare l'ultima decade).
Purtroppo quando il Sistema mette una barricata tra sè e i Popoli, le forze dell'ordine devono scegliere da che parte della barricata stare. E stanno sempre dalla parte del Sistema, ahimè.
E domani? Che si fa?
Io mi attiverò affinchè questo 15 ottobre sia un nuovo inizio, una nuova chance per l'Opposizione sociale al Sistema liberaldemocratico e capitalista. Non ho alcuna fiducia nei partiti che stanno in Parlamento e nei loro alleati/sostenitori extraparlamentari. La soluzione non è nel centrodestra nè nel centrosinistra.
La soluzione non è e non sarà mai una croce su una scheda elettorale.
Il sole è tramontato. Oggi.
Sta a noi farlo risorgere. Domani.
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Il sole, ora, è tramontato su Piazza San Giovanni, che è stata il teatro degli scontri più duraturi.
All'opera ancora i black bloc, che per qualcuno saranno sempre e comunque degli infiltrati che boicottano le manifestazioni e i cortei, e per altri saranno sempre e comunque gli unici veri combattenti contro il Sistema.
Io non mi iscrivo nè al primo partito, nè al secondo.
Io dico semplicemente questo: c'è chi crede che il Sistema si combatte con le raccolte di firme e gli scioperi della fame; chi crede che il Sistema si combatte con la resistenza passiva e la disobbedienza civile; chi crede che il Sistema si combatte anche con atti di vandalismo.
Ognuno scelga da che parte stare. Io l'ho scelto da tempo.
Il corollario scontatissimo di distinguo e di condanne da parte dei partiti istituzionali non mi sorprende affatto: di certo Berlusconi, Bersani, Bossi, Alfano, Gasparri, Cicchitto, Vendola, Schifani, Fini, Casini, non possono comprendere le ragioni (non giustificare, ma comprendere) che spingono alcune centinaia o migliaia di giovani a scendere in piazza e a realizzare atti che, secondo il lessico liberaldemocratici, sono "violenza da condannare, senza se e senza ma".
I figli di lor signori non sanno cosa significa lavorare per 500 euro al mese, avere contratti a 3 mesi, essere impossibilitati ad accendere un mutuo, a sposarsi, a mettere al mondo figli. E' facile chiedere sacrifici ai Popoli d'Europa quando si guadagnano parecchie migliaia di euro al mese!
Come sempre in questi casi, mi spiace anche per le forze dell'ordine, che in maggioranza sono composte da persone che fanno un lavoro di merda per 1200-1300 euro al mese. Sono "proletari in divisa", si sarebbe detto nel secolo scorso. Mi spiace perchè anche gli sbirri dovrebbero indignarsi per le condizioni in cui il Sistema li fa lavorare e vivere. Invece continuano imperterriti a difendere il Sistema e a difendere i loro colleghi che si rendono protagonisti di abusi stomachevoli (da Genova 2011 all'omicidio Cucchi, giusto per citare l'ultima decade).
Purtroppo quando il Sistema mette una barricata tra sè e i Popoli, le forze dell'ordine devono scegliere da che parte della barricata stare. E stanno sempre dalla parte del Sistema, ahimè.
E domani? Che si fa?
Io mi attiverò affinchè questo 15 ottobre sia un nuovo inizio, una nuova chance per l'Opposizione sociale al Sistema liberaldemocratico e capitalista. Non ho alcuna fiducia nei partiti che stanno in Parlamento e nei loro alleati/sostenitori extraparlamentari. La soluzione non è nel centrodestra nè nel centrosinistra.
La soluzione non è e non sarà mai una croce su una scheda elettorale.
Il sole è tramontato. Oggi.
Sta a noi farlo risorgere. Domani.
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People of Europe, Rise up!
In piazza
Oggi in piazza.
Da domani si comincia a riflettere su cosa fare e come farlo. Perchè il 15 ottobre 2011 sia L'INIZIO di un percorso di lotta.
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lunedì 10 ottobre 2011
Verso e oltre il 15 Ottobre

Tratto da http://www.infoaut.org/
Il 15 ottobre si svolgeranno in tutta Europa le manifestazioni lanciate dal movimento 15M per estendere oltre i confini spagnoli la pratica della protesta contro la casta che pretende di farci pagare gli effetti della crisi finanziaria. La scadenza di Roma ha inevitabilmente convogliato su di sé le attenzioni e le aspettative dei soggetti sociali che, in Italia, ritengono sia giunto il momento di far sentire la propria voce, e credono che, senza un’Onda Italiana, le politiche di palazzo sapranno superare la crisi istituzionale nel segno di una continuità conservatrice, antipopolare e contraria agli interessi della maggioranza. Si è diffusa in molti una consapevolezza di fondo: l’attuale condizione storica richiede un salto di qualità nei nostri comportamenti politici. Il sacrificio in piazza di Mohamed Bouazizi, il ragazzo tunisino che si è dato fuoco il 17 dicembre 2010, ha aperto una nuova fase nel Mediterraneo. Il versante meridionale è entrato in una lunga e complessa fase rivoluzionaria, in grado di modificare in modo inaudito gli equilibri sociali interni a quei paesi e quelli internazionali. Sul versante settentrionale, anzitutto con le mobilitazioni di massa che attraversano la Spagna e la Grecia – paesi che, su un diverso livello, accusano pesantemente gli effetti della crisi mondiale, diventandone a loro volta propulsori – il conflitto sociale è entrato di prepotenza nel cuore degli equilibri monetari del nuovo secolo: l’Unione Europea.
Questi movimenti non sembrano analizzabili, e tanto meno governabili, attraverso ricette precostituite; ci consegnano un’evidenza che è impossibile non assumere nell’analisi generale: si è aperta una fase politica di sperimentazione dal basso. La primavera mediterranea non è e non sarà orientale o occidentale, democratica o dispotica, pacifica o violenta: le categorie in cui è rimasto impigliato gran parte del pensiero politico degli ultimi decenni, anche all’interno dei movimenti, saranno devastate dall’impatto dei conflitti sociali che già si affacciano su questo decennio. Il dato essenziale è il protagonismo di massa di soggetti sociali nuovi, moderni, che si pongono su un livello di rottura radicale tanto con i dispositivi di gerarchizzazione sociale e del reddito, tanto con le forme tradizionali della sovranità politica e territoriale. Dalle migrazioni di massa ai flussi grammatologici di insubordinazione attraverso il web, questi soggetti si presentano come sfuggenti, ingovernabili, insensibili tanto alle imposizioni delle frontiere politiche quanto a quelle linguistiche, giuridiche, informatiche. In questo scenario crediamo sia necessario ovunque consegnare ai movimenti, alle piazze e alle lotte tutta la nuova sovranità, la voce in capitolo, la progettualità rivoluzionaria. Non ci servono “alternative” di contenimento, né sul versante di una “guida” o “gestione” della crisi da parte delle istituzioni della casta, né all’interno dei movimenti.
La crisi non è un male obiettivo, naturale ed inevitabile, senza colpevoli, senza responsabilità soggettive; e le nostre chiamate alla mobilitazione devono essere cassa di risonanza dei desideri e della rabbia sacrosanta di tutte e tutti, senza limitazioni ideologiche o programmatiche, senza sovrastrutture progettuali che esulino dalla pura e semplice necessità di riprodurre nel nostro paese e nel mondo una dinamica estesa e avanzata di conflitto sociale. Ciò di cui abbiamo bisogno sono serbatoi di mania della trasformazione, overdosi di utopia, cuori roventi, esigenza dell’imprevedibile. Cosa vogliamo da questo autunno? Cosa da questo ottobre? La piazza spagnola ci ha fornito una traccia semplice e chiara, proponendo la pretesa di una negazione pratica dell’assetto istituzionale e politico che ereditiamo in Europa: Que se vayan todos! è il loro grido, e deve essere anche il nostro. Ad ogni capo del globo, con le tende, le canzoni o le molotov, i movimenti stanno affermando che con questa organizzazione dell’economia, con questa costituzione della sovranità politica non si può andare avanti. Non si può, nei due sensi di questa espressione: perché non si vuole e perché non è più possibile. È una dimensione soggettiva e oggettiva del non potere, quella che abbiamo attorno e di fronte a noi.
E l’Italia? È la grande assente, fino a questo momento, dei processi in atto: non dal punto di vista dell’attacco alle condizioni di vita e della prospettiva di default, naturalmente, ma dal punto di vista del conflitto; è l’unico grande paese mediterraneo a non essere lambito dal fuoco della rivolta, dall’uragano dell’indignazione. Di fronte al quadro profondamente nuovo che i processi di delegittimazione dell’ordine costituito rappresentano, nella nostra penisola sembra ancora essere ingombrante la tendenza all’elemento rituale, al dejà vu, a un insensato eterno ritorno dell’identico. Si pretende di incanalare la ricchezza politica che si orienta da mesi verso l’autunno in una sfilata ordinata e disciplinata, lontana dal centro e dai palazzi del potere, come indicato dalla questura della capitale. Si vorrebbe fornire una sponda, attraverso questa scadenza, a progetti politici visti e rivisti, che intendono convogliare in un voto istituzionale il desiderio di cambiamento che dal referendum alle manifestazioni studentesche del 7 ottobre cresce nel nostro paese. A beneficio di chi o di cosa, ci chiediamo? Non ne possiamo più del rito e della chiacchiera giornalistica sull’autunno caldo: vogliamo un Autunno Infernale.
Vogliamo un inverno duro per chiunque tenti di farci pagare la crisi. Vogliamo una primavera dei movimenti. Vogliamo anni di negazione dell’esistente, vogliamo un’Italia Valsusina. Non vogliamo un nuovo-vecchio uomo della provvidenza, di destra o di sinistra, alla guida di un progetto politico scaduto in partenza. Ciò che vorremmo fosse chiaro a tutte e tutti è che la casta è finita; e quando parliamo di casta intendiamo non soltanto Berlusconi e Tremonti, Bossi e la Marcegaglia, Bersani o Di Pietro, Montezemolo, Napolitano o Marchionne; intendiamo tutte le forme della vecchia politica, ben al di là dei nomi dei partiti, dei ministri, dei presidenti e dei candidati; intendiamo anche Vendola e De Magistris, ossia coloro che intendono cavalcare la voglia di cambiamento affinché il cambiamento non avvenga mai, affinché prevalgano ancora la delega e la politica di mestiere, gli aggiustamenti strategici, il compromesso annunciato. E ci chiediamo: cosa vorrebbero elemosinare i movimenti da questi signori? E che cosa dalle istituzioni stesse? Non soltanto le chiacchiere e le illusioni, ma persino i soldi sono finiti! Resta una società polarizzata e paralizzata, l’arricchimento spietato o l’impoverimento totale, la bancarotta. È forse il momento di salire sul carrozzone dei partiti, di accettare la logica che, reprimendo e recuperando il conflitto sociale, ci ha portati a questo disastro? È forse l’ora di imporre ai movimenti sociali strutture rigide o autoritarie, prospettive non condivise, destinazioni annunciate?
Il potere politico capitalista risiede completamente, e non da ora, nelle istituzioni finanziarie globali: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Federal Reserve. I governi nazionali, le istituzioni internazionali o locali non sono che gli agenti dell’applicazione quotidiana di decisioni prese in quei teatri dal personale tecnico del capitalismo moderno: sono svuotate di qualsiasi autonomia amministrativa o politica. Come se non bastasse, di qualsiasi legittimità: lo si ode nell’eco dei tumulti e delle insurrezioni che agitano il mondo, che si espandono da New York a Damasco, da Santiago del Cile a Londra. L’ingresso nelle istituzioni del default non è l’obiettivo dei movimenti. Il potere politico “alternativo”, o antagonista, è nelle piazze, nelle strade, nelle rivoluzioni; è nelle assemblee di Barcellona, di Tunisi, della Val Susa. Non c’è delega, non c’è candidatura di cui in Italia, oggi, i movimenti possano comprendere il senso. Per questo crediamo che, il 15 ottobre e dopo il 15 ottobre, occorra consegnare a questo paese, finalmente, gli spazi comuni e aperti dove le istanze sociali, schiacciate dalla cappa di uno stato impresentabile e parassitario, possano esprimersi liberamente. Tutte le idee, tutte le istanze, tutte le voglie di questa società disastrata, tutte le progettualità della protesta non possono che trarre ossigeno dall’ingresso dell’Italia in questo Mediterraneo inquieto, e nell’Europa delle tre “A”: quella del conflitto sociale. L’Italia merita il cambiamento, quello vero. E non si potrà cambiarla, per davvero, senza rimetterla al centro del variopinto planisfero delle lotte sociali.
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Il 15 ottobre si svolgeranno in tutta Europa le manifestazioni lanciate dal movimento 15M per estendere oltre i confini spagnoli la pratica della protesta contro la casta che pretende di farci pagare gli effetti della crisi finanziaria. La scadenza di Roma ha inevitabilmente convogliato su di sé le attenzioni e le aspettative dei soggetti sociali che, in Italia, ritengono sia giunto il momento di far sentire la propria voce, e credono che, senza un’Onda Italiana, le politiche di palazzo sapranno superare la crisi istituzionale nel segno di una continuità conservatrice, antipopolare e contraria agli interessi della maggioranza. Si è diffusa in molti una consapevolezza di fondo: l’attuale condizione storica richiede un salto di qualità nei nostri comportamenti politici. Il sacrificio in piazza di Mohamed Bouazizi, il ragazzo tunisino che si è dato fuoco il 17 dicembre 2010, ha aperto una nuova fase nel Mediterraneo. Il versante meridionale è entrato in una lunga e complessa fase rivoluzionaria, in grado di modificare in modo inaudito gli equilibri sociali interni a quei paesi e quelli internazionali. Sul versante settentrionale, anzitutto con le mobilitazioni di massa che attraversano la Spagna e la Grecia – paesi che, su un diverso livello, accusano pesantemente gli effetti della crisi mondiale, diventandone a loro volta propulsori – il conflitto sociale è entrato di prepotenza nel cuore degli equilibri monetari del nuovo secolo: l’Unione Europea.
Questi movimenti non sembrano analizzabili, e tanto meno governabili, attraverso ricette precostituite; ci consegnano un’evidenza che è impossibile non assumere nell’analisi generale: si è aperta una fase politica di sperimentazione dal basso. La primavera mediterranea non è e non sarà orientale o occidentale, democratica o dispotica, pacifica o violenta: le categorie in cui è rimasto impigliato gran parte del pensiero politico degli ultimi decenni, anche all’interno dei movimenti, saranno devastate dall’impatto dei conflitti sociali che già si affacciano su questo decennio. Il dato essenziale è il protagonismo di massa di soggetti sociali nuovi, moderni, che si pongono su un livello di rottura radicale tanto con i dispositivi di gerarchizzazione sociale e del reddito, tanto con le forme tradizionali della sovranità politica e territoriale. Dalle migrazioni di massa ai flussi grammatologici di insubordinazione attraverso il web, questi soggetti si presentano come sfuggenti, ingovernabili, insensibili tanto alle imposizioni delle frontiere politiche quanto a quelle linguistiche, giuridiche, informatiche. In questo scenario crediamo sia necessario ovunque consegnare ai movimenti, alle piazze e alle lotte tutta la nuova sovranità, la voce in capitolo, la progettualità rivoluzionaria. Non ci servono “alternative” di contenimento, né sul versante di una “guida” o “gestione” della crisi da parte delle istituzioni della casta, né all’interno dei movimenti.
La crisi non è un male obiettivo, naturale ed inevitabile, senza colpevoli, senza responsabilità soggettive; e le nostre chiamate alla mobilitazione devono essere cassa di risonanza dei desideri e della rabbia sacrosanta di tutte e tutti, senza limitazioni ideologiche o programmatiche, senza sovrastrutture progettuali che esulino dalla pura e semplice necessità di riprodurre nel nostro paese e nel mondo una dinamica estesa e avanzata di conflitto sociale. Ciò di cui abbiamo bisogno sono serbatoi di mania della trasformazione, overdosi di utopia, cuori roventi, esigenza dell’imprevedibile. Cosa vogliamo da questo autunno? Cosa da questo ottobre? La piazza spagnola ci ha fornito una traccia semplice e chiara, proponendo la pretesa di una negazione pratica dell’assetto istituzionale e politico che ereditiamo in Europa: Que se vayan todos! è il loro grido, e deve essere anche il nostro. Ad ogni capo del globo, con le tende, le canzoni o le molotov, i movimenti stanno affermando che con questa organizzazione dell’economia, con questa costituzione della sovranità politica non si può andare avanti. Non si può, nei due sensi di questa espressione: perché non si vuole e perché non è più possibile. È una dimensione soggettiva e oggettiva del non potere, quella che abbiamo attorno e di fronte a noi.
E l’Italia? È la grande assente, fino a questo momento, dei processi in atto: non dal punto di vista dell’attacco alle condizioni di vita e della prospettiva di default, naturalmente, ma dal punto di vista del conflitto; è l’unico grande paese mediterraneo a non essere lambito dal fuoco della rivolta, dall’uragano dell’indignazione. Di fronte al quadro profondamente nuovo che i processi di delegittimazione dell’ordine costituito rappresentano, nella nostra penisola sembra ancora essere ingombrante la tendenza all’elemento rituale, al dejà vu, a un insensato eterno ritorno dell’identico. Si pretende di incanalare la ricchezza politica che si orienta da mesi verso l’autunno in una sfilata ordinata e disciplinata, lontana dal centro e dai palazzi del potere, come indicato dalla questura della capitale. Si vorrebbe fornire una sponda, attraverso questa scadenza, a progetti politici visti e rivisti, che intendono convogliare in un voto istituzionale il desiderio di cambiamento che dal referendum alle manifestazioni studentesche del 7 ottobre cresce nel nostro paese. A beneficio di chi o di cosa, ci chiediamo? Non ne possiamo più del rito e della chiacchiera giornalistica sull’autunno caldo: vogliamo un Autunno Infernale.
Vogliamo un inverno duro per chiunque tenti di farci pagare la crisi. Vogliamo una primavera dei movimenti. Vogliamo anni di negazione dell’esistente, vogliamo un’Italia Valsusina. Non vogliamo un nuovo-vecchio uomo della provvidenza, di destra o di sinistra, alla guida di un progetto politico scaduto in partenza. Ciò che vorremmo fosse chiaro a tutte e tutti è che la casta è finita; e quando parliamo di casta intendiamo non soltanto Berlusconi e Tremonti, Bossi e la Marcegaglia, Bersani o Di Pietro, Montezemolo, Napolitano o Marchionne; intendiamo tutte le forme della vecchia politica, ben al di là dei nomi dei partiti, dei ministri, dei presidenti e dei candidati; intendiamo anche Vendola e De Magistris, ossia coloro che intendono cavalcare la voglia di cambiamento affinché il cambiamento non avvenga mai, affinché prevalgano ancora la delega e la politica di mestiere, gli aggiustamenti strategici, il compromesso annunciato. E ci chiediamo: cosa vorrebbero elemosinare i movimenti da questi signori? E che cosa dalle istituzioni stesse? Non soltanto le chiacchiere e le illusioni, ma persino i soldi sono finiti! Resta una società polarizzata e paralizzata, l’arricchimento spietato o l’impoverimento totale, la bancarotta. È forse il momento di salire sul carrozzone dei partiti, di accettare la logica che, reprimendo e recuperando il conflitto sociale, ci ha portati a questo disastro? È forse l’ora di imporre ai movimenti sociali strutture rigide o autoritarie, prospettive non condivise, destinazioni annunciate?
Il potere politico capitalista risiede completamente, e non da ora, nelle istituzioni finanziarie globali: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Federal Reserve. I governi nazionali, le istituzioni internazionali o locali non sono che gli agenti dell’applicazione quotidiana di decisioni prese in quei teatri dal personale tecnico del capitalismo moderno: sono svuotate di qualsiasi autonomia amministrativa o politica. Come se non bastasse, di qualsiasi legittimità: lo si ode nell’eco dei tumulti e delle insurrezioni che agitano il mondo, che si espandono da New York a Damasco, da Santiago del Cile a Londra. L’ingresso nelle istituzioni del default non è l’obiettivo dei movimenti. Il potere politico “alternativo”, o antagonista, è nelle piazze, nelle strade, nelle rivoluzioni; è nelle assemblee di Barcellona, di Tunisi, della Val Susa. Non c’è delega, non c’è candidatura di cui in Italia, oggi, i movimenti possano comprendere il senso. Per questo crediamo che, il 15 ottobre e dopo il 15 ottobre, occorra consegnare a questo paese, finalmente, gli spazi comuni e aperti dove le istanze sociali, schiacciate dalla cappa di uno stato impresentabile e parassitario, possano esprimersi liberamente. Tutte le idee, tutte le istanze, tutte le voglie di questa società disastrata, tutte le progettualità della protesta non possono che trarre ossigeno dall’ingresso dell’Italia in questo Mediterraneo inquieto, e nell’Europa delle tre “A”: quella del conflitto sociale. L’Italia merita il cambiamento, quello vero. E non si potrà cambiarla, per davvero, senza rimetterla al centro del variopinto planisfero delle lotte sociali.
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sabato 1 ottobre 2011
Sulla manifestazione del 15 ottobre

Ricevo e pubblico:
15 ottobre: inutile sfilata dei soliti noti o accampamento degli indignati?
Discussione animata e difficile sul percorso del corteo del 15 ottobre. Ma alla fine si è trovata la “quadra”. Persistono divergenze sul segnale politico che deve mandare la manifestazione italiana. Il 15 ottobre sarà una giornata di mobilitazione internazionale contro la crisi e il massacro sociale scatenato dalle istituzioni finanziarie europee e dal governo unico delle banche.
L'ennesima riunione preparatoria per la giornata europea di mobilitazione del 15 ottobre, ha visto le molte componenti del coordinamento nato ad hoc, cercare
in tutti in modi di trovare “la quadra”. Un risultato che dopo l'ultima riunione e all'inizio di quella di ieri non appariva affatto scontato.
La discussione – ad un osservatore esterno – poteva sembrare meramente “tecnica” cioè il percorso del corteo, lo striscione di apertura, la conclusione. In realtà indicava e indica divaricazioni politiche sul segnale che la manifestazione nazionale del 15 ottobre deve mandare sia a chi scenderà in piazza sia ai responsabili del massacro sociale che in tutta Europa ed anche Italia si sta abbattendo su lavoratori, giovani, pensionati,migranti.
La discussione dei due gruppi di lavoro (manifestazione, comunicazione) è iniziata dopo le 11.00 ed è riuscita a concludersi solo a ridosso dell'inizio della riunione plenaria dopo un lungo botta e riposta e numerosi interventi che hanno talvolta allontanato la possibilità di giungere ad un appuntamento unitario e condiviso. Lo spettro di due manifestazioni si è affacciato neanche troppo velatamente in alcuni interventi. Il rappresentante dell'Usb è andato alla carica senza troppi preamboli mettendo in discussione che il corteo dovesse accuratamente evitare di transitare per il centro della capitale e si dirigesse verso piazza San Giovanni secondo i canoni della manifestazioni di massa ma un po' liturgiche. La proposta avanzata dall'Usb era che si concludesse invece nella centrale piazza del Popolo a ridosso dei palazzi del potere e annunciasse pubblicamente che la manifestazione non si concludeva la sera del 15 ottobre con un tradizionale comizio. “A New York manifestano sotto la Borsa di Wall Street mica a Central Park, in Grecia stanno in piazza Syntagma davanti al Parlamento” ha specificato. Insomma una manifestazione di lotta e non di rappresentazione che trova il suo punto di forza solo nel numero dei partecipanti.
Di avviso contrario alla proposta dell'Usb altre componenti del coordinamento (Action,Uniti contro la crisi, Cobas, Arci, Fiom, Uds) e consenso invece da parte di altre componenti come le reti dello Sciopero Precario, la rete Roma Bene Comune, Atenei in rivolta, la Rete dei Comunisti, che hanno insistito molto sul fatto che il passaggio del centro “politico ed economico” della capitale funzioni anche come avviso di garanzia – in qualche modo anche minaccioso – verso le misure antipopolari decise dal governo e dalle istituzioni europee, un nemico che alcuni definiscono ormai come il “governo unico delle banche” (con chiare allusioni al governo che sostituirà quello Berlusconi per fare una identica politica antipopolare). La discussione si è incastrata e contrapposta per parecchio tempo ed è sembrato a un certo punto che la rottura fosse inevitabile. Un paio di interventi hanno infine cercato di raccogliere tutte le osservazioni in campo e indicato la quadra possibile: il percorso del corteo verrà allungato e chiederà di transitare per il centro prima di arrivare a Piazza San Giovanni, arrivare ma non concludersi. Un concetto questo che è stato ribadito da diversi interventi preoccupati che la manifestazione del 15 ottobre si riduca ad una tradizionale manifestazione di massa ma privata di ogni conflittualita contro il massacro sociale approntato dai poteri forti in Europa e in Italia.
Anche sullo striscione di apertura la discussione non è stata semplicissima.
Il momento francamente più paradossale è stato quando si è inceppata sulla condivisione dello slogan ormai europeo lanciato dai movimenti greci “People of Europe rise up!” ma non sulla sua traduzione in italiano che significa testualmente “Popoli europei solleviamoci!”. L'idea della sollevazione è apparsa forse un pò troppo inquietante che si volevano sostituire con un più rassicurante “Cambiare l'Italia, cambiare l'Europa”, uno slogan che obiettivamente sarebbe metabolizzabile anche da Bersani e Bonanni.
La discussione si è conclusa con l'approvazione dello striscione d'apertura coerente in inglese e in italiano con l'indicazione apparsa sul Partenone “People of Europe rise up! Popoli europei solleviamoci!”. La testa del corteo sarà unitaria e rappresentativa di tutte le componenti del coodinamento con l'esplicito invito a tenere alla larga bandiere di partito e organizzazione o I leader televisiviche ammucchiano di loro le telecamere e riducono il corteo ad uno sfondo anonimo nei contenuti.
Più difficile è stato trovare “la quadra” sulla gestione dell'arrivo della manifestazione in piazza San Giovanni che in molti non intendono vivere come conclusione del corteo e della mobilitazione del 15 ottobre. Molte le proposte sul tappeto (il coordinatore della discussione ne ha elencate almeno dieci diverse tra loro), ragione per cui il coordinamento si è riconvocato per discueterne martedi prossimo. Nel frattempo una delegazione andrà in Questura per discutere il percorso del corteo avendo ricevuto un mandato esplicito sulle opzioni da indicare. Il percorso di avvicinamento al 15 ottobre è ormai avviato. C'è da augurarsi e da lavorare affinchè proceda come auspicato da tutti gli interventi. L'aspettativa è indubbiamente in crescita e il governo unico delle banche dovrà cominciare a tenerne conto.
15 ottobre: inutile sfilata dei soliti noti o accampamento degli indignati?
Discussione animata e difficile sul percorso del corteo del 15 ottobre. Ma alla fine si è trovata la “quadra”. Persistono divergenze sul segnale politico che deve mandare la manifestazione italiana. Il 15 ottobre sarà una giornata di mobilitazione internazionale contro la crisi e il massacro sociale scatenato dalle istituzioni finanziarie europee e dal governo unico delle banche.
L'ennesima riunione preparatoria per la giornata europea di mobilitazione del 15 ottobre, ha visto le molte componenti del coordinamento nato ad hoc, cercare
in tutti in modi di trovare “la quadra”. Un risultato che dopo l'ultima riunione e all'inizio di quella di ieri non appariva affatto scontato.
La discussione – ad un osservatore esterno – poteva sembrare meramente “tecnica” cioè il percorso del corteo, lo striscione di apertura, la conclusione. In realtà indicava e indica divaricazioni politiche sul segnale che la manifestazione nazionale del 15 ottobre deve mandare sia a chi scenderà in piazza sia ai responsabili del massacro sociale che in tutta Europa ed anche Italia si sta abbattendo su lavoratori, giovani, pensionati,migranti.
La discussione dei due gruppi di lavoro (manifestazione, comunicazione) è iniziata dopo le 11.00 ed è riuscita a concludersi solo a ridosso dell'inizio della riunione plenaria dopo un lungo botta e riposta e numerosi interventi che hanno talvolta allontanato la possibilità di giungere ad un appuntamento unitario e condiviso. Lo spettro di due manifestazioni si è affacciato neanche troppo velatamente in alcuni interventi. Il rappresentante dell'Usb è andato alla carica senza troppi preamboli mettendo in discussione che il corteo dovesse accuratamente evitare di transitare per il centro della capitale e si dirigesse verso piazza San Giovanni secondo i canoni della manifestazioni di massa ma un po' liturgiche. La proposta avanzata dall'Usb era che si concludesse invece nella centrale piazza del Popolo a ridosso dei palazzi del potere e annunciasse pubblicamente che la manifestazione non si concludeva la sera del 15 ottobre con un tradizionale comizio. “A New York manifestano sotto la Borsa di Wall Street mica a Central Park, in Grecia stanno in piazza Syntagma davanti al Parlamento” ha specificato. Insomma una manifestazione di lotta e non di rappresentazione che trova il suo punto di forza solo nel numero dei partecipanti.
Di avviso contrario alla proposta dell'Usb altre componenti del coordinamento (Action,Uniti contro la crisi, Cobas, Arci, Fiom, Uds) e consenso invece da parte di altre componenti come le reti dello Sciopero Precario, la rete Roma Bene Comune, Atenei in rivolta, la Rete dei Comunisti, che hanno insistito molto sul fatto che il passaggio del centro “politico ed economico” della capitale funzioni anche come avviso di garanzia – in qualche modo anche minaccioso – verso le misure antipopolari decise dal governo e dalle istituzioni europee, un nemico che alcuni definiscono ormai come il “governo unico delle banche” (con chiare allusioni al governo che sostituirà quello Berlusconi per fare una identica politica antipopolare). La discussione si è incastrata e contrapposta per parecchio tempo ed è sembrato a un certo punto che la rottura fosse inevitabile. Un paio di interventi hanno infine cercato di raccogliere tutte le osservazioni in campo e indicato la quadra possibile: il percorso del corteo verrà allungato e chiederà di transitare per il centro prima di arrivare a Piazza San Giovanni, arrivare ma non concludersi. Un concetto questo che è stato ribadito da diversi interventi preoccupati che la manifestazione del 15 ottobre si riduca ad una tradizionale manifestazione di massa ma privata di ogni conflittualita contro il massacro sociale approntato dai poteri forti in Europa e in Italia.
Anche sullo striscione di apertura la discussione non è stata semplicissima.
Il momento francamente più paradossale è stato quando si è inceppata sulla condivisione dello slogan ormai europeo lanciato dai movimenti greci “People of Europe rise up!” ma non sulla sua traduzione in italiano che significa testualmente “Popoli europei solleviamoci!”. L'idea della sollevazione è apparsa forse un pò troppo inquietante che si volevano sostituire con un più rassicurante “Cambiare l'Italia, cambiare l'Europa”, uno slogan che obiettivamente sarebbe metabolizzabile anche da Bersani e Bonanni.
La discussione si è conclusa con l'approvazione dello striscione d'apertura coerente in inglese e in italiano con l'indicazione apparsa sul Partenone “People of Europe rise up! Popoli europei solleviamoci!”. La testa del corteo sarà unitaria e rappresentativa di tutte le componenti del coodinamento con l'esplicito invito a tenere alla larga bandiere di partito e organizzazione o I leader televisiviche ammucchiano di loro le telecamere e riducono il corteo ad uno sfondo anonimo nei contenuti.
Più difficile è stato trovare “la quadra” sulla gestione dell'arrivo della manifestazione in piazza San Giovanni che in molti non intendono vivere come conclusione del corteo e della mobilitazione del 15 ottobre. Molte le proposte sul tappeto (il coordinatore della discussione ne ha elencate almeno dieci diverse tra loro), ragione per cui il coordinamento si è riconvocato per discueterne martedi prossimo. Nel frattempo una delegazione andrà in Questura per discutere il percorso del corteo avendo ricevuto un mandato esplicito sulle opzioni da indicare. Il percorso di avvicinamento al 15 ottobre è ormai avviato. C'è da augurarsi e da lavorare affinchè proceda come auspicato da tutti gli interventi. L'aspettativa è indubbiamente in crescita e il governo unico delle banche dovrà cominciare a tenerne conto.
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lunedì 5 settembre 2011
Piazza Affari Camping

Hanno montato le tende a Piazza Affari. La pula li voleva sgomberare: due contusi tra i manifestanti. Ma le tende sono ancora lì. E saranno lì tutta la giornata, e probabilmente anche stanotte, fino allo sciopero generale di domani.
Mentre la Borsa brucia miliardi su miliardi, mentre "i mercati" continuano nello sciacallaggio e nella speculazione, i "Ribelli al debito" lanciano slogan e distribuiscono volantini in cui si chiede di mettere il "People Before Profit", srotolando uno striscione su cui è sccritto: "Predicano austerity ma razzolano male, rubano ai poveri per dare ai soliti".
Siete tutti invitati al Piazza Affari Camping! E' gratis (e di questi tempi è un'ottima cosa), goliardico ed è diverso dai soliti camping.
E' un campeggio Estraneo Alla Massa.
E va bene così.
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venerdì 10 giugno 2011
Grande azione di Greenpeace

Siamo di nuovo in azione. Questa volta non per protestare, ma per mandare un messaggio a tutti gli italiani: il 12 e 13 giugno votiamo Sì al Referendum per fermare il nucleare.
L'azione è partita stamattina all'alba. Primo round ore 7, striscione di 300 metri quadri sul Colosseo a Roma. Secondo round ore 9 da Ponte Vecchio a Firenze. Terzo round ore 10 sul Campanile di San Marco a Venezia. Tre luoghi simbolo del nostro Paese e un solo messaggio: "Italia, ferma il nucleare. Vota Sì".!
Insieme ai nostri attivisti anche i ragazzi de http://www.ipazzisietevoi.org/ che hanno aperto un altro striscione con lo slogan della loro protesta "I pazzi siete voi. Il nucleare non è il nostro futuro".
Ora, tra noi e un futuro senza nucleare c'è solo un ostacolo: il Quorum. Perciò, informiamo e mobilitiamo parenti, amici e vicini fino all'ultimo minuto. Il passaparola è l'unico strumento per rimediare alla censura di molti media. E tu quante persone porterai a votare?
Salvatore Barbera
Responsabile campagna Nucleare
Greenpeace Italia
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L'azione è partita stamattina all'alba. Primo round ore 7, striscione di 300 metri quadri sul Colosseo a Roma. Secondo round ore 9 da Ponte Vecchio a Firenze. Terzo round ore 10 sul Campanile di San Marco a Venezia. Tre luoghi simbolo del nostro Paese e un solo messaggio: "Italia, ferma il nucleare. Vota Sì".!
Insieme ai nostri attivisti anche i ragazzi de http://www.ipazzisietevoi.org/ che hanno aperto un altro striscione con lo slogan della loro protesta "I pazzi siete voi. Il nucleare non è il nostro futuro".
Ora, tra noi e un futuro senza nucleare c'è solo un ostacolo: il Quorum. Perciò, informiamo e mobilitiamo parenti, amici e vicini fino all'ultimo minuto. Il passaparola è l'unico strumento per rimediare alla censura di molti media. E tu quante persone porterai a votare?
Salvatore Barbera
Responsabile campagna Nucleare
Greenpeace Italia
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Ecopacifisti scalano il Colosseo

10 giu, 2011
Attivisti di Greenpeace hanno scalato il Colosseo per lanciare il loro ultimo messaggio prima del Referendum sul nucleare.
__________________________Attivisti di Greenpeace hanno scalato il Colosseo per lanciare il loro ultimo messaggio prima del Referendum sul nucleare.
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venerdì 3 giugno 2011
CdQ Colle Prenestino: esempio da seguire

di ELEONORA DI CARLO, da OttavoNews
Un grande esempio di cosa sia una comunità unita. Questo è apparso agli occhi di chi passava la mattina di sabato 28 maggio per viale Nusco, nel quartiere Colle Prenestino. Il nuovo comitato di quartiere dopo aver richiesto più volte l'intervento delle autorità competenti, nello specifico la società Acea, che si limitano al taglio dell'erba, ha organizzato con l'aiuto di volontari una pulizia straordinaria del grande viale che da troppo tempo si trovava in stato di abbandono. E così di prima mattina questo gruppo di 'cittadini modello', termine più adatto non potremmo usare, ha letteralmente preso arnesi e sacchi e ha ripulito questa importante strada del quartiere. La pulizia delle strade di Colle Prenestino è solo uno dei tanti obiettivi che si è posto il nuovo comitato di quartiere, che benchè di recentissima costituzione è già riuscito ad ottenere dalla società Ama una pulizia straordinaria delle strade in giorni prestabiliti. Migliorare la qualità del quartiere è il traguardo che si è prefissato il comitato grazie anche al coinvolgimento della comunità: perchè il termine periferia non deve necessariamente significare degrado e indifferenza.
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Un grande esempio di cosa sia una comunità unita. Questo è apparso agli occhi di chi passava la mattina di sabato 28 maggio per viale Nusco, nel quartiere Colle Prenestino. Il nuovo comitato di quartiere dopo aver richiesto più volte l'intervento delle autorità competenti, nello specifico la società Acea, che si limitano al taglio dell'erba, ha organizzato con l'aiuto di volontari una pulizia straordinaria del grande viale che da troppo tempo si trovava in stato di abbandono. E così di prima mattina questo gruppo di 'cittadini modello', termine più adatto non potremmo usare, ha letteralmente preso arnesi e sacchi e ha ripulito questa importante strada del quartiere. La pulizia delle strade di Colle Prenestino è solo uno dei tanti obiettivi che si è posto il nuovo comitato di quartiere, che benchè di recentissima costituzione è già riuscito ad ottenere dalla società Ama una pulizia straordinaria delle strade in giorni prestabiliti. Migliorare la qualità del quartiere è il traguardo che si è prefissato il comitato grazie anche al coinvolgimento della comunità: perchè il termine periferia non deve necessariamente significare degrado e indifferenza.
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giovedì 2 giugno 2011
Vogliono massacrare i No Tav

COMUNICATO STAMPA
Torino, 1 giugno 2011
I promotori del progetto “Uniti e Diversi” (http://www.unitiediversi.it/ ) fa proprie le dichiarazioni del Coordinamento delle Liste Civiche Valsusa, alla luce delle scandalose affermazioni di questi ultimi giorni, da parte del mondo politico, imprenditoriale e sindacale locale, torinese e nazionale, in cui si auspica l'intervento della forza pubblica “ad ogni costo” e “senza regole di ingaggio” in Valsusa, per consentire l'installazione del cantiere per il cunicolo esplorativo della Maddalena a Chiomonte, propedeutico alla costruzione della nuova ferroviaria ad Alta Velocità Torino – Lione, e condanna fermamente tali affermazioni sia sul piano politico sia sul piano democratico.
Si considera fin d'ora politicamente e moralmente responsabili di qualunque atto di violenza si potesse verificare in queste ore nei territori della Valsusa, coloro i quali hanno rilasciato tali dichiarazioni sui mezzi di comunicazioni, ritenendoli i mandanti di un clima di tensione e di giustificazione della violenza non accettabile in una nazione democratica.
Invitiamo tutti i rappresentanti del mondo politico, imprenditoriale, sindacale e tutti coloro che rappresentano pezzi della società civile, intellettuale e associazionistica, a dissociarsi pubblicamente dalle dichiarazioni che auspicano il ricorso alla violenza e alla militarizzazione del territorio della Valsusa.
Si ritiene che l'installazione di un cantiere di un'opera di tali dimensioni non possa avvenire “ad ogni costo” e “senza regole di ingaggio”, ma solo attraverso la dimostrazione della validità e dell'utilità di quell'opera, circostanza questa mai avvenuta.
Se ad “ogni costo” significasse anche a costo di violenza su un popolo in lotta, questo sarebbe un atto gravissimo e ingiustificabile e a questo ogni persona, ogni individuo onesto, si deve ribellare.
I promotori del progetto “Uniti e Diversi” si uniscono al Coordinamento delle Liste Civiche Valsusa nel chiedere a coloro che hanno auspicato pubblicamente la violenza su chi si oppone alla Torino-Lione, di ritrattare le loro dichiarazioni pubbliche che li rendono responsabili di qualunque incidente possa verificarsi nei prossimi giorni.
La violenza non è mai la soluzione per dirimere controversie, in particolare per una lotta sociale, pacifica e consapevole che da 22 anni, il popolo della Valsusa, porta avanti con coerenza, caparbietà e correttezza.
I promotori del progetto “Uniti e Diversi” e le liste civiche Valsusa esecrano altresì l’organizzazione del presidio di Edili organizzato il 30 maggio 2011 a Susa da parte della CISL.
Si tratta evidentemente di un gesto sconsiderato, fatto in un momento in cui la tensione sociale in Valle di Susa è altissima.
La difesa del posto di lavoro e la dignità dei lavoratori sono tra le priorità dei promotori del progetto “Uniti e Diversi”, oltre che delle Liste civiche Valsusa. Difesa e dignità di tutti i lavoratori, compresi i circa 3.000 addetti in campo agricoltura che vedranno svanire il proprio posto di lavoro con l’installazione dei cantieri. Non così pare per il segretario nazionale della CISL che, dopo aver dimenticato la dignità dei lavoratori di Mirafiori ora sta dimenticando anche la dignità dei lavoratori agricoli della Valle e utilizza i bisogni dei lavoratori per porli gli uni contro gli altri.
I promotori del progetto “Uniti e Diversi” sostengono le Liste civiche della Valsusa nell’invito alle lavoratrici e ai lavoratori a non prestarsi a queste bieche strumentalizzazioni e a pensare insieme a un presente e a un futuro sicuri e non funzionali all’arricchimento di pochi a
scapito della vita sia degli agricoltori che degli edili.
Invitiamo tutti gli uomini e le donne di buon senso a far la loro parte per evitare atti e azioni dalle conseguenze incalcolabili.
I promotori del progetto “Uniti e Diversi”:
Movimento Zero (Massimo Fini), , Per il Bene Comune (Monia Benini), Alternativa (Giulietto Chiesa), Maurizio Pallante (Presidente del Movimento per la Decrescita Felice), Rete Provinciale torinese dei Movimenti e delle Liste di Cittadinanza.
Per contatti:
Maurizio Pallante – Portavoce nazionale “Uniti e Diversi” – 339 7522290
E_mail: info@unitiediversi.it
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Torino, 1 giugno 2011
I promotori del progetto “Uniti e Diversi” (http://www.unitiediversi.it/ ) fa proprie le dichiarazioni del Coordinamento delle Liste Civiche Valsusa, alla luce delle scandalose affermazioni di questi ultimi giorni, da parte del mondo politico, imprenditoriale e sindacale locale, torinese e nazionale, in cui si auspica l'intervento della forza pubblica “ad ogni costo” e “senza regole di ingaggio” in Valsusa, per consentire l'installazione del cantiere per il cunicolo esplorativo della Maddalena a Chiomonte, propedeutico alla costruzione della nuova ferroviaria ad Alta Velocità Torino – Lione, e condanna fermamente tali affermazioni sia sul piano politico sia sul piano democratico.
Si considera fin d'ora politicamente e moralmente responsabili di qualunque atto di violenza si potesse verificare in queste ore nei territori della Valsusa, coloro i quali hanno rilasciato tali dichiarazioni sui mezzi di comunicazioni, ritenendoli i mandanti di un clima di tensione e di giustificazione della violenza non accettabile in una nazione democratica.
Invitiamo tutti i rappresentanti del mondo politico, imprenditoriale, sindacale e tutti coloro che rappresentano pezzi della società civile, intellettuale e associazionistica, a dissociarsi pubblicamente dalle dichiarazioni che auspicano il ricorso alla violenza e alla militarizzazione del territorio della Valsusa.
Si ritiene che l'installazione di un cantiere di un'opera di tali dimensioni non possa avvenire “ad ogni costo” e “senza regole di ingaggio”, ma solo attraverso la dimostrazione della validità e dell'utilità di quell'opera, circostanza questa mai avvenuta.
Se ad “ogni costo” significasse anche a costo di violenza su un popolo in lotta, questo sarebbe un atto gravissimo e ingiustificabile e a questo ogni persona, ogni individuo onesto, si deve ribellare.
I promotori del progetto “Uniti e Diversi” si uniscono al Coordinamento delle Liste Civiche Valsusa nel chiedere a coloro che hanno auspicato pubblicamente la violenza su chi si oppone alla Torino-Lione, di ritrattare le loro dichiarazioni pubbliche che li rendono responsabili di qualunque incidente possa verificarsi nei prossimi giorni.
La violenza non è mai la soluzione per dirimere controversie, in particolare per una lotta sociale, pacifica e consapevole che da 22 anni, il popolo della Valsusa, porta avanti con coerenza, caparbietà e correttezza.
I promotori del progetto “Uniti e Diversi” e le liste civiche Valsusa esecrano altresì l’organizzazione del presidio di Edili organizzato il 30 maggio 2011 a Susa da parte della CISL.
Si tratta evidentemente di un gesto sconsiderato, fatto in un momento in cui la tensione sociale in Valle di Susa è altissima.
La difesa del posto di lavoro e la dignità dei lavoratori sono tra le priorità dei promotori del progetto “Uniti e Diversi”, oltre che delle Liste civiche Valsusa. Difesa e dignità di tutti i lavoratori, compresi i circa 3.000 addetti in campo agricoltura che vedranno svanire il proprio posto di lavoro con l’installazione dei cantieri. Non così pare per il segretario nazionale della CISL che, dopo aver dimenticato la dignità dei lavoratori di Mirafiori ora sta dimenticando anche la dignità dei lavoratori agricoli della Valle e utilizza i bisogni dei lavoratori per porli gli uni contro gli altri.
I promotori del progetto “Uniti e Diversi” sostengono le Liste civiche della Valsusa nell’invito alle lavoratrici e ai lavoratori a non prestarsi a queste bieche strumentalizzazioni e a pensare insieme a un presente e a un futuro sicuri e non funzionali all’arricchimento di pochi a
scapito della vita sia degli agricoltori che degli edili.
Invitiamo tutti gli uomini e le donne di buon senso a far la loro parte per evitare atti e azioni dalle conseguenze incalcolabili.
I promotori del progetto “Uniti e Diversi”:
Movimento Zero (Massimo Fini), , Per il Bene Comune (Monia Benini), Alternativa (Giulietto Chiesa), Maurizio Pallante (Presidente del Movimento per la Decrescita Felice), Rete Provinciale torinese dei Movimenti e delle Liste di Cittadinanza.
Per contatti:
Maurizio Pallante – Portavoce nazionale “Uniti e Diversi” – 339 7522290
E_mail: info@unitiediversi.it
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venerdì 20 maggio 2011
In Spagna vogliono una "Democracia Real"


Da qualche giorno, i mass media europei (e qualche italiano) stanno ponendo sotto la luce dei riflettori le vicende spagnole. Nel paese iberico, una massa enorme di persone, per lo più giovani precari e disoccupati, è scesa in piazza per manifestare la loro sfiducia nei confronti di TUTTI i partiti esistenti in Spagna, e per sostituire al sistema dei partiti (la Casta) un sistema realmente democratico.
Potrebbe sembrare utopistico, detto in questi termini. Eppure i manifestanti hanno discusso ed approvato un documento programmatico, una "piattaforma" di rivendicazioni politiche e sociali, che è tutt'altro che utopistica.
Essi chiedono, al primo punto, la soppressione dei privilegi della classe politica, accusata di assenteismo e menefreghismo, di percepire stipendi troppo alti che andrebbero equiparati agli stipendi degli altri dipendenti statali, di utilizzare l'immunità e la prescrizione per evitare processi e condanne.
Chiedono nuovi posti di lavoro, tramite una riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, sgravi fiscali per le aziende che hanno meno del 10% dei dipendenti a tempo determinato, sussidio di disoccupazione fino a quando non verrà raggiunta la disoccupazione strutturale nazionale (5%).
Chiedono misure per la casa, come l'esprorio delle abitazioni edificate in stock e che non sono state vendute per metterle nel mercato in regime di locazione protetta e sovvenzioni alla locazione per giovani e cittadini con bassi redditi.
Chiedono un maggior intervento pubblico in settori strategici, come la sanità, l'istruzione, i trasporti e l'accesso al credito (banche).
Chiedono il ripristino della tassa sui ricchi, una nuova tassa sugli enti bancari e l'introduzione della Tobin Tax.
Infine, chiedono maggior partecipazione e potere decisionale: referendum obbligatori per la ricezione o meno delle direttive europee; libertà di informazione e di navigazione in internet; modificazione in senso totalmente proporzionale della legge elettorale; indipendenza totale del potere giudiziario (magistratura) dall'Esecutivo.
Come si può notare, le richieste della piattaforma di Democracia Real sono assolutamente fattibili. Molte sono a costo zero. Viene spiegato anche come finanziarie quelle che hanno un costo. Si è calcolato che con la riduzione degli stipendi e dei privilegi della casta, a cui vanno aggiunte tutte le tasse che sono state sopra elencate, si possano fare TRE finanziarie in Spagna.
L’imminenza delle elezioni amministrative, che il prossimo 22 maggio riguarderanno più di 8000 comuni spagnoli – e delle autonomiche, per 13 delle 17 comunità autonome – fa sì che il dissenso venga riportato con forza sulla classe politica in toto, declinando questo “Qué se vayan tod@s” in uno specifico “No les votes!” (non votarli!), un appello all’astensionismo che riunisce nello stesso disprezzo PP, PSOE e qualsiasi altro partito, perché “senza il nostro voto non sono nulla”.
“Senza casa, senza lavoro, senza pensione, senza PAURA!” è uno degli slogan più ripetuti da questo movimento, che trova le proprie fondamenta nella rete sociale allargata fra realtà molteplici, e nei social network il proprio altoparlante - Facebook e Twitter in testa.
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Potrebbe sembrare utopistico, detto in questi termini. Eppure i manifestanti hanno discusso ed approvato un documento programmatico, una "piattaforma" di rivendicazioni politiche e sociali, che è tutt'altro che utopistica.
Essi chiedono, al primo punto, la soppressione dei privilegi della classe politica, accusata di assenteismo e menefreghismo, di percepire stipendi troppo alti che andrebbero equiparati agli stipendi degli altri dipendenti statali, di utilizzare l'immunità e la prescrizione per evitare processi e condanne.
Chiedono nuovi posti di lavoro, tramite una riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, sgravi fiscali per le aziende che hanno meno del 10% dei dipendenti a tempo determinato, sussidio di disoccupazione fino a quando non verrà raggiunta la disoccupazione strutturale nazionale (5%).
Chiedono misure per la casa, come l'esprorio delle abitazioni edificate in stock e che non sono state vendute per metterle nel mercato in regime di locazione protetta e sovvenzioni alla locazione per giovani e cittadini con bassi redditi.
Chiedono un maggior intervento pubblico in settori strategici, come la sanità, l'istruzione, i trasporti e l'accesso al credito (banche).
Chiedono il ripristino della tassa sui ricchi, una nuova tassa sugli enti bancari e l'introduzione della Tobin Tax.
Infine, chiedono maggior partecipazione e potere decisionale: referendum obbligatori per la ricezione o meno delle direttive europee; libertà di informazione e di navigazione in internet; modificazione in senso totalmente proporzionale della legge elettorale; indipendenza totale del potere giudiziario (magistratura) dall'Esecutivo.
Come si può notare, le richieste della piattaforma di Democracia Real sono assolutamente fattibili. Molte sono a costo zero. Viene spiegato anche come finanziarie quelle che hanno un costo. Si è calcolato che con la riduzione degli stipendi e dei privilegi della casta, a cui vanno aggiunte tutte le tasse che sono state sopra elencate, si possano fare TRE finanziarie in Spagna.
L’imminenza delle elezioni amministrative, che il prossimo 22 maggio riguarderanno più di 8000 comuni spagnoli – e delle autonomiche, per 13 delle 17 comunità autonome – fa sì che il dissenso venga riportato con forza sulla classe politica in toto, declinando questo “Qué se vayan tod@s” in uno specifico “No les votes!” (non votarli!), un appello all’astensionismo che riunisce nello stesso disprezzo PP, PSOE e qualsiasi altro partito, perché “senza il nostro voto non sono nulla”.
“Senza casa, senza lavoro, senza pensione, senza PAURA!” è uno degli slogan più ripetuti da questo movimento, che trova le proprie fondamenta nella rete sociale allargata fra realtà molteplici, e nei social network il proprio altoparlante - Facebook e Twitter in testa.
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