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sabato 29 marzo 2014

Regno delle Due Sicilie, ovvero "la Germania d'Italia"



Pochi anni fa Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles, spulciò tra gli archivi delle Borse di Anversa e Parigi per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Il motivo è semplice: nella storia dello stato moderno, di ispirazione giacobina, quella iniziata nel 1861 è l'esperienza più vicina al faticoso tentativo di dare maggiore consistenza e unità politica alla UE, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali (compresi i debiti sovrani) degli stati europei. "Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati" ricordava la studiosa. 
Dopo l'invasione del Regno delle Due Sicilie, i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean"). La Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro faticoso di raccolta dati dai database e dagli archivi originali per capire come si sono mosse le quotazioni. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio.

La prima cosa che balza agli occhi è lo spread tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo la sedicente Unità: quelli del Regno delle Due Sicilie (pari a un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). 
Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno delle Due Sicilie economicamente stava all'Italia come la Germania oggi sta all'Eurozona. "Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto", scriveva la Collet, la quale ricordava che Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia e che le regioni del Sud avevano un'agricoltura fiorente (anche se basata sul latifondismo), una discreta struttura industriale e aree portuali commercialmente importanti.

Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi: esattamente lo stesso timore che oggi la Germania vive con gli eurobond. Nel 1862, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che la sedicente Unità era ormai irreversibile. "L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa" affermava Collet, prima di concludere il proprio lavoro e dimostrare, ancora una volta, quanto il Regno delle Due Sicilie fosse, nel confronto con l'Europa di oggi, "la Germania d'Italia".
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martedì 25 marzo 2014

Uno sguardo alle architetture esoteriche di Napoli

Tratto da Insorgenza.it




Il primo a parlare di architettura esoterica, cercando di penetrare la testimonianza misteriosa lasciataci da quelle maestranze attive a Napoli, tra tardo medioevo e primo rinascimento, fu il mio compianto amico Mario Buonoconto nel suo prezioso volumetto sulla “Napoli esoterica”.
Già sotto i Normanni e poi durante i regni di Svevi, Angioini ed Aragonesi, giunsero in città, dal nord Europa prima e poi dalla Francia e dalla Spagna, artigiani organizzati in confraternite sul modello franco templare.
Essi erano particolarmente abili nel sagomare il piperno, pietra molto dura, adoperata in genere per la pavimentazione stradale e per ricavare portali e soglie di balconi.
Già in epoca tardo romana si erano costituite delle corporazioni di maestri pipernieri che tramandavano i “segreti dell’arte” solo a pochi fidati apprendisti.
Nel Rinascimento erano chiamati “maste ‘e prete” e si immaginava che sapessero caricare la pietra di energia positiva.
Quando si apprestavano alla costruzione di un edificio importante, oltre a porre nelle fondamenta alcune monete, come obolo per i morti, in ossequio a riti propiziatori in uso presso i Caldei ed i Greci, cercavano, sfruttando una sorta di rabdomanzia, d’identificare i punti di forza del luogo, scegliendo il più adatto per costruire.
Questa breve introduzione è necessaria per affrontare il discorso sui segni presenti sul bugnato della facciata della chiesa del Gesù Nuovo, precedentemente palazzo della nobile famiglia dei Sanseverino, edificato nel Quattrocento e, dopo sfortunate vicende della casata, ceduto all’ordine del Gesuiti, che lo trasformarono nella splendida chiesa barocca, tra le più note della città.
L’architetto Novello da San Lucano si servì di maestranze locali che crearono quella serie di piccole piramidi aggettanti verso l’esterno con il vertice puntato sull’osservatore.
Queste facciate a bugnato, relativamente diffuse al nord, sono insolite nel meridione ed a Napoli ve ne son ben pochi esempi.
Su quelle in esame sono presenti numerosi strani segni incisi sulla superficie, un misterioso alfabeto con una sorta d’ideogrammi che si ripetono secondo un ritmo particolare, che fa supporre ad una chiave criptata di lettura, di recente oggetto di una suggestiva interpretazione da parte di uno studioso locale, Vincenzo De Pasquale, che ha ritenuto di identificarvi un pentagramma che si è materializzato in un concerto eseguito nella navata della stessa chiesa del Gesù Nuovo.
La lettura fatta dal De Pasquale parte dall’ipotesi, smentita da esperti della lingua, che i misteriosi segni non siano tracce lasciate dai cavatori per conteggiare il lavoro svolto, bensì lettere dell’aramaico, la lingua parlata da Gesù.
Ad ogni segno corrisponde una nota e la facciata è un pentagramma sul quale l’architetto, Novello da San Lucano, ha scritto la sua opera musicale che, di traccia in traccia, per vie misteriose, sarebbe finito persino in un’opera di Johann Sebastian Bach.
Il concerto, reintitolato “Enigma”, è stato suonato dall’organista ungherese LorentRez ma sarebbe stato scritto originariamente per strumenti a plettro. Il legame con l’Ungheria non è casuale. Novello da San Lucano andò a vivere nel paese magiaro e là morì, dopo aver progettato e costruito diversi edifici ed aver lasciato sue tracce nella storia artistica e musicale.


Alla ricerca di altri messaggi sulla pietra si è mosso da tempo un appassionato medico di professione, Lucio Paolo Raineri, che ha indagato sulle mura medioevali cittadine, costruite dagli Aragonesi, a partire dal 1484, servendosi di maestranze di Cava ‘de Tirreni ed utilizzando piperno proveniente dalle cave di Soccavo.
La folgorazione per il riflesso di uno specchio provocato da un’insolita luce estiva gli fece scorgere i frammenti di un misterioso discorso sulle pietre scure della Torre San Michele in via Cesare Rosaroll, una delle meglio conservate. Ha continuato le sue indagini fotografando altri segni strani su mura e torri che da via Marina arrivano fino a via Foria. Ha così fatto molte altre scoperte, alcune già note agli studiosi della Napoli segreta. «Sono quasi tutti segni lapicidi, marchi di fabbrica dei cavatori, segni di posa, di allestimento».
Per lo più si tratta di lettere dell’alfabeto, numeri o simboli astrologici ed anche una croce uncinata, segno di antica tradizione indiana (molto simili a quelli trovati anche sul bugnato della facciata del Gesù Nuovo). In altri casi, sono segni che richiamano l’alchimia o la massoneria perché le logge segrete originariamente erano composte da fratelli muratori.

I segni su Torre San Michele sono stati soltanto il punto di partenza.
Armato di taccuino e macchina fotografica, il medico-Indiana Jones s’è fatto tutto il percorso aragonese. «Naso all’aria», racconta, «confrontandomi con le supposizioni di chi mi vedeva in giro, cominciai a rivisitare i massi di piperno di altre torri, con i soli limiti di penetrazione del mio sguardo e della loro dislocazione e accessibilità» perché gran parte della fortificazione è ormai all’interno di palazzi privati o è stata abbattuta o è stata sommersa da superfetazioni architettoniche.
L’anamnesi di Raineri è stata scrupolosa ed ha partorito una relazione documentatissima nella quale si legge il resoconto delle sue esplorazioni nella metropoli dei segni che avrebbe fatto la felicità di un Roland Barthes in cerca del grado zero della testimonianza operaia. «Niente scorsi sui massi della piccola Torre Duchesca a vico Santa Maria a Formiello», scrive, «né sulla vicina Torre Sant’Anna. Porta Capuana ed il tratto di mura tra Torre Onore e Torre Gloria fu ricchissimo di reperti, visibili ad occhio nudo e ad altezza d’uomo. La stessa scarsezza di risultati l’ebbi per porta Nolana, anche se la grafia di quello che può sembrare un’intera parola sconosciuta, alla base della Torre Fede, mi ha lasciato sconcertato».
Oltre che sulle torri aragonesi, i segni lapicidi sono presenti in Campania sull’abbazia di San Guglielmo al Goleto e sulla cattedrale di Sant’Antonino a Sant’Angelo dei Lombardi e sull’abbazia di Santa Maria di Realvalle a Scafati.
Ma in una metropoli perennemente affollata e costruita su se stessa, ogni angolo racchiude un segreto, un messaggio, una pietra parlante. «L’importante è cominciare a capirne la lingua», commenta Raineri, che, molto probabilmente, è solo quella del lavoro.
Al fianco di scritte pseudocriptiche, ve ne sono altre, perfettamente leggibili, ma delle quali ci sfugge il significato, come quella che s’incontra nel porticato del chiostro dell’ex dimora dei Caracciolo, i cui locali sono stati utilizzati negli ultimi anni dai giudici di pace per i loro uffici.

Cogliamo l’occasione per descrivere il mastodontico edificio che ospita la scritta, posto sull’ultimo tratto di via Tribunali, l’unico in stile tardo gotico ed unico che ricorda l’architettura catalana.
L’edificio era stato disegnato dal grande architetto dell’arca funebre di re Ladislao a San Giovanni a Carbonara, Andrea Ciccione, e ne sopravvissero, come si vede, l’arco d’ingresso, il pianterreno del primo chiostro e la porta della sala di ricevimento, in origine sacello gentilizio di Sergianni e fino al diciottesimo secolo ricchissima cappella, detta “il tesoro”, dove si nominavano i nuovi magistrati del vicino tribunale.
Oggi, ad abitare il complesso, è il Comune di Napoli con i suoi uffici, sezione San Lorenzo, quartiere Forcella. Al primo piano i corridoi con gl’infissi in legno e le vetrate mostrano ancora il disegno ospedaliero. Qui erano ricoverate persone fino a pochi decenni fa: gli ultimi anziani pazienti ne sono usciti nel 1970.
Il Lazzaretto, sala maestosa, sgombra dai letti o dai pagliericci che si dovevano usare per appestati, malati di tifo ed altri pazienti colpiti da epidemia, è un trionfo di luce. Una separazione architettonica con timpano distingue la corsia dalla sala chirurgica o gabinetto medico.
Oggi, al posto dei tavoli anatomici, c’è una piccola sala conferenze su cui troneggia una lapide dedicata a Mariano Semmola. Tutta la sala del Lazzaretto è circondata a mezza altezza da una lunga balconata da cui passare cibo e rimedi ai malati con cui non si poteva entrare in contatto. Qui si curavano, tolte le epidemie, le diffusissime malattie veneree e della pelle (nel 1888 vi fu istituito un reparto dermoceltico).

Pochi anni fa in questa sala, infinitamente lunga ed infinitamente alta, sessanta metri, per dieci, per sei, è stata girata una fiction dedicata al medico santo Giuseppe Moscati, interpretato da Beppe Fiorello. Due anni fa, con la venuta a Napoli, in occasione del Napoli Teatro Festival, del grande regista spagnolo Enrique Vargas, il Lazzaretto diventò spazio teatrale, oscurato ed irriconoscibile, un lungo ventre di balena dove si avveravano visioni felliniane, gomitoli di cotone e ragnatele, morti e voci del passato e feste mobili che avvolgevano lo spettatore in un’esperienza irripetibile: un bell’esorcismo per un luogo del potere diventato luogo di sofferenza ed infine, luogo d’arte.
Il bellissimo palazzo, che era stato simbolo del potere di Sergianni Caracciolo su Napoli e sulla regina Giovanna II, sede di feste ed intrighi, manifesto della potenza degli uomini nuovi sulle antiche dinastie, acquistato dai frati Ospedalieri nel 1587,si trasformò in ospedale, per necessità.
Giaceva in abbandono da un secolo, infiltrato da case private, tanto che le liti fra vicini produssero un morto, come testimonia la lapide minacciosa,ancora oggi presente, voluta da un diffamato, in un lato del cortile: «Dio m’arrassa da invidia canina da mali vicini, et da bugia d’homo dabbene». Questa frase si presta a varie interpretazioni: potrebbe essere una preghiera od una delle tante invocazioni scaturite dalla filosofia dei napoletani. Viene anche citata dal Chiarini ed una leggenda vuole che se i frati dell’ospedale avessero tolto la targa, il possesso della donazione sarebbe passato all’ospedale Incurabili.

giovedì 20 marzo 2014

A vent'anni dall'omicidio di Don Peppino Diana



Giuseppe Diana nasce a Casal di Principe il 4 luglio 1958. Nel 1968 entra in seminario, vi frequenta la scuola media e il liceo classico. Successivamente intraprende gli studi teologici nel seminario di Posillipo, sede della Pontificia facoltà teologica dell’Italia Meridionale. Qui si licenzia in Teologia biblica e poi laurea in Filosofia alla Federico II. Nel 1978 entra nell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI) dove fa il caporeparto. Nel marzo 1982 è ordinato sacerdote. Diventa Assistente ecclesiastico del Gruppo Scout di Aversa e successivamente anche Assistente del settore Foulards Bianchi. Dal 19 settembre 1989 divenne parroco della parrocchia di San Nicola di Bari in Casal di Principe, suo paese nativo.

Successivamente diventa anche segretario del vescovo della diocesi di Aversa, monsignor Giovanni Gazza.

Insegnava anche materie letterarie presso il liceo del seminario Francesco Caracciolo, nonché religione cattolica presso l’istituto tecnico industriale statale Alessandro Volta di Aversa. Don Giuseppe Diana fu ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 nella sua chiesa, mentre si accingeva a celebrare messa.

La sua morte non è stata solo la scomparsa di una persona vitale, di un capo scout energico, di un insegnante generoso, di un testimone d’impegno civile: uccidere un prete, ucciderlo nella sua Chiesa, ucciderlo mentre si accingeva a celebrare messa, è diventato l’emblema della vita, della fede, del culto violati nella loro sacralità.

E’ stato il simbolo dell’apice cui può giungere la barbarie camorrista nei nostri territori. Il messaggio, l’impegno e il sacrificio di don Giuseppe Diana non possono essere dimenticati, ma la sua figura è stata presa d’assalto da sciacalli pronti a specularci sopra e sempre pronti ad attribuirgli frasi o fatti spesso anche inventati creando brand per il tornaconto economico di qualcuno o per far decollare la carriera politica o giornalistica di altri. “Per amore del mio Popolo non tacerò”, era lo scritto che la Forania di Casal di Principe, nel Natale del 1991 distribuì in tutte le parrocchie locali e dei paesi limitrofi, si faceva riferimento alla situazione Campana e Casalese dell’epoca.

Diceva questo, Don Diana: “Siamo preoccupati, Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana…. E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili”.

E preoccupati lo siamo ancora oggi, più di ieri, purtroppo: l’impotenza di allora è rimasta ma non ci abbattiamo e non facciamo da spettatori non paganti, anzi ci ribelliamo a tutto questo ogni giorno perché a distanza di venti anni sembra che le parole scritte in quel documento si siano avverate tutte e che questi “nuovi modelli di comportamento” non sono arrivati anzi, abbiamo avuto politici che non hanno difeso il buon nome dei cittadini onesti e non li hanno coinvolti in una politica di sviluppo seria per il territorio per arginare il fenomeno criminale.

La chiesa non si è fatta “più tagliente e meno neutrale” ma solo neutrale, ha continuato a lavorare per il bene della comunità solo nella parte religiosa con una crepa nel cuore e nelle azioni che difficilmente si rimarginerà. Noi lo ricorderemo con memoria, impegno e testimonianza, perché sono questi i punti fondamentali attorno ai quali molti cittadini insieme a tutta la rete associativa religiosa e laica, si prepara a celebrare il ventennale dalla scomparsa di don Giuseppe Diana, il 19 marzo, evento promosso dalla diocesi di Aversa e Libera in primis, con un programma fitto di appuntamenti su tutto il territorio a partire dalla “messa non celebrata” nella Parrocchia di San Nicola in Casal di Principe alle ore 7.30 del 19 marzo, orario in cui fu ucciso Don Peppino Diana, presieduta da Mons. Angelo Spinillo.

Simbolicamente il ritrovarsi a celebrare l’Eucarestia nella stessa ora dell’omicidio di Don Peppino Diana intende riprendere quella preghiera crudelmente interrotta da una mano assassina. In contemporanea suoneranno a festa tutte le campane delle parrocchie della Diocesi, ci sarà un grande raduno nazionale di scuole, scout e vittime di criminalità che cammineranno in un corteo per le strade della città fino alle 12.30 per poi ricevere l’accoglienza con un pasto freddo, frutta e acqua.

Nel pomeriggio fino a sera, nelle varie piazze e in alcuni istituti ci saranno spettacoli musicali e teatrali. Per amore del mio popolo, non mancherò.

sabato 15 marzo 2014

Così il Sud mantiene il nord



Vi sottopongo un articolo di qualche tempo fa, che dimostra inequivocabilmente quanto le boutade leghiste sul nord che mantiene il Sud siano semplici e gravissime menzogne. Il sito da cui è tratto l'articolo è Linkiesta, che non è un portale neoborbonico... eppure spiega, numeri alla mano, come in realtà sia il Sud a mantenere il nord e a pagare il prezzo più alto di questa sedicente Italia unita.
Buona lettura, si fa per dire...

Almeno il 75% delle entrate fiscali raccolte sul territorio deve restare in casa nostra, tuona Roberto Maroni a poche settimane dal voto, indicando ai nuovi vecchi alleati del centrodestra e agli avversari politici la linea del Piave leghista. L’altro giorno il Corriere della Sera ha fatto una simulazione calcolando che il sogno del Carroccio, se applicato alla lettera, farebbe lievitare le risorse disponibili per i soli cittadini lombardo-veneti di circa 19 miliardi (16 in Lombardia e 3 in Veneto).«A quel punto potremmo abolire l’Irap, fare investimenti e aiutare le nostre imprese e le nostre famiglie», si sfrega le mani il segretario del Carroccio. Secondo gli esperti interpellati dal Corriere si tratta di una rivendicazione irrealizzabile, al massimo si potrebbe fare per l’Imu: «In questo caso viene tassato un bene che appartiene davvero a quel paese o città» mentre un’azienda milanese o vicentina ha entrate che nascono in tutta Italia.«Passeremmo dal federalismo direttamente alla secessione», attaccano dall’opposizione, prendendo per buono il nuovo mantra leghista.
In realtà la proposta, anche se irrealizzabile, è politicamente interessante perché rilancia una convinzione di fondo che circola sopra il Po ben oltre il perimetro del consenso leghista, fino a farsi senso comune: il cosiddetto paradigma dei«territori separati» alla cui base c’è un dogma. La Padania paga, il resto del paese scialacqua. C’è un settentrione che funziona (è solo in difficoltà congiunturale) e un Mezzogiorno buco nero. L’Italia in sostanza è un Paese duale, un po’ Germania e un po’ Grecia, in cui il Sud incarna la panacea di tutti i mali del Nord. Quindi se la Padania non si libera velocemente della palla al piede, rischia di sprofondare pure lei.
Politicamente la traduzione è immediata: se a fine anni Novanta il Carroccio non c’è riuscito con la secessione, e nei Duemila con la devolution e il federalismo, adesso ci si riprova con il diritto a trattenere una grossa quota dei propri soldi sul territorio. Tassativo.
Se però guardiamo l’evoluzione del modello di sviluppo italiano la vicenda è molto più sfaccettata. Entrata in crisi l’industrializzazione forzata nei settori di base (petrolchimica, automotive, siderurgia) promossa con il sostegno finanziario dello stato (in 60 anni lo stato ha speso al sud 115 miliardi di euro in agevolazioni), e chiusa la Cassa per il Mezzogiorno nel 1992, nel meridione non ha neppure funzionato la stagione dei Patti per lo sviluppo, la strategia di far passare le risorse finanziarie direttamente attraverso le regioni su cui puntava Carlo Azeglio Ciampi e tutto il Dipartimento del Tesoro, allora guidato da Fabrizio Barca. In troppi casi la gestione delle politiche di programmazione negoziata ha risposto a logiche di appartenenza politica più che di sviluppo. Neppure ha dato grandi risultati il cosiddetto «modello adriatico» di piccola impresa tanto decantato dal Censis, alternativo all’industrializzazione dei grandi poli e all’assistenzialismo pubblico. Sembrava il naturale pendant meridionale dei distretti, invece...
Invece «venendo meno una strategia per lo sviluppo, la spesa pubblica ha assunto via via un peso crescente nell’economia del mezzogiorno, con una connotazione più marcatamente assistenziale», spiega Carlo Trigilia nel suo prezioso libretto Non c’è nord senza sud. Perchè la crescita dell’Italia si decide nel mezzogiorno (Il Mulino).
I dati impressionano. Negli ultimi vent’anni la spesa discrezionale, per sussidi e servizi, fatta 100 la quota a disposizione di un cittadino del nord, è schizzata a 106 per ogni abitante del sud; quella in conto capitale, per gli investimenti, fatta sempre 100 la quota girata al nord, al sud è crollata a 87. In contemporanea sono cresciute le spese per i consumi delle famiglie, sorta di sostegno al reddito (con soldi pubblici) andato ad alimentare, almeno fino alla grande crisi del 2008, i consumi di beni e servizi prodotti dalle Pmi distrettuali e dai sistemi di sviluppo locale, radicati nei territori manifatturieri dove la Lega nasce e fa proseliti. Quindi più risorse per consumi e clientele, meno per strade, scuole e infrastrutture. «Un ruolo del sud piuttosto marginale dal punto di vista produttivo, ma rilevante per la domanda di beni di consumo prodotti dalle imprese del centro-nord», riassume Trigilia.
Se guardiamo ai flussi di prodotti manifatturieri scambiati per macroaree italiane (Stime Svimez-Irpet), l’interdipendenza resta forte. La quota che dal Nord Ovest viene venduta al Sud è pari al 38%, dal Nord Est è pari al 31% e dal Centro al 29 per cento. «Le imprese padane scambiano col Meridione merci per un valore complessivo di 32 miliardi annui, in un mercato dove vivono e consumano 20 milioni di persone e la domanda di beni e servizi è più forte dell’offerta», spiegano i ricercatori dello Svimez. «La dipendenza del mercato economico meridionale da quello del Centro Nord resta molto forte nella subfornitura, ben oltre la quota dei trasferimenti pubblici». Le stesse aziende settentrionali completamente tecnologizzate e globali, che possono permettersi di«saltare» il Mezzogiorno, per Bankitalia sono una minoranza: 180mila su 4,5 milioni di imprese attive. E ancora. I circa 45 miliardi di euro annualmente trasferiti dal Centro-Nord al Sud, il cosiddetto residuo fiscale cuore del risentimento padano, «hanno finanziato importazioni nette di questa area pari a 62 miliardi dall’interno e a 13 miliardi dall’estero», ha calcolato l’economista Paolo Savona in un saggio pubblicato l’anno scorso dalla rivista Formiche.«In molte regioni le esportazioni interne hanno un peso elevato: in Lombardia hanno toccato nell’ultimo decennio il 52% del Pil annuale. Ma su questi dati - continua Savona - si assiste a una vera congiura del silenzio».
Un imbianchino scrive lo slogan “Prima il Nord”, scelto da Maroni, sul muro di Via Bellerio
Fino a metà degli anni Ottanta «questa strana miscela di dinamismo locale al nord e di disordine pubblico al sud ha tenuto senza troppe proteste». Il sistema salta con la crisi finanziaria e il peggioramento dei conti pubblici; il boom delle tasse, esplose per sfamare il debito pubblico; Tangentopoli e la fine della Prima repubblica; lo stop alle svalutazioni competitive, l’ingresso nella moneta unica e la globalizzazione. Nel momento in cui il modello avrebbe bisogno di un sostegno per crescere in produttività (cresciuta tra il 1990 e il 2010 solo del 15% contro il 38% della Germania e il 34% della Francia) e fare vere innovazioni di processo e prodotto per competere sulla qualità, il paese si avvita, zavorrato da servizi pubblici inefficienti, un centralismo scassato e costoso, un carico fiscale proibitivo e un gap infrastrutturale che aumenta esponenzialmente i costi per quei sistemi produttivi e di mercato più esposti alla competizione internazionale. Da qui il revanchismo del nord e la ri-esplosione del dualismo territoriale.
Ma la logica dei «territori separati» rischia di essere una lettura fallace.«Il Sud infatti cresce quando cresce il Nord. Le interrelazioni economiche sono così profonde da condizionare i risultati di ciascun territorio», conferma lo Svimez. Negli anni del miracolo economico i tassi di crescita del 4-5% al nord sono corrispondenti a quelli del meridione. Nei Novanta post svalutazione della lira, il boom del Nord Est si sposa agli anni migliori del mezzogiorno. Addirittura nel quinquennio ‘96-2000 il sud cresce più del nord. Poi la Padania va in letargo e, di conseguenza, il sud. L’ultimo decennio, insieme al brusco stop nel processo di convergenza Nord-Sud, mostra una perdita di competitività dell’intero settentrione. Se misuriamo il Pil per abitante il Nordovest nel 1998 vale il 140% della media dei paesi Ue, nel 2008, ultimo anno pre crisi, era sceso al 127%. Mentre il Nord Est passa da 137 a 125. La bassa crescita è dunque un fattore comune del paese, che precede la grande crisi mondiale. Non solo perchè il sud è una palla al piede ma anche per i problemi congeniti al modello padano: il nanismo d’impresa, la quasi scomparsa delle grandi aziende, il deficit infrastrutturale, la fine delle svalutazioni competitive e la difficile trasformazione terziaria della sua economia.
Quella dello sviluppo italiano è insomma una lettura diversa dal mainstream leghista che sta dietro a proposte come quella del 75 per cento. Tanto più che, chiosa Trigilia, «le ragioni del legame nord-sud non rispondono solo a pulsioni etico-politiche o alla solidarietà dovuta in ogni ambito nazionale bensì sempre più alle sfide che l’Italia deve affrontare per effetto dei processi di integrazione europea e della globalizzazione dell’economia». 

domenica 9 marzo 2014

I numeri parlano chiaro: l'italia deruba il SUD.

Scuole e Asili nido: ennesimo furto ai danni del Sud


Adesso ci sono i dati. Una valanga di numeri pressoché illegibili, in base ai quali dal 2014 in poi saranno ripartiti i soldi tra 6.702 Comuni. Con criteri bizzarri: nei confronti tra città simili si scopre che il federalismo fiscale viene applicato con due pesi e due misure.

Quando il Sud spende troppo, si applica con rigore (come giusto) il costo standard, quando il Sud spende poco - come per gli asili nido e le scuole - a sorpresa vale la famigerata «spesa storica», proprio quella che il federalismo fiscale prometteva di superare. Con risultati paradossali: per gli asili nido i fondi che saranno assegnati a Torino sono il triplo di quelli che spettano a Napoli, in base al discutibile principio che Torino fino a oggi ha speso di più. Napoli è fortemente svantaggiata anche rispetto a Roma e a Milano.

sabato 8 marzo 2014

Grillo: "E se domani l'Italia si dividesse?"



E se domani, alla fine di questa storia, iniziata nel 1861, funestata dalla partecipazione a due guerre mondiali e a guerre coloniali di ogni tipo, dalla Libia all'Etiopia. Una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati(?) dello Stato. Quale Stato? La parola "Stato" di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti. E se domani, quello che ci ostiniamo a chiamare Italia e che neppure più alle partite della Nazionale ci unisce in un sogno, in una speranza, in una qualunque maledetta cosa che ci spinga a condividere questo territorio che si allunga nel Mediterraneo, ci apparisse per quello che è diventata, un'arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme? La Bosnia è appena al di là del mare Adriatico. Gli echi della sua guerra civile non si sono ancora spenti. E se domani i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all'interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant'anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all'estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche. E se domani, invece di emigrare all'estero come hanno fatto i giovani laureati e diplomati a centinaia di migliaia in questi anni o di "delocalizzare" le imprese a migliaia, qualcuno si stancasse e dicesse "Basta!" con questa Italia, al Sud come al Nord? Ci sarebbe un effetto domino. Il castello di carte costruito su infinite leggi e istituzioni chiamato Italia scomparirebbe. E' ormai chiaro che l'Italia non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti. Le regioni attuali sono solo fumo negli occhi, poltronifici, uso e abuso di soldi pubblici che sfuggono al controllo del cittadino. Una pura rappresentazione senza significato. Per far funzionare l'Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l'identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l'annessione della Lombardia alla Svizzera, dell'autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d'Aosta e dell'Alto Adige alla Francia e all'Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene. E se domani...

Tratto dal blog di Beppe Grillo

venerdì 7 marzo 2014

Università del Sud, perché bisogna ritirare il decreto Carrozza



La pressione della gente del Sud che riconquista consapevolezza della propria storia e dei propri diritti negati, primo fra tutti, quello all’equità (uno Stato non può garantire ad alcuni cittadini una dote di infrastrutture e servizi e negarla ad altri), ha indotto prima il centrodestra a partorire partitini meridionalisti nei nomi e, nei fatti, alleati con la Lega contro il Sud; adesso induce il maggior partito del centrosinistra a meridionalizzarsi a Sud (iniziativa di Michele Emiliano e altri dirigenti terroni), per contrastare la deriva nordista del partito, sempre più spudorata, violenta.

Basti vedere questo “nuovo” governo e chi lo dirige; per non parlare di quello precedente e di chi lo dirigeva: se Renzi non nomina mai il Sud e quando lo fa, avrebbe fatto meglio a stare zitto, Letta diceva che l’Italia starebbe davanti alla Germania, se non avesse Campania e Calabria (e pensate dove saremmo senza lui e suo zio…).

Ma, detto questo, a me sembra un segnale comunque positivo che il Pd abbia bisogno di proporsi, a Sud, quale rappresentanza di tali nuovi sentimenti. In questo sono maoista: non mi importa se il gatto sia nero o bianco, purché acchiappi il topo. E se davvero il Pd meridionale vuol dare seguito ai dichiarati propositi (sennò, siamo ancora a chiacchiere e tabacchiere e’ legnamm…), ha un bel modo per convincerci che fa sul serio: per cominciare, obblighi Renzi a ritirare il vergognoso decreto emesso dal governo precedente, a firma del peggiore ministro di sempre all’Istruzione, tale Carrozza, con il quale si sono condannate a morte le università del Sud, per favorire solo quelle del Nord (in primis quella del ministro Carrozza), grazie a criteri furbescamente scelti. I parlamentari meridionali, di destra e di sinistra, hanno taciuto e colpevolmente consentito; forse, persino scodinzolato.

Se l’hanno fatto per ignoranza, distrazione, incapacità, ora hanno l’occasione di recuperare. Alcuni rettori delle università meridionali hanno protestato, ma sono rimasti soli. Se Emiliano fa sul serio, si rivolga ai rettori, ai parlamentari (e lasci perdere le appartenenze partitiche: qui si tratta del futuro e persino del presente dei nostri giovani, delle loro famiglie): li convochi, li sostenga e li sproni in questa opera di risanamento di un disastro voluto e concepito, raccogliendo i passi già fatti, in questo senso, dai precedenti ministri Gelmini e Profumo (scusate i termini…), proprio da un ministro del Pd! Da un governo presieduto da uno del Pd! Qui Emiliano e gli altri del Pd meridionale devono dimostrare che non sacrificano il Sud all’obbedienza di un partito che vuol fare concorrenza alla Lega, al Nord, ammazzando il futuro del Mezzogiorno (e chissà se la concorrenza alla Lega basta a “giustificare”, si fa per dire, queste azioni. Secondo me le avrebbero fatte comunque). Così capiremo se si sono davvero resi conto di quello che sta succedendo o no.

giovedì 27 febbraio 2014

Approvato il testo sui crimini ambientali alla Camera



Il risultato è di quelli da segnare in agenda, non solo perché il testo approvato ieri alla camera darà un forte aiuto alla lotta ai crimini ambientali, ma anche perché c’è stata una grande unione tra le varie forze politiche: hanno votato 390 deputati sui 445 presenti e il testo è stato approvato con 386 sì, 4 no e 45 astensioni.

Il testo, nato a partire da tre proposte di legge i cui i firmatari erano l’On Realacci-Pd, Micillo-M5S e Pellegrino-Sel, renderà più efficace il contrasto alle illegalità e alle ecomafie. Attraverso questo strumento si è finalmente introdotto un adeguamento del nostro codice penale ai sempre più diffusi reati contro l’ambiente e alla normativa europea in materia ambientale (direttiva n. 2008/99/CE).

Ricordiamo che i crimini contro l’ambiente sono arrivati ad essere uno dei più grandi affari per la malavita organizzata, infatti dal rapporto ”Ecomafia di Legambiente” fruttano alle organizzazioni criminali circa 16,7 miliardi l’anno.

I punti fondamentali del testo unificato sono l’introduzione di quattro nuovi reati: disastro ambientale, punito con il carcere da 5 a 15 anni  per coloro che alterano gravemente o irreversibilmente l’ecosistema o compromettono la pubblica incolumità; delitti di inquinamento ambientale in cui è prevista la reclusione da 2 a 6 anni (e la multa da 10mila e 100mila euro) per chi deteriora in modo rilevante la biodiversità o l’ecosistema o la qualità del suolo, delle acque o dell’aria; il traffico di materiale radioattivo che colpisce con la pena del carcere da 2 a 6 anni (e multa da 10mila a 50mila euro) chi commercia e trasporta materiale radioattivo o chi se ne disfa illegittimamente; l’impedimento di controllo, per cui chi nega o ostacola l’accesso o intralcia i controlli ambientali rischia la reclusione da 6 mesi a 3 anni.

A questo si aggiunge l’aggravante per chi commette reati ambientali in forma associativa: “aggravante ecomafiosa”, che scatta in presenza di associazioni mafiose, finalizzate a commettere i delitti contro l’ambiente o a controllare concessioni e appalti in materia ambientale. Aggravanti, peraltro, sono previste anche in caso di semplice associazione a delinquere e se vi è partecipazione di pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio.  

Nel caso di ravvedimento operoso sono stati introdotti “sconti pena”: se l’imputato evita conseguenze ulteriori, aiuta i magistrati a individuare colpevoli o provvede alla bonifica e al ripristino dei territori, la sua pena sarà ridotta da metà a due terzi.

Inoltre è stato inserito il raddoppio dei tempi di prescrizione del reato per i delitti; se poi si interrompe il processo, per dar corso al ravvedimento operoso, la prescrizione è sospesa.

Fondamentale è il ripristino a carico del condannato dello stato dei luoghi: sarà Il giudice, in caso di condanna o patteggiamento della pena, a ordinare il recupero e, dove tecnicamente possibile, il ripristino dello stato dei luoghi a carico del condannato.

In conclusione, il testo dà un fortissimo impulso alla lotta a quei reati che negli ultimi anni, in particolare nei nostri territori, hanno  martoriato un ecosistema e inflitto non solo danni spesso irreparabili, quali aumento di malattie e distruzione di territori, ma anche danni in termini di immagine a settori produttivi fondamentali per la sopravvivenza delle economie territoriali, come la nostra agricoltura.

Vincenzo Triunfo
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domenica 16 febbraio 2014

'A paura fa 90 - La tradizione del Lotto



Il gioco della tombola fu ideato a Napoli intorno al 1735 al tempo del famosissimo padre predicatore domenicano Gregorio Maria Rocco (Napoli, 4 ottobre 1700 †Napoli, 2 agosto 1782); tale frate domenicano, molto noto sia tra il popolo che a corte, si prodigò a Napoli e provincia in opere di assistenza e di apostolato per alleviare la sofferenza di poveri ed emarginati e combattere il vizio in tutte le sue forme e facendo leva sulla grande la considerazione che gli veniva attribuita indusse nel sovrano Carlo di Borbone [(Madrid, 20 gennaio 1716 – †Madrid, 14 dicembre 1788) che fu, con il nome di Carlo I, dal 1731 al 1735, duca di Parma e Piacenza e poi dal 1735 al 1759 re di Napoli e Sicilia senza numerazioni; avrebbe dovuto essere Carlo VII secondo l'investitura papale, ma non usò mai tale ordinale), e dal 1759 fino alla morte re di Spagna con il nome di Carlo III (Carlos III) nome con cui fu poi ricordato anche a Napoli che gli intitolò la piazza antistante la costruzione di cui qui di sèguito dico.

Il padre domenicano Gregorio Maria Rocco, dicevo, indusse nel sovrano Carlo l’idea della costruzione del Real Albergo dei Poveri (1751-1829) su progetto dell'architetto Ferdinando Fuga (Firenze, 1699 – †Roma, 1782), per dare ricovero ai diseredati. Notissima poi la sua l'iniziativa dell'illuminazione delle strade napoletane, fino allora inesistente, per contrastare i banditi che sul far del buio assaltavano i viandanti.

La situazione già critica al tempo del vice regno spagnolo, si era fatta insostenibile dappoiché s’era dimostrato persino vano il tentativo di illuminare le strade con delle lampade ad olio che venivano subito rimosse dai malintenzionati; il padre Rocco ricorse allora ad un gesto astuto; facendo leva sul sentimento religioso popolare, aveva fatto apporre immagini sacre sui muri delle case,soprattutto su quelle ai cantoni delle viuzze e vicoletti, sollecitando i fedeli ad accendere a sera uno o piú lumini innanzi alle effigi; se ne ricavò una illuminazione stradale insufficiente forse, ma funzionale che mantenne il suo scopo fino a tutto il 1° Gennaio 1817 con le prime tracce del gas a Napoli allorché il re Ferdinando I Borbone (Napoli, 12 gennaio 1751 –† Napoli, 4 gennaio 1825) concesse a Pietro Andevel di Montpellier un "privilegio" per fornire la città di un’illuminazione a gas idrogeno. Ma non divaghiamo!

Torniamo al padre G.M.Rocco che nel 1735, adducendo l’immoralità del giuco del Lotto, ottenne da Carlo III che détto gioco (peraltro ammesso come monopolio del Regno per sostenere le casse dell’erario), fosse sospeso durante il periodo natalizio; il popolo ovviamente gradí poco il divieto e si organizzò in proprio, evitando altresí che il Lotto finisse nelle mani della camorra, ideando un giuoco familiare molto simile al Lotto, ma esente dal gravame fiscale, giuoco da farsi durante le festività natalizie in luogo del sospeso Lotto, gioco quest’ultimo molto praticato a Napoli e provincia sebbene fosse giuoco non originariamente partenopeo, ma fósse nordico, precisamente ligure e segnatamente genovese, la tombola. Del suo ideatore tal Cristoforo Taverna, mancano esatte notizie biografiche: chi lo dice milanese, chi genovese, ma tutti concordono sul fatto che fosse un banchiere che intorno al 1450 ideò un giuoco a premi (giuoco delle Borse), giuoco in cui v’erano sette premi (o borse) determinati mediante l’ estrazione a sorte di cinque numeri su novanta; gli originarî sette premi [che furono nell’ordine primo eletto (a Napoli primm’aletto) – estratto semplice( a Napolistratto) – situato – ambo – terno – quaterno (ma a Napoli quaterna come normalmente poi in uso ovunque) – cinquina] furono poi portati ad otto con l’introduzione di un’ottava borsa intermedia détta cadenza che premiava chi indovinasse la decina con maggior presenza nei cinque numeri estratti, ed il giuoco dell’otto borse divenne giuoco del lotto o piú semplicemente lotto), nelle tombole domestiche si sostití la borsa della cadenza e fu premiato chi indovinasse quindici numeri (‘a chiena), per cui i premi del lotto domestico (tombola) furono nell’ordine primo eletto (a Napoli primm’aletto) – estratto semplice( a Napoli stratto) – situato – ambo – terno – quaterno (ma a Napoli quaterna come normalmente poi in uso ovunque) – cinquina – chiena.
Raffaele Bracale Brak, dal sito di Insorgenza.it

giovedì 13 febbraio 2014

Insorgenza lo aveva detto. Le Iene confermano.



Questo è il video delle Iene, realizzato dallo stranamente ottimo Lucci.
Questo è l'articolo dell'insorgente Floriana Tortora, di qualche giorno fa.

Quello che segue è, invece, l'articolo di Nando Dicè alla luce del servizio delle Iene:

Ieri sera un servizio di Enrico Lucci alle Iene sull’altra verità in merito allo scippo avvenuto in un vicolo di Napoli, presunto scoop di Repubblica, da noi ampiamente contestato.
Un video che ha aperto subito un dibattito feroce sul web.
Ora le Iene sono sempre jene e nelle jene non c’è coerenza, ma solo istinto del branco, verso prede deboli isolate, morenti. E si sa, l’odore della “morte” attira l’audience italiano.
E’ però evidente che se la Vera Napoli non avesse reagito, al punto di essere aggressivissima contro la diffamazione giornalistica standard denominata Sputtanapoli, le Iene avrebbero sbranato un cadavere morente. Ma Napoli non è morta e quindi quando una jena si accorge di questo che fa? È costretta a dire la verità e lo dice da jena, col sorriso maligno di chi sghignazza innanzi al “pasto mancato”.
Ma ogni jena, deve mangiare, deve portare il servizio giornalistico a casa e quindi dopo le varie reazioni dei napoletani sui servizi scandalosi dedicati alla presunta indifferenza di Napoli, avviene il miracolo.
La jena Lucci, ridendo ridendo, dice la verità. Certo: la dice come chi non è abituato a parlare bene di Napoli, pescando alla rinfusa i nomi e le azioni considerate “buone” su Napoli , mischiando Giacobini e Lazzari, Vico e Resistenza, Masaniello e Settembrini, e offrendoci una ricerca da terza media, in perfetto stile italico, ovviamente.
Ma alla fine dice quello che a noi interessa: era impossibile che quello che la maggior parte della stampa ha descritto fosse vero. Infatti non lo era. Non era vero che il popolo ha aiutato lo scippatore, non era vero che la gente non ha fatto nulla, non era vero che Napoli morente fosse acquiescente alla morte per inciviltà che l’Italia dei media auspica per Napoli.
E poi? E poi Benjamin su cui la jena ritorna jena… povero, emigrato, in cerca di lavoro, poverino ora deve pure preoccuparsi che “gli amici dello scippatore” lo puntino per una ritorsione. Logicamente il fatto che Benjamin fosse tutti i giorni li, dove era stato da prima dell’atto eroico, dovrebbe fugare ogni dubbio, avrebbe dovuto far ritenere inutile quella domanda, ma in fondo senza quella domanda che jene sarebbero? E poi? E poi il signore anziano che nonostante abbia cercato di fermare il mezzo e chiamato i poliziotti, si è visto accusare di “associazione solidale con gli scippatori” ma che invece reagisce e fa bene.
Potrei continuare a lungo, ma mi basta dire che lo scippatore era a detta dei testimoni in “pigiama”, sotto i chiari effetti della droga, che la signora rapinata continuava a dire “lasciatelo andare” e che la situazione era altamente confusa ed il tutto si è svolto in pochi minuti. Vorrei chiudere con qualche considerazione.
Le jene sono jene, ma gli sciacalli non mancano mai… e sciacallaggio è quello di chi per sputtanare i napoletani chiede la cittadinanza onoraria di Benjamin, sciacallaggio è non ricordare che per le strade di Napoli c’è l’esercito e nonostante tutto esistono gli scippi. Sciacallaggio e sputtanapoli è non sottolineare che le forze dell’ordine  hanno assicurato lo scippatore alla galera grazie alla denuncia dei napoletani.
Invece azzannata la preda e preso il boccone migliore, lasciano il cadavere alle jene… e poi parlano di vergogna.
Stavolta però la jena era sazia: e la verità, o almeno una parte di essa ha sputtanato lo sputtanapoli. Dandoci ragione. E lo sappiamo, fa male a chi non ha avuto il coraggio e mai l’avrà di difendere il suo popolo continuando a automassacrarsi masochisticamente.

Nando Dicè

E ADESSO CHIEDETECI SCUSA!

martedì 11 febbraio 2014

Tutto quello che non va nel decreto "Terra dei Fuochi"

Vi sottopongo due articoli molto interessanti, riguardanti il cosiddetto "Decreto sulla Terra dei Fuochi". Potrete notare le criticità di questo decreto, pensato male e realizzato peggio.
Nei prossimi giorni, su L'INSORGENTE sarà disponibile il testo integrale del Decreto, con le modifiche degli emendamenti.



Poteva il parlamento italiano convertire il decreto legge 136/13 (noto come Terra dei Fuochi ed Ilva) da noi ritenuto pessimo fin dal primo istante, peggiorandolo ulteriormente?

La risposta negativa sembrava assolutamente la più razionale delle opzioni. Il decreto licenziato dal Consiglio dei Ministri, prima ancora di passare alla Camera dei deputati ed arrivare blindatissimo al Senato, già appariva, nella sostanza, il tentativo goffo del governo e della politica romanocentrica di creare uno spot elettorale a futura memoria.

Come spesso accade, però, nelle italiche faccende ciò che era di per sé male è divenuto peggio con le modifiche approvate dagli illuminati parlamentari all’atto del passaggio alla Camera. La mera elencazione degli emendamenti incriminati non avrebbe lo stesso effetto che ha l’analisi del resoconto stenografico della seduta al Senato che mostra tutti gli aspetti patologici del sistema e del provvedimento. Sotto il primo profilo appare subito evidente l’affanno e l’imbarazzo col quale i senatori discutono di un argomento a loro, evidentemente, ignoto e di un provvedimento sul quale hanno avuto pochissimo tempo per deliberare.

Sotto il secondo abbondano le contraddizioni, persino negli interventi a favore da parte dei parlamentari della maggioranza. La cartina di tornasole dell’imbarazzante faccenda è già nelle parole del relatore Sollo che, in sede di relazione orale, da un lato superfeta il ruolo della criminalità locale sostenendo che il decreto riguarda “un’area che si caratterizza per lo sversamento illegale di rifiuti, anche tossici, da parte della camorra e, in particolare, del clan dei Casalesi” per poi fare riferimento alla particolare natura dei rifiuti ammettendo che “da molti decenni nelle campagne campane si sono verificati sversamenti di rifiuti industriali e di rifiuti tossici e nucleari provenienti dal Nord Italia e dal Nord Europa” senza, però, accennare, neanche minimamente, alla catena di correità che ha potuto (per cinque lustri) consentire a tali rifiuti di viaggiare, indisturbati attraverso lo stivale. Ancora il Governo, attraverso il suo imbarazzato relatore, dichiara che “secondo un rapporto dell’ARPA della Campania, un’area di 3 milioni di metri quadri, compresa tra i Regi Lagni, Lo Uttaro, Masseria del Pozzo-Schiavi (nel Giuglianese) ed il quartiere di Pianura della città di Napoli, risulterebbe molto compromessa per l’elevata e massiccia presenza di rifiuti tossici” senza spiegare come mai dallo screening medico della popolazione, introdotto con un emendamento alla Camera, vengano pretermesse la città di Napoli ed alcune zone del casertano come Terzigno.

Nemmeno spiega il Governo come, preso atto che “la Campania fosse destinata a diventare una discarica a cielo aperto, soprattutto di materiali tossici tra cui piombo, scorie nucleari e materiale acido, che hanno inquinato le falde acquifere campane e le coste di mare dal basso Lazio fino ad arrivare a Castel Volturno” il decreto si limiti alla mappatura dei terreni agricoli tralasciando quelli non agricoli e, soprattutto l’analisi delle falde acquifere.

Non spiega il Governo come, preso atto del ruolo della criminalità mafiosa nel ciclo dello smaltimento dei rifiuti illeciti, abbia potuto ritenere di approvare un provvedimento che deroga i controlli antimafia per le imprese impegnate nelle bonifiche del territorio. Si tratta, per inciso, di centinaia di milioni di euro (di provenienza comunitaria e sottratti all’agricoltura Campana) che rischiano di arricchire gli stessi soggetti (massoneria, politica, camorra) che hanno stuprato il territorio.

Non spiega il Governo la necessità di un provvedimento ad hoc così raffazzonato in vigenza del decreto legislativo 152/06 (chi inquina paga) di per sé sufficiente, sotto l’aspetto sanzionatorio, a garantire la posizione in capo agli autori dell’inquinamento degli oneri di bonifica. Verrebbe il sospetto che se ne sia evitata l’applicazione onde evitare che gran parte degli oneri fossero ricaduti sul tessuto industriale toscopadano e sullo stato complice attraverso le sue strutture di controllo corrotte. Non spiega il governo il senso di una mappatura a chiazza di leopardo con la costituzione di aree agricole no food senza esplicitare i modi ed i tempi della bonifica integrale dei luoghi. Imbarazzo. La sensazione è netta, violenta. Disgusta.

Il Governo ha trattato il problema con la fretta ansiosa di chi deve necessariamente nascondere una verità impronunciabile. Nella Terra dei fuochi è stato perpetrato uno scientifico genocidio di una popolazione inerme sacrificata sull’altare della tenuta economica del sistema imprenditoriale norditaliano attraverso l’abbattimento dei costi di smaltimento dei rifiuti speciali. Il Governo, se avesse minimamente approfondito il dibattito, o lo avesse favorito attraverso la piena discussione del provvedimento adottando, avrebbe dovuto rispondere alla domanda relativa ai quattro lustri di secretazione imposta dalla politica attraverso personalità ancor oggi ben salde nella sala dei bottoni, l’On.le Sig. Presidente della Repubblica in primis al tempo delle dichiarazioni si Schiavone Ministro degli Interni e fautore della segretazione.

Alessandro Cantelmo

In questa breve nota vorrei analizzare l’articolo 3 della legge in questione che è quello che introduce il reato di “combustione illecita di rifiuti”

La norma ha l’obiettivo di introdurre sanzioni penali per contrastare chi appicca i (fuochi) roghi tossici prevedendo uno specifico Reato – Delitto -“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata è punito con la reclusione da due a cinque anni. Nel caso in cui sia appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi, si applica la pena della reclusione da tre a sei anni. Il responsabile è tenuto al ripristino dello stato dei luoghi, al risarcimento del danno ambientale e al pagamento, anche in via di regresso, delle spese per la bonifica.”

Questo articolo si affianca all’art.256 del TUA (Testo unico ambientale), diventando l’art. 256 bis del predetto testo.

Ma cosa prescrive l’art 256 del TUA?

“Chiunque effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione di cui agli articoli 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 216 e’ punito:
a) con la pena dell’arresto da tre mesi a un anno o con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti non pericolosi;
b) con la pena dell’arresto da sei mesi a due anni e con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti pericolosi.”

Poichè la combustione è sicuramente considerabile come uno dei tanti modi attraverso i quali è possibile smaltire il rifiuto, non appare molto chiara, nel merito, l’introduzione di uno specifico reato per il rogo (a parte per le sanzioni penali più dure).

Nel metodo la norma si rivela comunque incapace di affrontare il problema, allo stesso modo di quanto già fosse in precedenza l’art. 256 su menzionato. Non ci sembra infatti che questa norma abbia mai nemmeno lontanamente inciso nella direzione di una diminuzione dei roghi di rifiuti.

Si dirà, si però adesso è previsto uno specifico reato di combustione che permetterà di perseguire un reato che invece prima era affidato alla interpretazione e alla tenacia della Polizia giudiziaria e della relativa Autorità, per la possibile distinzione tra “smaltimento” e “combustione”.

Contestazione lecita, intendiamoci. Però bisogna tenere presente che la combustione illecita di rifiuti era già prevista nel D.L.172/2008 convertito dalla L.210/2008 emanato per fronteggiare “l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania”, normativa applicabile ancora oggi in tutti quei territori dello Stato Italiano qualora vi fosse dichiarato, ai sensi della L. 24 febbraio 1992, n. 225 in vigore dal Novembre 2008 al 31 Dicembre 2009, data in cui è cessato lo stato di emergenza in Regione Campania.

Il riferimento che si è fatto è all’art 6 del D.L. 210/2008 il quale prevede che “Nei territori in cui vige lo stato di emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti dichiarato ai sensi della legge 24 febbraio 1992, n. 225: chiunque in modo incontrollato o presso siti non autorizzati abbandona, scarica, deposita sul suolo o nel sottosuolo o immette nelle acque superficiali o sotterranee, ovvero incendia rifiuti pericolosi, speciali ovvero rifiuti ingombranti domestici e non, di volume pari ad almeno 0.5 metri cubi e con almeno due delle dimensioni di altezza, lunghezza o larghezza superiori a cinquanta centimetri, e’ punito con la reclusione fino a tre anni e sei mesi;

Lo stesso articolo alla lettera b prevede pene più severe se chi commette l’illecito riveste la qualifica di impresa o responsabile di enti. In tal caso è previsto:”i titolari di imprese ed i responsabili di enti che abbandonano, scaricano o depositano sul suolo o nel sottosuolo in modo incontrollato e presso siti non autorizzati o incendiano i rifiuti, ovvero li immettono nelle acque superficiali o sotterranee, sono puniti con la reclusione da tre mesi a quattro anni se si tratta di rifiuti non pericolosi e con la reclusione da sei mesi a cinque anni se si tratta di rifiuti pericolosi.”

Il reato di combustione illecita dei rifiuti era quindi già previsto dal D.L. 210/2008 in vigore in Campania fino al 31 Dicembre 2009 con scarsissimi risultati nel contrasto al fenomeno dei roghi di rifiuti, come confermato dalle statistiche rese disponibili dalle procure di Napoli e Caserta.

A questo punto si potrebbe obbiettare che il comma 2 della nuova legge metti a disposizione dei prefetti, qualora ne facessero richiesta e comunque non oltre il 31 Dicembre 2014, un contingente di massimo 850 unità di militari. Le risorse a disposizione per l’utilizzo del contingente militare impiegato nelle operazioni di controllo del territorio con funzioni di agenti di pubblica sicurezza (quindi con esclusione delle funzioni di polizia giudiziaria), vengono attinte da un fondo di cira 40 milioni di euro previsti dall’art.1, comma 264 della legge 27 Dicembre 2013, n.147. I 40 milioni di euro menzionati fanno parte di un fondo che serve non solo nei territori della Campania ma in tutte quelle realtà nelle quali per situazioni emergenziali i prefetti ne facciano richiesta.

Bisogna chiarire che l’impiego del contingente militare, con funzioni di pubblica sicurezza, era stato già previsto dalla legge 125/2008 e fino al 31 Dicembre 2009, comportando anche allora risibili risultati nella lotta al contrasto dei roghi e degli sversamenti abusivi di rifiuti.

Si tratta quindi, ancora una volta, di una misura emergenziale che non ha, per sua stessa natura, la capacità di scongiurare il ripetersi, alla fine del periodo emergenziale, degli atti criminali che pur dichiara di voler debellare. Anzi in verità la sua utilità nel perseguire il fine dichiarato è molto opinabile, da un’analisi dei risultati prodotti in passato, anche nel periodo di sua applicazione.

Cosa non prevede la nuova legge.

1) Innanzitutto il problema è mal individuato poichè non si fa riferimento esplicito alla problematica della filiera produttiva criminale che produce e alimenta la problematica degli sversamenti abusivi e dei relativi roghi.

Per esempio non si accenna alla possibilità di estendere il SISTRI (Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti) anche ai produttori iniziali che non sono organizzati in enti o imprese e a tutti coloro che producono rifiuti urbani, ancorchè pericolosi.

Infatti l’articolo 188-ter del TUA (D.Lgs. n. 152/2006), così come modificato, dal D.L. n. 101/2013 e dalla legge di conversione n. 125/2013, limita l’obbligo di adesione al SISTRI a queste categorie di operatori economici:

a) enti o imprese produttori iniziali di rifiuti speciali pericolosi.
b) enti o imprese che raccolgono o trasportano rifiuti speciali pericolosi a titolo professionale.
c) enti o imprese che effettuano operazioni di trattamento, recupero, smaltimento, commercio e intermediazione di rifiuti urbani e speciali pericolosi.

Sono quindi esclusi tutti i produttori non organizzati in enti o imprese e tutti i produttori, di qualsiasi natura, di rifiuti urbani, ancorchè pericolosi (Pile, batterie, vernici, pitture, colori, coloranti, inchiostri, olio esausto, mercurio, etc).

2) Non si fa riferimento alcuno alla ragione dello scarso controllo del territorio da parte delle forze preposte a questo fine. Ovvero il sottodimensionamento critico e sistemico delle forse di polizia sul territorio, le quali avrebbero urgente bisogno di maggiori finanziamenti ordinari e di un incremento del numero di personale.

3) Appare discutibile la scelta di stanziare 40 milioni di euro per gestire una situazione emergenziale quando invece ci sarebbe bisogno di metodi ordinari per il controllo del territorio. Oltre alla su citata possibilità di impiegare un numero maggiore di forze di polizia sarebbe certamente utile avvalersi dell’ausilio di droni, apparecchi sofisticati capaci di sorvolare il territorio senza essere individuabili. La comunicazione in tempo reale tra i droni e gli uffici di polizia renderebbe tempestiva la risposta delle forze dell’ordine rispetto a fenomeni di sversamenti abusivi e combustione di rifiuti senza il bisogno di impiegare fisicamente sul territorio un numero eccessivo di unità operative.

Per quanto fin qui analizzato ci sembra che il legislatore non riesca ad individuare le cause della problematica che si prefigge di contrastare, e quindi la legge approvata non appare capace, per quanto analizzato sopra, di conseguire la finalità per la quale è stata emanata.

Domenico Cuozzo

domenica 9 febbraio 2014

Cacciamo gli sciacalli dalle nostre fila. Re(si)stiamo uniti.


Il dramma della Terra dei Fuochi, il danno a quell'ambiente, il danno a quella popolazione, il danno al settore economico legato al prodotto agro alimentare e non solo, non è un danno delle sole province di Napoli e Caserta. Salernitani, avellinesi, beneventani mostrate tutti di appartenere alla Campania Felix e non alla Campania Jena Ridens. Rifiutate di fare lo sciacallaggio, non solo per un etica economica, ma soprattutto per quello spirito di solidarietà e comunanza di lotta che può renderci forti e vincitori. Sciacallando otterrete piccole, miserrime e temporanee vittorie e resteremo per sempre una colonia. Una colonia al servizio di chi ci ha massacrato e ci usa.

Ferdinando Luisi, tramite Facebook

sabato 8 febbraio 2014

Rapporto Censis: aumenta ancora il divario Nord-Sud

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it 



“La crisi è alle spalle”, tuonava trionfale Enrico Letta pochi giorni fa, di ritorno dal viaggio negli Emirati Arabi per elemosinare qualche spicciolo e per rassicurare le lobbies transanazionali. Forse ha dimenticato di aggiungere “… per il Nord Italia, che è l’unica zona che ci interessa, mentre il Sud sta sempre più inguaiato”.
Il Rapporto Censis pubblicato pochi giorni fa conferma, una volta di più, che il Sistema Italia s.p.a. privilegia, anche in tempo di crisi, i territori e le popolazioni del Centro-Nord rispetto a quelle del Mezzogiorno. Va notato, però, che nel Centro Italia vengono considerate anche regioni come il Lazio e l’Abruzzo che in parte o totalmente sarebbe più giusto considerare Sud, sia per motivi storico – culturali sia per affinità economiche.
Andiamo a sviscerare un po’ di dati del Rapporto Censis: negli anni 2007 –  2012 il Sud ha perso il 10% di Pil a prezzi 2012, mentre il Centro-Nord ha perso il 5,7%; se confrontiamo i Pil in termini reali, al Sud abbiamo una contrazione del 6,1% mentre al Centro-Nord è del 4%; la popolazione del Sud è diminuita del 1,1%, mentre quella del Centro-Nord è addirittura aumentata dello 0,3%; gli occupati al Sud sono scesi del 5,1 % mentre quelli del Centro-Nord sono aumentati (!!!) dello o,1% (da considerare che, se a questi dati sottraiamo i territori del Lazio meridionale e degli Abruzzi, avremmo un incremento occupazionale al Centro-Nord ben superiore!).

Per capire la dimensione della disuguaglianza che il Sistema Italia, da oltre un secolo e mezzo, continua a produrre sia in tempi di crescita che in tempi di crisi, confrontiamo alcuni dati con quelli delle altre nazioni europee: il Centro-Nord ha un reddito pro-capite di 31.124 €, simile a quello della Germania (la nazione più ricca d’Europa), che arriva a 31.703 €; il Sud ha un reddito pro-capite inferiore ai 18 mila euro, inferiore persino a quello della Grecia (18.500€); l’Italia ha 7 regioni con un reddito pro-capite inferiore ai 20 mila euro, peggio di Spagna (6), Francia (4) e Germania (1); l’Andalusia, ciò la penultima tra le regione spagnole in termini di ricchezza (l’ultima è l’Extremadura), se la passa meglio di Campania, Calabria, Sicilia e Basilicata.

Tornando all’Italia, dobbiamo evidenziare che nel Mezzogiorno sono a rischio di povertà 39 famiglie su 100 a fronte di una media italiana del 24,6%, mentre è materialmente povero il 26% delle famiglie del Sud, a differenza del 15,7% delle famiglie della media italiana del 15,7%. Nonostante si spendano più soldi al Sud per l’istruzione, la dispersione scolastica delle regioni del Mezzogiorno rimane altissima. Come mai, si chiederebbe un leghista? Semplice: se fai investimenti a pioggia, senza una programmazione reale e progressiva, in territori dove vi è grande povertà e grande disoccupazione, rendi inefficace ogni intervento in quanto i giovani perdono totalmente fiducia nella possibilità di avere un lavoro tramite una adeguata istruzione, e abbandonano gli studi. Cominciamo a ridurre la povertà (anche infrastrutturale) ed occupazionale del Sud… poi vedremo se i giovani continueranno a non andare a scuola o cominceranno a laurearsi come quelli del Centro-Nord (se invece parliamo solo di diplomi superiori, il Sud ha già superato il Centro-Nord!).

Concludiamo questo amaro quadro parlando di lavoro:  sui 505.000 posti di lavoro persi in Italia dall’inizio della crisi, tra il 2008 e il 2012, il 60% ha riguardato il Sud(oltre 300.000); il 33% dei giovani del Sud non riesce a trovare lavoro, a differenza del 25% dei giovani del Centro-Nord; le giovani donne disoccupate o inoccupate al Sud raggiungono il 40% (!!!), mentre la disoccupazione femminile nel Mezzogiorno è al 19%, mentre nel resto della penisola italica è all’11%.

Serve altro per capire che, sia in tempi di crescita che in tempi di crisi, il Sud starà sempre peggio del Centro-Nord se si rimane all’interno del Sistema Italia?

venerdì 7 febbraio 2014

La storia dell'arte cancellata dalle scuole italiote



Cultura Infelice. Il Governo italiota cancella definitivamente lo studio delle materie artistiche dalle scuole primarie e secondarie : non è notizia nuova, ma circola in queste ore su fb la notizia di una risoluzione della Commissione Cultura Scienza e Istruzione della Camera (quella di cui fanno parte Gabriella Carlucci e Manuela Di Centa, per intenderci) che avrebbe bocciato definitivamente, “a causa dell’insostenibile spesa”, la raccolta di 15 mila firme, presentata dal Ministro per i Beni Culturali per il ripristino della Storia dell’Arte nella scuola Secondaria, cancellate dall’insegnamento grazie alla Riforma Gelimini.

In realtà la riforma, entrata in vigore tra il 2009 ed il 2010 decretò la riduzione delle discipline artistiche nei Licei artistici, la cancellazione di «Storia dell’arte» dai bienni dei Licei classici e linguistici, dagli indirizzi Turismo e Grafica degli Istituti tecnici e dei professionali; zero ore per i geometri; cancellazione di «Disegno e Storia dell’arte» dai bienni dei Licei scienze umane e linguistici; cancellazione di «Disegno e Storia dell’arte» dal «nuovo» Liceo sportivo; eliminazione del «Disegno» nei trienni di questi ultimi «ambiti formativi» .

Però qua si parla di decisioni ulteriori: se fosse vero restiamo dell’idea che l’ingente spesa, non può giustificare la rinuncia forzosa al lavoro per tutti i docenti precari i quali saranno esclusi dalle graduatorie nazionali, (ricordiamo il suicidio dell’insegnante di Disegno e storia dell’Arte, Carmine Cerbera, nel novembre 2012) e la perdita della cultura, della memoria, dell’immaginazione, dell’abilità artigianale che sarà provocata dalla riforma per tutte le generazioni future.

L’Italia, geograficamente parlando, è la nazione con il patrimonio artistico più grande, conosciuto ed esportato, per non dire altro, al mondo. 1424 è il numero complessivo di musei, gallerie, monumenti e aree archeologiche statali. 147, le strutture e beni artistici e culturali situate nel Mezzogiorno, oltre un terzo del totale nazionale. Nel Sud e nelle isole la concentrazione di aree archeologiche è pari al 52%. Un patrimonio che ha spinto ad includere nel Gran Tour le città del meridione , in particolare Napoli, ispirando fin dal 1700 scrittori, artisti, musicisti, pittori e avventurieri di tutta Europa. Luigi Vanvitelli, Antonio Canova, Caravaggio, de Ribera, sono solo alcuni dei grandi nomi che ritroviamo nel panorama artistico napoletano.

Come si può rincorrere lo sviluppo economico senza puntare ad una riforma strutturale nell’occupazione proprio nel settore dei servizi del turismo? Risulta impossibile formare una futura classe di lavoratori nel settore senza la conoscenza del patrimonio sotto casa, sarà difficile tutelare questi beni senza la possibilità che ad essi ne sia riconosciuta la dovuta importanza. Perché la cosa sicuramente vera è che il depotenziamento della storia dell’arte nelle scuole è un fatto: un fatto che fa male alla nostra identità e alla formazione di chi in futuro avrà in mano le nostre sorti e i nostri destini.

Elena Lopresti, tratto da Insorgenza.it

martedì 4 febbraio 2014

"Vendesi balcone di Garibaldi", e Napoli si sfoga contro l'omm 'e mmerd



La notizia nei giorni scorsi era su tutti i quotidiani di Napoli: l’appartamento dal quale Giuseppe Garibaldi si affacciò per proclamare l’Unità d’Italia è in vendita. Trattasi, raccontano i quotidiani locali, di immobile assolutamente di pregio — al piano nobile di palazzo Doria d’Angri, in piazza Sette Settembre — per il quale si sarebbero già fatti avanti alcuni compratori. Complessivamente si tratta di 1050 metri quadrati che occupano tutto il primo piano dell’edificio. Affaccio, dunque, su piazza Sette Settembre — dove si trova appunto il balcone di Garibaldi — su via Sant’Anna dei Lombardi (dove per ironia della sorte c’è la sede di Insorgenza, la nostra sede… ) e su via Toledo. Soffitti affrescati, una infilata di saloni, atmosfera di grande effetto, per la “modica” somma di 4 milioni e mezzo.

Nessun giornale però ha raccolto le reazioni del web alla notizia. Reazioni forti e molto polemiche, come quelle sulla pagina facebook del Mattino: oltre 200 i commenti sotto la notizia della vendita, nel post pubblicato il 1 febbraio, che dimostrano ormai una realtà. Quella che la verità storica ormai è diffusa sempre più. Per cui Garibaldi non è un eroe ma il mandatario della colonizzazione. Un nemico, insomma.

C’è chi invoca l’abbattimento “per quello che ha fatto”, chi la disinfestazione, chi dice “appicciatelo”, chi si augura nella sua trasformazione in cesso pubblico, chi in una casa chiusa per dare un messaggio simbolico, chi fa riferimento all’inizio della nostra fine, chi lo prende direttamente a parolacce.

E ancora, c’è chi scrive che quella proclamazione rovinò il Sud Italia, chi vorrebbe che non fosse mai arrivato il giorno di quel proclama, chi definisce Garibaldi un bandito che ci ha defraudati e saccheggiati che non merita né un posto in cronaca né la glorificazione storica, maledicedolo, chi dice che la decisione dell’unità fu una decisione economica presa da poteri economici di cui Garibaldi fu solo l’esecutore materiale, chi lo chiama Caino dedicandogli un poema in cui si racconta del suo patto con Liborio Romano che significò trasformare la camorra, fin’ora malavita disorganizzata, in Sistema. E i rarissimi che difendono l’Italia, nei commenti, vengono mangiati vivi e chiamati “italioti”.

Ci sono anche ipotesi che ci piacerebbero se non fossero utopiche: c’è chi dice che qualcuno dovrebbe comprarla e dichiarare da lì la secessione. E, ancora,  c'è chi inveisce imputando a Garibaldi le ruberie sulla nostra terra e gli omicidi dei nostri fratelli. Chi spera nell’abbattimento anche della statua di Garibaldi nella stazione centrale. E non mancano nemmeno commenti in lingua, “mà pecchè nun te ne stiv a Caprera pè cazz tuoi?” e molti “Nun se putev jetta’ d’a copp abbasc?”.

Insomma di tutto. Ho letto tutti i 237 commenti (e in due casi sui cinque che hanno difeso Garibaldi, soli cinque su 237, non ce l’ho fatta a trattenermi, intervenendo a mia volta).
Ho letto di tutto di più.

L’unica cosa di cui ho trovato pochissima traccia sono proprio i meridionalisti. Ma non è una polemica, sia chiaro, anzi. E’ una cosa che mi ha sorpresa e rafforzata. Non solo perché ormai la verità storica è una consapevolezza generale e popolare, che cresce sempre più. Ma anche perché tra quei commentatori l’aria di nostalgismo mi è sembrata pochissima. Piuttosto una gran rabbia che mi pare crescere e una voglia di riscatto per la nostra terra, che accendono speranze per il futuro.

Lucilla Parlato, da Insorgenza.it

sabato 1 febbraio 2014

La festa di Sant'Agata a Catania



La Festa di Sant’Agata è la più importante festa religiosa della città di Catania È la terza festa religiosa più importante al mondo, dopo la Settimana Santa di Siviglia e la Festa del Corpus Domini di Guzco in Perù, proprio per il numero di persone che coinvolge e attira. Si celebra in onore della santa patrona della città. Si svolge tutti gli anni dal 3 al 5 febbraio e il 17 agosto. La prima data è quella del martirio della Santa catanese (a cui furono asportate le mammelle – e non a caso le cassatine siciliane si chiamano di S.Agata – prima di essere bruciata sui carboni ardenti) mentre la data di agosto ricorda il ritorno a Catania delle sue spoglie, dopo che queste erano state trafugate e portate a Costantinopoli dal generale bizantino Giorgio Maniace quale bottino di guerra e dove rimasero per 86 anni.

Dal 3 al 6 febbraio giungono a Catania circa un milione di persone fra devoti alla santa dei miracoli siciliani, invocata spesso per fermare il vicino Etna, oltre che da turisti e curiosi provenienti da tutto il mondo.

Insieme con il Patrimonio dell’Umanità delle città tardo barocche della Val di Noto (Sicilia sud orientale) conferito dall’UNESCO nel 2002, la Festa di Sant’Agata risulta come Bene Etno Antropologico Patrimonio dell’Umanità della Città di Catania nel mondo.

Si tratta di una grande festa, misto di fede e di folklore. Anche questa festa, come tutte le feste cattoliche, ha origini pagane. Secondo alcune testimonianze ancora prima della nascita di Agata veniva celebrata una festa durante la quale un simulacro di una vergine veniva portato in processione per le vie della città.

Un’altra tradizione viene riportata da Apuleio ne Le metamorfosi, secondo la quale la festa della dea Iside nella città greca di Corinto avrebbe molti punti di contatto con la festa catanese. In particolare il popolo vestito di una tunica bianca che partecipava ai festeggiamenti viene accostato al saccu, la tunica di cotone bianco indossata in processione dai devoti, che tirano i cordoni del fercolo, per trainarlo lungo il percorso.

A Catania i devoti, infatti, indossano nei giorni dei festeggiamenti camici e guanti bianchi con in testa una papalina nera. Inoltre il barcone barocco di Sant’Agata, anticipava la festa prima di essere abbandonata a mare. Secondo il Ciaceri  anche questa usanza si ritrova nelle festività isidee.

Altri elementi caratteristici della festa sono il fercolo d’argento con i resti della Santa posto su un carro o Vara, anche questo in argento. Legati al veicolo due cordoni di oltre 100 metri a cui si aggrappano centinaia di “Devoti” (con il Sacco agatino – tunica bianca stretta da un cordone -, cuffia nera, fazzoletto e guanti bianchi) che fino al 6 febbraio tirano instancabilmente il carro. La Vara viene portata in processione insieme a dodici candelore o cannalori appartenenti ciascuna alle corporazioni degli artigiani cittadini. Tutto avviene fra ali di folla che agita bianchi fazzoletti e grida Cittadini, cittadini, semu tutti devoti tutti . È considerata tra le tre principali feste cattoliche a livello mondiale per affluenza.

Quest’anno tornano i fuochi pirotecnici in piazza, mancati l’anno scorso per mancanza di fondi. Per il resto tutto si svolge come di consueto nei tre giorni.

La giornata del 3 febbraio si apre con la Processione per l’offerta della cera a cui sono presenti oltre che cittadini e turisti, le più alte cariche religiose ed istituzionali della città, concludendosi la sera in Piazza Duomo con il caratteristico e molto atteso spettacolo pirotecnico dei fuochi del 3.

La vera festa religiosa ha però inizio la mattina del 4 febbraio con la Messa dell’Aurora, quando il busto reliquiario di Sant’Agata dopo un anno di attesa per tutta la città viene portato fuori dalla stanza che lo ha custodito, e “consegnato” ai devoti che lo porteranno in processione lungo un percorso esterno della città che si concluderà con il rientro nella Basilica Cattedrale in tarda notte, spesso alle prime luci dell’alba.

Nella mattina del 5 febbraio, presso la Basilica Cattedrale ha luogo la Messa del Pontificale presieduta dalle più alte cariche religiose locali e non e dal Clero. Durante tutta la giornata il busto reliquiario di Sant’Agata rimane esposto presso la Cattedrale e infine nel pomeriggio dopo la Santa Messa viene nuovamente affidato ai devoti per un ultima processione lungo un percorso interno della città che lo vedrà concludersi nella tarda mattinata del giorno successivo 6 febbraio.

Intanto,è stato comunicato che Luca Parmitano è stato scelto per essere insignito della Candelora D’oro 2014. La sua passeggiata nello spazio e le sue splendide fotografie della Sicilia vista dall’alto, lo hanno reso una “superstar” e così al maggiore dell’ Aeronautica Militare, il primo astronauta italiano a effettuare attività extraveicolare, andrà la più alta onorificenza cittadina.

Per tutto il weekend, inoltre, e fino al 28 aprile al Museum & Fashion sarà esposta la mostra «Donne, Madonne, Sante e Regine – Omaggio a Sant’Agata». Si tratta di una collezione di madonne vestite, databili dal XVI alla prima metà del XX secolo cui sono accostate le opere contemporanee del Maestro Giammona. La mostra curata dalla stilista Marella Ferrera recupera un’antica tradizione pagana e cristiana, ovvero la vestizione di statue lignee con ori, abiti e preziosi. Tra le statue in mostra compare la cinquecentesca «Maria Tessitrice» ed altri busti in cera, legno e stoffa.

Gabriella Martini, da Insorgenza.it