lunedì 9 settembre 2013

ValSusa, stanotte nuove azioni di sabotaggio



Nuovo atto di sabotaggio in Valsusa contro un’azienda impegnata nei lavori dell’Alta velocità Torino-Lione. Sono state date alle fiamme tre betoniere della Imprebeton, una ditta di calcestruzzi che fa parte della società Itinera, già colpita in passato. L’incendio è avvenuto poche ore dopo l’incontro tra il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi e una delegazione di imprenditori che partecipano alla realizzazione di quel tratto di linea ferroviaria che da anni divide la comunità locale, considerata l’ostilità del movimento No Tav.
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Il rogo – che dovrebbe essere doloso – è stato appiccato a Salbertrand, nella sede dell’azienda, ma si è esteso alla vicina officina. Per precauzione è stato chiuso anche un tratto dell’autostrada del Frejus, così come ha denunciato su Twitter il senatore Pd Stefano Esposito, noto sostenitore del Tav.
LE FIAMME IN VALSUSA E LA DENUNCIA DI ESPOSITO - Come già spesso accaduto in passato, Esposito ha usato parole forti contro i No Tav, azzardando anche un paragone con la mafia. « Le tre betoniere – ha spiegato il parlamentare del Pd, vicepresidente della Commissione Trasporti del Senato – erano vicine a una cisterna di gasolio. Contro i mafiosi No Tav non resta che applicare le leggi previste per la mafia», ha attaccato il deputato, condannando i numerosi episodi di sabotaggio avvenuti negli ultimi tempi.
Esposito ha anche attaccato lo scrittore Erri De Luca, che dovrebbe essere denunciato dalla società di costruzione francese Ltf, che gestisce il cantiere Tav, dopo le dichiarazioni di difesa dei sabotaggi.

Tratto da Giornalettismo.it

domenica 8 settembre 2013

Malatesta, anarchia e violenza



Vi sottopongo un testo molto interessante scritto da Errico Malatesta.
In questo testo, l'anarchico napoletano chiarisce il rapporto tra Libertà e Violenza, che spesso - per non dire sempre - sono in antitesi tra loro. Malatesta non vuole giustificare la violenza anarchica, ma vuole aiutare a comprendere le ragioni di questa violenza: "La vera violenza anarchica è quella che cessa dove cessa la necessità della difesa e della liberazione". In pratica, Malatesta spiega che l'uso della violenza, per i libertari, è una triste necessità, che deve cessare non appena cessano i motivi che hanno generato tale violenza. Malatesta e i libertari aborriscono il "terrore rivoluzionario" di stampo roberspierrano o, più recentemente, staliniano.
La violenza dei libertari non deve mai avere come fine l'instaurazione di un nuovo regime, sia pure la "dittatura del proletariato".

Anarchia vuol dire non-violenza, non-dominio dell'uo­mo sull'uomo, non-imposizione per forza della volontà di uno o di più su quella di altri. È solo mediante l'armonizzazione degli interessi, me­diante la cooperazione volontaria, con l'amore, il rispetto, la reciproca tolleranza, è solo colla persuasione, l'esempio, il contagio e il vantaggio mutuo della benevolenza che può e deve trionfare l'anarchia, cioè una società di fratelli libe­ramente solidali, che assicuri a tutti la massima libertà, il massimo sviluppo, il massimo benessere possibili. Vi sono certamente altri uomini, altri partiti, altre scuo­le tanto sinceramente devoti al bene generale quanto pos­sono esserlo i migliori tra noi. Ma ciò che distingue gli anar­chici da tutti gli altri è appunto l'orrore della violenza, il desiderio e il proposito di eliminare la violenza, cioè la for­za materiale, dalle competenze tra gli uomini. 

Si potrebbe dire perciò che l'idea specifica che distingue gli anarchici è l'abolizione del gendarme, l'esclusione dai fattori sociali della regola imposta mediante la forza, bru­tale, legale o illegale che sia. Ma allora, si potrà domandare, perché nella lotta attua­le, contro le istituzioni politico-sociali, che giudicano op­pressive, gli anarchici hanno predicato e praticato, e predi­cano e praticano, quando possono, l'uso dei mezzi violenti che pur sono in evidente contraddizione coi fini loro? E questo al punto che, in certi momenti, molti avversari in buona fede han creduto, e tutti quelli in mala fede han fin­to di credere, che il carattere specifico dell'anarchismo fos­se proprio la violenza? La domanda può sembrare imbarazzante, ma vi si può rispondere in poche parole. Gli è che perché due vivano in pace bisogna che tutti e due vogliano la pace; ché se uno dei due si ostina a volere colla forza obbligare l'altro a la­vorare per lui e a servirlo, l'altro se vuol conservare dignità di uomo e non essere ridotto alla più abbietta schiavitù, malgrado tutto il suo amore per la pace e il buon accordo, sarà ben obbligato a resistere alla forza con mezzi ade­guati.
L'origine prima dei mali che han travagliato e travaglia­no l'umanità, a parte s'intende quelli che dipendono dalle forze avverse della natura, è il fatto che gli uomini non han compreso che l'accordo e la cooperazione fraterna sarebbe stato il mezzo migliore per assicurare a tutti il massimo be­ne possibile, e i più forti e i più furbi han voluto sottomet­tere e sfruttare gli altri, e quando sono riusciti, a conqui­stare una posizione vantaggiosa han voluto assicurarsene e perpetuarne il possesso creando in loro difesa ogni specie di organi permanenti di coercizione. Da ciò è venuto che tutta la storia è piena di lotte cruen­ti: prepotenze, ingiustizie, oppressioni feroci da una parte, ribellioni dall'altra. Non v'è da fare distinzioni di partiti: chiunque ha voluto emanciparsi, o tentare di emanciparsi, ha dovuto opporre la forza alla forza, le armi alle armi. Però ciascuno, mentre ha trovato necessario e giusto adoperare la forza per difendere la propria libertà, i propri interessi, la propria classe, il proprio paese, ha poi, in no­me di una morale sua speciale, condannata la violenza quando questa si rivolgeva contro di lui per la libertà, per gli interessi, per la classe, per il paese degli altri. Così quegli stessi che, per esempio qui in Italia, glorifi­cano a giusta ragione le guerre per l'indipendenza ed eri­gono marmi e bronzi in onore di Agesilao Milano, di Felice Orsini, di Guglielmo Oberdan e quelli che hanno sciolto in­ni appassionati a Sofia Perovskaja e altri martiri di paesi lontani, han poi trattati da delinquenti gli anarchici quan­do questi sono sorti a reclamare la libertà integrale e la giu­stizia uguale per tutti gli esseri umani e hanno francamen­te dichiarato che, oggi come ieri, fino a quando l'oppres­sione e il privilegio saran difesi dalla forza bruta delle baio­nette, l'insurrezione popolare, la rivolta dell'individuo e del­la massa, resta il mezzo necessario per conseguire l'eman­cipazione. Ricordo che in occasione di un clamoroso attentato anarchico, uno che figurava allora nelle prime file del par­tito socialista e tornava fresco fresco dalla guerra turco-gre­ca, gridava forte, con l'approvazione dei suoi compagni, che la vita umana è sacra sempre e che non bisogna attentarvi nemmeno per la causa della libertà. Pare che facesse ecce­zione la vita dei turchi e la causa dell'indipendenza greca.
Illogicità, o ipocrisia?
Eppure la violenza anarchica è la sola che sia giustifica­bile, la sola che non sia criminale. Parlo naturalmente della violenza che ha davvero i carat­teri anarchici, e non di questo o quel fatto di violenza cieca e irragionevole che è stato attribuito agli anarchici, o che magari è stato commesso da veri anarchici spinti al furore da infami persecuzioni, o accecati, per eccesso di sensibi­lità non temperato dalla ragione, dallo spettacolo delle in­giustizie sociali, dal dolore per il dolore altrui. La vera violenza anarchica è quella che cessa dove cessa la necessità della difesa e della liberazione. Essa è tempe­rata dalla coscienza che gl'individui presi isolatamente so­no poco o punto responsabili della posizione che ha fatto loro l'eredità e l'ambiente; essa non è ispirata dall'odio ma dall'amore; ed è santa perché mira alla liberazione di tutti e non alla sostituzione del proprio dominio a quello degli altri. Vi è stato in Italia un partito che, con fini di alta civiltà, si è adoperato a spegnere nelle masse ogni fiducia nella vio­lenza... ed è riuscito a renderle incapaci a ogni resistenza quando è venuto il fascismo. Mi è parso che lo stesso Tura­ti ha più o meno chiaramente riconosciuto e lamentato il fatto nel suo discorso di Parigi per la commemorazione di Jaurès. Gli anarchici non hanno ipocrisia. La forza bisogna respingerla colla forza: oggi contro le oppressioni di oggi; domani contro le oppressioni che potrebbero tentare di so­stituirsi a quelle di oggi. Noi vogliamo la libertà per tutti, per noi e per i nostri amici come per i nostri avversari e nemici. Libertà di pen­sare e di propagare il proprio pensiero, libertà di lavorare e di organizzare la propria vita nel modo che piace; non li­bertà, s'intende — e si prega i comunisti di non equivocare — non libertà di sopprimere la libertà e di sfruttare il lavoro degli altri.

sabato 7 settembre 2013

Novatore e il Nichilismo



Vi propongo uno scritto di Renzo Novatore, uno dei principali esponenti del cosiddetto "Anarco-individualismo" o, molto più chiaramente, "Nichilismo".
In questo scritto, Novatore illustra la personale e autonoma visione della vita e del divenire. Lo stile utilizzato ricorda quello di alcune avanguardie artistiche, tra cui il Futurismo.

I
Sono individualista perché anarchico, e sono anarchico perché sono nichilista. Ma anche il nichilismo lo intendo a modo mio…
Non mi occupo di sapere se esso sia nordico od orientale, né se abbia o non abbia una tradizione storica, politica, pratica o teorica, filosofica, spirituale od intellettuale. Mi dico nichilista solo perché so che nichilismo vuol dire negazione!
 Negazione di ogni società, di ogni culto, di ogni regola e di ogni religione. Ma non agogno al Nirvana come non anelo al pessimismo disperato ed impotente dello Schopenhauer, che è qualche cosa di peggio della stessa rinnegazione violenta della vita. Il mio, è un pessimismo entusiasta e dionisiaco come le fiamme che incendiano la mia esuberanza vitale, che irride a qualsiasi prigione teoretica, scientifica e morale.
E se mi dico anarchico individualista, iconoclasta e nichilista, è appunto perché credo che in questi aggettivi siavi l'espressione massima e completa della mia volitiva e scapigliata individualità, che, come un fiume straripante, vuole espandersi impetuosamente travolgendo argini e siepi, fintanto che, urtando in un granitico masso, s'infranga e si disperda a sua volta. Io non rinnego la vita. La sublimo e la canto.

II
Chi rinnega la vita perché crede che questa non sia che Male e Dolore e non trova in se stesso l'eroico coraggio dell'autosoppressione è — per me — un grottesco posatore, un impotente; come è un essere compassionevolmente inferiore colui che crede che l'albero santo della felicità sia una pianta contorta sulla quale tutte le scimmie possono arrampicarsi in un più o meno prossimo avvenire, e che allora la tenebra del male sarà fugata dai razzi fosforescenti del vero Bene…


III
La vita — per me — non è né un bene né un male, né una teoria né un'idea. La vita è una realtà, e la realtà della vita è la guerra. Per chi è nato guerriero la vita è una sorgente di gioia, per gli altri non è che una sorgente di umiliazione e di dolore. Io non chiedo più alla vita la gioia spensierata. Essa non potrebbe darmela ed io non saprei più che farmene ormai che l'adolescenza è passata…
Le chiedo invece la gioia perversa delle battaglie che mi danno i fremiti dolorosi delle sconfitte ed i voluttuosi brividi delle vittorie.
Vinto sul fango o vittorioso nel sole, io canto la vita e l'amo!
Per l'anima mia ribelle non vi è pace che nella guerra, come, per il mio spirito vagabondo e negatore, non vi è felicità più grande della spregiudicata affermazione della mia capacità di vivere e di tripudiare. Ogni mia sconfitta mi serve soltanto come preludio sinfonico ad una nuova vittoria.


IV
Dal giorno ch'io venni alla luce — per una casuale combinazione che non mi importa ora di approfondire — portai con me il mio Bene ed il mio Male.
Vale a dire: la mia gioia e il mio dolore ancora in embrione. L'uno e l'altro progredirono con me nel cammino del tempo. Quanto più intensa ho provata la gioia tanto più profondo ho inteso il dolore.
Ma questo non può essere soppresso senza la soppressione di quello.
Ora ho scardinato la porta del mistero ed ho sciolto l'enigma della Sfinge. La gioia ed il dolore sono i due soli liquori componenti la bevanda eroica colla quale si ubriaca allegramente la vita. Perché non è vero che questa sia uno squallido e pauroso deserto ove non germina più nessun fiore né più matura nessun frutto vermiglio.
Ed anche il più possente di tutti i dolori, quello che sospinge il forte verso lo sfasciamento cosciente e tragico della propria individualità, non è che una vigorosa manifestazione d'arte e di bellezza.
Ed anch'esso rientra nella corrente universale dell'umano pensiero coi raggi folgoreggianti del crimine che scardina e travolge ogni cristallizzata realtà del circoscritto mondo dei più per ascendere verso l'ultima fiamma ideale e disperdersi nel sempiterno fuoco del nuovo.


V
La rivolta dell'uomo libero contro il dolore non è che l'intimo passionale desiderio d'una gioia più intensa e più grande. Ma la gioia più grande non sa mostrarsi all'uomo che nello specchio del più profondo dolore, per poscia fondersi con questo in un enorme e barbaro amplesso. Ed è da questo enorme e fecondo amplesso che scaturisce il superiore e saettante sorriso del forte, che attraverso la lotta canta l'inno più scrosciante alla vita.
Inno intessuto di disprezzo e di scherno, di volontà e di potenza. Inno che vibra e palpita fra la luce del sole che irradia le tombe; inno che rianima il nulla e lo riempie di suoni.


VI
Sopra lo spirito schiavo di Socrate che accetta stoicamente la morte e lo spirito libero di Diogene che accetta cinicamente la vita, si erge l'arco trionfale sul quale danza il sacrilego frantumatore de' nuovi fantasmi, il radicale distruttore di ogni mondo morale. È l'uomo libero che danza in alto, fra le magnifiche fosforescenze del sole.
E quando si alzano dai paludosi abissi le gigantesche nubi gonfie di cupa tenebra per impedirci la vista della luce ed ostacolarci il cammino, egli si apre il varco a colpi di Browning o ferma il loro corso colla fiamma del suo pensiero e della sua fantasia dominatrice, imponendo loro di soggiacere come umili schiave ai suoi piedi.
Ma solo chi conosce e pratica i furori iconoclastici della distruzione può possedere la gioia nata dalla libertà, di quella unica libertà fecondata dal dolore. Io mi ergo contro la realtà del mondo esteriore per il trionfo della realtà del mio mondo interiore.
Nego la società per il trionfo dell'io. Nego la stabilità di ogni regola, di ogni costume, di ogni morale, per l'affermazione di ogni istinto volitivo, di ogni libera sentimentalità, di ogni passione e di ogni fantasia. Irrido ad ogni dovere ad ogni diritto per cantare il libero arbitrio.
Schernisco l'avvenire per soffrire e godere nel presente il mio bene ed il mio male. L'umanità la disprezzo perché non è la mia umanità. Odio i tiranni e detesto gli schiavi. Non voglio e non concedo solidarietà perché credo che sia una nuova catena, e perché credo con Ibsen che l'uomo più solo è l'uomo più forte.
Questo è il mio Nichilismo. La vita, per me, non è che un eroico poema di gioia e di perversità scritto dalle mani sanguinanti del dolore e del male o un sogno tragico d'arte e di bellezza!

Renzo Novatore 
[Nichilismo, Anno I, n. 4, 21 maggio 1920]

venerdì 6 settembre 2013

Sono gli Anarchici!


Non sono l'uno per cento
ma credetemi esistono
in gran parte Spagnoli
chi lo sa mai perché
penseresti che in Spagna
proprio non li capiscano
sono gli Anarchici

Han raccolto già tutto d'insulti e battute
e più hanno gridato
più hanno ancora fiato
hanno chiuso nel petto un sogno disperato
e le anime corrose da idee favolose

Non sono l'uno per cento
ma credetemi esistono
figli di troppo poco
o di origine oscura
non li si vede mai
che quando fan paura
sono gli Anarchici

Mille volte son morti
com'è indifferente
con l'amore nel pugno
per troppo o per niente
han gettato testardi
la vita alla malora
ma hanno tanto colpito
e colpiranno ancora

Non sono l'uno per cento
ma credetemi esistono
e se dai calci in culo
c'è da incominciare
chi scende per strada
non lo dimenticare
sono gli Anarchici

Hanno bandiere nere sulla loro speranza
e la malinconia come compagna di danza
coltelli per tagliare il pane dell'amicizia
e del sangue pulito per lavare la sporcizia

Non sono l'uno per cento
ma credetemi esistono
stretti l'uno con l'altro
e se in loro non credi
li puoi sbattere in terra
ma sono sempre in piedi
sono gli Anarchici

giovedì 5 settembre 2013

Bakunin e la Libertà



L'articolo che segue è un breve scritto di Michail Bakunin, in cui il militante russo spiega benissimo cosa sia la libertà per i Libertari.
La Libertà non è solo un'Idea, ma è soprattutto "una cosa [...] eminentemente sociale": in questo modo, Bakunin chiarisce le idee a coloro che credono che Anarchico, e in particolare l'Individualista anarchico, sia sinonimo di eremita, di colui che è fuori dal tempo in cui vive.

Io non sono veramente libero che quando tutti gli esseri viventi che mi circondano, uomini e donne, sono ugualmente liberi. La libertà, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è al contrario la condizione necessaria e la conferma. Io non divento libero veramente che per mezzo della libertà degli altri, di modo che più numerosi sono gli uomini liberi che mi circondano e più profonda e più ampia diventa la mia libertà. Al contrario è la schiavitù degli uomini che pone una barriera alla mia libertà, o ciò che è lo stesso, è la loro bestialità che è una negazione della mia umanità; perché, ripeto, non posso dirmi libero veramente che quando la mia libertà, o ciò che significa la stessa cosa, quando la mia dignità d’uomo, il mio diritto umano(che consiste nel non obbedire a nessun altro uomo e nel non determinare i miei atti se non conformemente alle mie proprie convinzioni), riflessi dalla mia coscienza egualmente libera di tutti, mi ritornano confermati dall’assenso di tutti. La mia libertà personale così confermata dalla libertà di tutti si estende all’infinito.

Si vede come la libertà, qual è concepita dai materialisti, è una cosa molto positiva, molto complessa e soprattutto eminentemente sociale, perché non può essere realizzata che tramite la società e soltanto nella più stretta uguaglianza e solidarietà di ognuno con tutti. Vi si possono distinguere vari momenti di sviluppo, o elementi, di cui il primo è eminentemente positivo e sociale; è il pieno sviluppo e il pieno godimento di tutte le facoltà e potenzialità umane per ciascuno attraverso l’educazione, l’istituzione scientifica e la prosperità materiale, tutte cose che non possono essere date da ciascuno se non con il lavoro collettivo, materiale ed intellettuale, muscolare e nervoso della società tutta intera.
Il secondo elemento o momento della libertà è negativo. È quello della rivolta dell’individuo umano contro ogni autorità divina e umana, collettiva e individuale.
Prima di tutto è la ribellione contro il fantasma supremo della teologia, contro Dio. È evidente che fintanto avremo un padrone nel cielo, noi saremo schiavi sulla terra. La nostra ragione e la nostra volontà saranno ugualmente annullate. Finchè crederemo di dovergli un obbedienza assoluta, e di fronte a un Dio non è possibile altra obbedienza, dovremo necessariamente sottometterci passivamente e senza la minima critica alla santa autorità dei suoi intermediari e dei suoi eletti(messia, profeti, legislatori ispirati da Dio, imperatori, re e tutti i loro funzionari e ministri), rappresentanti e servitori consacrati delle due grandi istituzioni che si impongono a noi come predisposte da Dio stesso per guidare gli uomini: la Chiesa e lo Stato. Ogni autorità temporale o umana discende direttamente dall’autorità spirituale o divina. Dio, o piuttosto la finzione di Dio, è dunque la consacrazione e la causa intellettuale e morale di ogni schiavitù sulla terra; e la libertà degli uomini non sarà compiuta fino a che non avrà completamente annientato la finzione nefasta di un padrone celeste.
Il secondo elemento è, di conseguenza, la rivolta di ognuno contro la tirannia degli uomini, contro l’autorità sia individuale che sociale rappresentata e legalizzata dallo Stato. Qui bisogna tuttavia intendersi bene, e per intendersi bisogna cominciare con lo stabilire una distinzione ben precisa fra l’autorità ufficiale e di conseguenza tirannica della società organizzata in Stato, e l’influenza e l’azione naturale della società non ufficiale, ma naturale, su ciascuno dei suoi membri.
La rivolta contro l’influenza naturale della società è molto più difficile per l’individuo che non sia la rivolta contro la società ufficialmente organizzata, contro lo Stato, sebbene spesso sia altrettanto inevitabile quanto quest’ultima. La tirannia sociale, spesso schiacciante e funesta, non presenta, però questo carattere di impetosa violenza, di dispotismo legalizzato e formale che contraddistingue l’autorità dello Stato. Essa non si impone come una legge alla quale ogni individuo è obbligato a sottomettersi a meno di incorrere in una punizione giuridica. La sua azione è più dolce, più insinuante, più impercettibile, ma molto più potente di quella dell’autorità dello Stato. Essa domina gli uomini con i costumi e le usanze, con la massiccia pressione dei sentimenti, dei pregiudizi e delle abitudini sia della vita materiale che dello spirito e del cuore e che costituiscono ciò che chiamiamo opinione pubblica. Essa avvolge l’uomo fin dalla sua nascita, lo attraversa, lo penetra, e forma la base stessa della sua esistenza individuale, in modo, che ognuno ne è in qualche modo, più o meno, il complice contro se stesso, e il più delle volte senza nemmeno sospettarlo. Ne risulta che, per ribellarsi contro questa influenza che la società esercita naturalmente su di lui, l’uomo deve, almeno in parte, ribellarsi contro se stesso, poiché con tutte le sue tendenze e aspirazioni materiali, intellettuali e morali, egli stesso non è altro che il prodotto della società.

mercoledì 4 settembre 2013

Flusso di tramonti in coscienza



Arriva dal gelido orizzonte l'ultimo bagliore di un'alba infinita.
Cancella sulla schiena i tatuaggi del dominio dello Stato, le frustate dello sbirro e del prete, le condanne del giudice e del Padre.
Qualunque cosa io voglia, è destinata a non essere colta da me.
Ritmi sincopati, quelli del cuore e delle ciglia che battono come puttane lungo marciapiedi di capitali farlocche con le cosce aperte e gli occhi chiusi.

Pausa.

Rallenta e martella, il truce pensiero dell'ultimo sentiero su cui far correre i nostri sogni e i nostri furori giovanili. Toccava a noi, ne eravamo certi. Il mondo non aspettava che noi. Poveri illusi. 
I nostri primi versi ci sembravano splendidi, immarcabili come un centravanti, luridi come la fogna delle nostre esistenze piccolo borghesi e impiegatizie.
I nostri versi: trattori di sentimenti e di benpensanti. I nostri versi: lampi che abbagliavano dai ponti delle tangenziali di periferia, quando sceneggiature indicibili parevano nate per rivoluzionare il cinema alternativo e indipendente. Per sempre.

Ricordo ancora quando il tramonto si conficcava dentro i nostri occhi. Noi, che guardavamo di sbieco il Mondo, coi nostri passi obliqui e i nostri pomeriggi passati a studiare e a fumare erba sopra balconi che affacciavano sull'infinito.
Noi che non chiedevamo scusa per le cose serie, perchè per noi le cose serie erano le rime che gli uccelli disegnavano in cielo o il percorso morbido e impudico delle lingue adolescenziali tra le bocche adolescenziali delle nostre compagne di scuola.
Mai avremmo pensato di chinare il capo, ed ogni volta che l'abbiamo fatto abbiamo pensato a quando avevamo promesso di non farlo mai. E abbiamo odiato chi o cosa ci facesse chinare il capo, e di quell'odio ci siamo nutriti ad ogni alba, ad ogni tramonto. E ci nutriamo ancora, nonostante i nostri vestiti ci mostrino come tranquilli ed onesti cittadini del buono e onesto Stato. 
Noi lo sapevamo, noi lo sappiamo che non siamo nati per obbedire ad altri che a noi stessi e alle persone che amiamo.

Già, i tramonti. Quei tramonti che sembrano nati per rendere unici i colori ingialliti delle foglie e dei lampioni, ancora in attesa di accendersi. Quei tramonti che non sapevano essere grigi, che abbronzavano i nostri visi e soprattutto le nostre anime. Quei tramonti che si intonavano con le fiamme dei nostri accendini e coi ricordi confusi della lezione di Filosofia appena studiata. Quei tramonti di periferia che cancellano i cattivi pensieri e che cominciano a scavare le rughe, le stesse rughe che ogni giorno ritroviamo sui nostri specchi, davanti a noi. Quelle rughe sono nate lì, in quegli interminabili istanti di luce fioca e di passione ardonte per un Rimbaud o un Andrè Breton. Quei tramonti d'anarchia e sbeffeggio, che anticipavano serate in amicizia davanti ad una pizza e a qualche birra in più. Sempre qualche birra in più.

Io non perderò mai l'immenso che avevo dentro, quando quei tramonti scendevano sull'asfalto della nostra città. Lo giuro sulla mia tomba.

martedì 3 settembre 2013

Nechaev e il Catechismo del Rivoluzionario


Vi propongo un testo del 1868. L'autore è Sergei Nechaev, rivoluzionario nichilista russo e fondatore del movimento "Narodnaya Rasprava" (Vendetta del Popolo) che può essere considerato uno dei principali anticipatori e ispiratori dell'anarchismo russo (e non solo).
Il Catechismo del Rivoluzionario è un'opera realizzata per un solo scopo: porre gli obiettivi ultimi verso deve tendere colui che ha deciso di essere un rivoluzionario, inteso non come un edificatore di un Nuovo Mondo, bensì come distruttore del Mondo attuale.
Questa posizione, che viene espressa con termini e concetti volutamente provocatori ed estremizzati, è da considerarsi molto attuale: chi oggi combatte lo status quo e auspica una ribellione (o magari una rivoluzione) farebbe bene a lavorare sull'edificazione di un mondo migliore o sulla distruzione, sulla NEGAZIONE del Sistema sociale contemporaneo? Qual è il compito dei ribelli e dei rivoluzionari oggi? Costruire o distruggere? Affermare o negare? 
A voi la risposta.


IL CATECHISMO DEL RIVOLUZIONARIO

1. Il rivoluzionario è un uomo perduto in partenza. Non ha interessi propri, affari privati, sentimenti, legami personali, proprietà, non ha neppure un nome. Un unico interesse lo assorbe e ne esclude ogni altro, un unico pensiero, un'unica passione – la rivoluzione.

2. Nel suo intimo, non solo a parole, ma nei fatti, egli ha spezzato ogni legame con l'ordinamento sociale e con l'intero mondo civile, con tutte le leggi, gli usi, le convenzioni sociali e le regole morali di esso. Il rivoluzionario è suo nemico implacabile e continua a viverci solo per distruggerlo con maggior sicurezza.
3. Il rivoluzionario disprezza ogni dottrinarismo e ha rinunciato alle scienze profane, che egli lascia alle generazioni future. Conosce un'unica scienza, la scienza della distruzione. Per questo, e soltanto per questo, egli studia attualmente la meccanica, la fisica, la chimica e perfino la medicina. Per questo egli studia giorno e notte la scienza viva – gli uomini, i caratteri, le situazioni e tutte le condizioni del regime sociale presente, in tutti gli strati possibili [sic]. Lo scopo è uno soltanto la distruzione rapida di questo immondo regime.

4. Egli disprezza l'opinione pubblica. Disprezza e detesta la morale vigente nella società in ogni suo motivo e manifestazione. Per lui è morale tutto ciò che contribuisce al trionfo della rivoluzione; immorale e criminale tutto ciò che l'ostacola.

5. I1 rivoluzionario è un uomo perduto, spietato verso lo Stato e verso la società istruita in genere; da essa non deve dunque aspettarsi nessuna pietà. Fra lui da una parte, lo Stato e la società dall'altra, esiste uno stato di guerra, visibile o invisibile, ma permanente e implacabile – una guerra all'ultimo sangue. Egli deve imparare a sopportare la tortura.

6. Duro verso se stesso, deve essere duro anche verso gli altri. Tutti i sentimenti teneri che rendono effeminati, come i legami di parentela, l'amicizia, la gratitudine, lo stesso onore, devono essere soffocati in lui dall'unica, fredda passione per la causa rivoluzionaria. Per lui non esiste che un'unica gioia, un'unica consolazione, ricompensa e soddisfazione: il successo della rivoluzione. Giorno e notte, deve avere un unico pensiero, un unico scopo: la distruzione spietata. Aspirando freddamente e instancabilmente a questo scopo, deve essere pronto a morire, e a distruggere con le proprie mani tutto ciò che ne ostacola la realizzazione.

7. La natura del vero rivoluzionario esclude ogni romanticismo, ogni sensibilità, entusiasmo e infatuazione. Esclude anche l'odio e la vendetta personali. La passione rivoluzionaria, diventata in lui una seconda natura, deve in ogni momento essere unita a un freddo calcolo. Dovunque e sempre, egli deve essere non ciò cui lo incitano le sue tendenze personali, ma ciò che l'interesse generale della rivoluzione gli prescrive [di essere].

Il rapporto del rivoluzionario con i suoi compagni
8. Per un rivoluzionario, un amico è solo uno che ha dimostrato con le sue azioni che egli è anche un rivoluzionario. L'amicizia, la dedizione o altri obblighi dell'amico dipende dalla sua utilità per la causa rivoluzionaria.

9. La solidarietà tra i rivoluzionari non richiede discussioni. La forza del lavoro rivoluzionario dipende da questo. I compagni che sono sullo stesso livello di comprensione e di passione rivoluzionaria dovrebbero, per quanto possibile, discutere insieme le principali azioni e giungere a conclusioni unanimi. Tuttavia, durante l'esecuzione di ogni piano deve contare solo su se stesso. Per eseguire le varie azioni distruttive, ognuno deve agire da solo, e chiedere consiglio o aiuto dai suoi amici solo se è necessario per il successo.

10. Ogni compagno sarà utile ai diversi ranghi rivoluzionari,chè siano di secondo o terzo rango. Bisogna essere considerato come parte del capitale rivoluzionario e si viene messi a sua disposizione per cercare di renderlo il più utile possibile. Bisogna considerare come un capitale da investire il condannato per il trionfo della causa rivoluzionaria, ma non è autorizzato a provvedere personalmente che il capitale venga investito senza il consenso degli altri compagni per la piena causa rivoluzionaria.

11. Quando un collega ha un problema, e si vuole decidere se salvarlo o no, il rivoluzionario non si deve far guidare dai  sentimenti personali, ma solo dagli interessi della causa. Pertanto, è necessario valutare attentamente l'utilità del compagno in difficoltà e il costo dello sforzo per salvarlo, e decidere se costui ha un peso maggiore la causa

Il rapporto del rivoluzionario con la società
12. L'accettazione di un nuovo membro all'interno dell'organizzazione, uno che ha dimostrato la sua lealtà non con le parole ma con le  azioni, è qualcosa che può essere deciso solo con il consenso unanime.

13. Un rivoluzionario entra nel mondo dello Stato e del mondo intellettuale, e vivere al loro interno, con il solo scopo di rapida e totale distruzione. Ci sarà un rivoluzionario, se avete qualche simpatia per alcuni di quel mondo, o se ci si ferma alla distruzione di un qualsiasi stato di cose, relazioni o altre cose che appartengono a questo mondo in cui tutto deve essere altrettanto odiato. Peggio per lui se ha famiglia, gli amici o relazioni d'amore; non potrà essere un rivoluzionario se si ferma a queste cose.

14. Con il proposito della distruzione impietosa, il rivoluzionario può e spesso deve vivere nella società, fingendo di essere ciò che non è. Il rivoluzionario deve penetrare tutto dappertutto: le classi superiori e medie, dal mercante di negozio alla chiesa, dal palazzo nobiliare ai mondi della burocrazia, dall'esercito alla letteratura compresa anche la Third Division (la polizia segreta); incluso anche dentro il Palazzo d'Inverno (lo Zar).

15. Tutto questa società sporca sarà suddivisa in diverse categorie. La prima categoria è chi morirà senza indugio. L'Organizzazione di compagni rivoluzionari compilerà gli elenchi dei detenuti, tenendo conto dei potenziali danni che possono fare per la rivoluzione, ed eliminati al primo posto in cima alla lista.

16. Unendo queste liste, ordinatamente e raggruppate dei condannati, non deve essere presa in considerazione la malvagità personale dell'uomo o che provoca l'odio fra i compagni o le persone. Che il male e l'odio possono essere utilizzati temporaneamente per guidare la rivolta delle masse. E 'necessario tener conto del grado in cui la sua morte potrebbe portare alla causa rivoluzionaria. Prima di tutto, è necessario distruggere coloro che possono fare più male per l'organizzazione rivoluzionaria, o usarli per causare la morte improvvisa e violenta  di coloro che dirigono il terrore nel governo, indebolendo il loro potere e privandola della sua più energica e intelligente.

17. Il secondo gruppo è costituito da quelle persone che sono autorizzati a vivere temporaneamente, perché i loro terribili atti porterà il popolo a una rivolta inevitabile.

18. La terza categoria comprende una moltitudine di persone di alta posizione, gli animali che non hanno una grande intelligenza ed energia, ma hanno solo la ricchezza oltre allo status sociale, le connessioni, influenza e potere. Devi sfruttare in ogni modo possibile, coinvolgerli, confondere, e  conoscere, per quanto possibile, i loro segreti sporchi, al fine di assoggettarli. Il suo potere, l'influenza, le connessioni e la ricchezza potrebbe diventare un tesoro e un grande aiuto per molte imprese rivoluzionarie.

19. La quarta categoria è quelle degli ambiziosi e liberali di varie tonalità. Si può cospirare con loro, fingendo che seguono ciecamente, ma al tempo stesso li hai sotto controllo, conoscere tutti i segreti, coinvolgere il più possibile... in modo che si sporcano e danneggiano lo stato con le proprie mani.

20.La quinta categoria consiste in dottrinari, cospiratori e rivoluzionari che tagliano una grande figura sulla carta o nelle loro combriccole. Essi devono essere costantemente spinti a fare dichiarazioni compromettenti: di conseguenza, la maggior parte di essi saranno distrutti, mentre una minoranza diventeranno veri rivoluzionari.

21. La sesta categoria, e molto importante,sono le donne. Queste dovrebbero essere divise in tre categorie. In primo luogo, quelle donne "con la testa d'aria" e quindi inconscie e senz'anima, possono essere utilizzati nello stesso modo degli uomini delle categorie terza e quarta. La categoria successiva sono le donne che sono appassionate, dedicate e di talento e non sono ancora pienamente consapevoli, austere e rivoluzionarie. Essi dovrebbero essere usate come gli uomini della quinta categoria. Infine, queste donne sono del tutto nostre, cioè coloro che hanno accettato il nostro programma e sono completamente dedicate a lui. Sono i nostri compagni, e li consideriamo il nostro tesoro più prezioso senza il cui aiuto non possiamo avere successo.

L'atteggiamento dell'Organizzazione sul popolo
22. L'organizzazione non ha altro obiettivo che la completa liberazione e la felicità della gente, cioè, il lavoratore comune e ordinaria. Ma con la convinzione che la felicità per questo rilascio è possibile solo per mezzo di una rivoluzione popolare totale e distruttiva, quindi l'Organizzazione incoraggerà, con tutti i suoi mezzi e risorse per lo sviluppo e l'intensificazione di tali calamità e di mali per far esaurire la pazienza al popolo e portarlo a una rivolta totale.

23. Su "Rivoluzione" la nostra organizzazione non intende un modello o padrone,nel senso classico occidentale,a una mossa che si ferma sempre e si inchina ai diritti della proprietà privata e alle tradizioni di ordine pubblico e alla,così detta, civiltà e moralità. Né la rivoluzione si intende un modulo che è stato finora limitato a deporre un modello politico per sostituirla con una che tenta di creare uno Stato,chiamiamolo così,rivoluzionario. L'unica rivoluzione che può essere di beneficio per il popolo sarà la rivoluzione che distruggerà alla radice ogni componente dello Stato, e può distruggere tutte le istituzioni tradizionali dello Stato, di ordine sociale e classista in Russia.

24. L'Organizzazione non cerca di imporre dall'alto una nuova organizzazione per il popolo. La futura organizzazione crescerà, senza dubbio, dal movimento popolare e dalla vita, ma che sarà il compito delle generazioni future. Il nostro compito è la distruzione spietata, terribile, completa e universale.

25. Quindi, per essere più vicina alla gente, abbiamo bisogno di unità con gli elementi della vita popolare, a partire dall'inizio del potere dello Stato a Mosca in cui il popolo ha continuato a protestare, non solo a parole ma con azioni contro qualsiasi ciò che è direttamente o indirettamente abbia a che fare con lo Stato: contro la nobiltà, contro i burocrati, contro il clero e contro i kulaki (i contadini ricchi, proprietari delle piantagioni che hanno usato schiavi o servi). Uniamoci con i banditi audaci, gli unici veri rivoluzionari in Russia.

26. Iscriviti a questo mondo con una forza invincibile e indomito: questo è l'obiettivo della nostra organizzazione, il nostro complotto e il nostro compito.

Tratto da Nexus Co

lunedì 2 settembre 2013

Malatesta e la necessità di sintesi



Vi sottopongo un testo di Errico Malatesta, pubblicato su "Il Risveglio" di Ginevra il 15 ottobre 1927. E' un testo molto interessante, che chiarisce le differenze tra anarchismo libertario e anarchismo comunista (o comunismo anarchico). Da un lato, la ricerca di una sintesi tra le varie anime dell'anarchismo; dall'altra, la necessità di una piattaforma - organizzativa e ideale - dei comunisti anarchici, che necessariamente esclude o mette in secondo piano tutte le altre correnti del pensiero libertario (individualisti, sindacalisti, socialisti) presentandosi come "unica via all'anarchia".
Personalmente, mi sento più vicino alle idee di Malatesta che di Machno, forse proprio perchè in passato ho sperimentato su me stesso l'inefficacia del piattaformismo. A mio avviso, solo la sintesi può condurre alla libertà, individuale e collettiva. Il testo qui proposto può essere molto utile, proprio per comprendere tali concetti.

Capita per caso nelle mie mani (si sa che oggi in Italia la stampa non fascista non può circolare) un opuscolo in francese dal titolo "Plateforme d'organisation de l'Union générale des anarchistes (Projet)", che tradotto in italiano significa: Progetto del Programma d'organizzazione dell'Unione generale degli anarchici.

È un progetto di organizzazione anarchica, pubblicato in nome di un "Gruppo di anarchici russi all'estero", che sembra diretto più specialmente ai compagni russi. Ma esso tratta di questioni che interessano egualmente tutti gli anarchici; ed è d'altronde evidente, anche per la lingua in cui è stato scritto, ch'esso ricerca l'adesione dei compagni di tutti i paesi. In ogni modo vale la pena di esaminare, per i russi come per tutti, se la proposta avanzata è in armonia coi principi anarchici e quindi se la sua realizzazione servirebbe realmente la causa dell'anarchismo.

L'anarchismo e l'organizzazione

I motivi dei compagni proponenti sono eccellenti. Essi giustamente lamentano il fatto che finora gli anarchici non hanno avuto e non hanno sugli avvenimenti politico-sociali un'influenza proporzionata al valore teorico e pratico delle loro dottrine nonché al loro numero, al loro coraggio, al loro spirito di sacrificio, e pensano che la ragione principale di questo relativo insuccesso sia la mancanza di un'organizzazione vasta, seria, fattiva.

E fin qui, in massima, io potrei essere d'accordo.

L'organizzazione, che poi non è altro che la pratica della cooperazione e della solidarietà, è condizione naturale, necessaria della vita sociale: è un fatto ineluttabile che s'impone a tutti, tanto nella società umana in generale, quanto in qualsiasi gruppi di persone che hanno uno scopo comune da raggiungere. Non volendo e non potendo l'uomo vivere isolato, anzi non potendo esso diventare veramente uomo e soddisfare i suoi bisogni materiali e morali se non nella società e colla cooperazione dei suoi simili, avviene fatalmente che quelli che non hanno i mezzi o la coscienza abbastanza sviluppata per organizzarsi liberamente con coloro con cui hanno comunanza d'interessi e di sentimenti, subiscono l'organizzazione fatta da altri individui, generalmente costituiti in classe o gruppo dirigente, allo scopo di sfruttare a proprio vantaggio il lavoro degli altri. E l'oppressione millenaria delle masse da parte di un piccolo numero di privilegiati è stata sempre la conseguenza della incapacità della maggior parte degl'individui di accordarsi, di organizzarsi con gli altri lavoratori per la produzione, per il godimento e per la eventuale difesa contro chi volesse sfruttarli ed opprimerli. 

Per rimediare a questo stato di cose è sorto l'anarchismo, il cui principio fondamentale è l'organizzazione libera, fatta e mantenuta dalla libera volontà degli associati senza nessuna specie di autorità, cioè senza che nessuno abbia il diritto di imporre agli altri la propria volontà. Ed è quindi naturale che gli anarchici cerchino di applicare nella loro vita privata e di partito quello stesso principio, su cui, secondo loro, dovrebbe essere fondata tutta quanta la società umana. 

Da certe polemiche può sembrare che vi siano degli anarchici refrattari ad ogni organizzazione; ma in realtà le molte, le troppe discussioni che si fanno tra noi sull'argomento, anche se oscurate da questioni di parole, o avvelenate da questioni personali, in fondo riguardano il modo e non già il principio di organizzazione. Così avviene che dei compagni, che a parole sono i più avversi all'organizzazione, quando vogliono davvero fare qualche cosa, si organizzano come, e spesso meglio degli altri. La questione, ripeto, sta tutta nel modo. 

Io dunque non potrei che guardare con simpatia l'iniziativa di quei compagni russi, convinto come sono che un'organizzazione più generale, più affiatata, più costante di quante sono state finora realizzate dagli anarchici, se pure non riuscisse ad eliminare tutti gli errori e tutte le deficienze inevitabili forse in un movimento come il nostro, che precorre di tanto i tempi e che perciò si dibatte tra l'incomprensione, l'indifferenza e spesso la ostilità della maggioranza, sarebbe indubbiamente un elemento importante di forza e di successo, un mezzo potente per far valere le nostre idee.

Io credo soprattutto necessario, urgente, che gli anarchici s'intendano, si organizzino il più ed il meglio possibile per influire sulla via che seguono le masse nelle loro lotte per i miglioramenti e l'emancipazione. 

Oggi la più grande forza di trasformazione sociale è il movimento operaio (movimento sindacale), e dal suo indirizzo dipende in gran parte il corso che prenderanno gli avvenimenti e la meta a cui arriverà la prossima rivoluzione. Per mezzo delle organizzazioni, fondate per la difesa dei loro interessi, i lavoratori acquistano la coscienza dell'oppressione in cui giacciono e dell'antagonismo che li divide dai loro padroni, incominciano ad aspirare ad una vita superiore, si abituano alla lotta collettiva ed alla solidarietà, e possono riuscire a conquistare quei miglioramenti che sono compatibili con la persistenza del regime capitalistico e statale. Dopo, quando il conflitto diventa insanabile, viene o la rivoluzione, o la reazione. Gli anarchici debbono riconoscere 1'utilità e l'importanza del movimento sindacale, debbono favorirne lo sviluppo, e farne una delle leve della loro azione, facendo tutto quello che possono perché esso, in cooperazione colle altre forze di progresso esistenti, sbocchi in una rivoluzione sociale che porti alla soppressione delle classi, alla libertà totale, all'eguaglianza, alla pace ed alla solidarietà fra tutti gli esseri umani. Ma sarebbe una grande e letale illusione il credere, come fanno molti, che il movimento operaio possa e debba da se stesso, in conseguenza della sua stessa natura, menare ad una tale rivoluzione. Al contrario, tutti i movimenti fondati sugl'interessi materiali ed immediati (e non si può fondare su altre basi un vasto movimento operaio), se manca il fermento, la spinta, l'opera concertata degli uomini d'idee, che combattono e si sacrificano in vista di un ideale avvenire, tendono fatalmente ad adattarsi alle circostanze, fomentano lo spirito di conservazione e la paura di cambiamenti in quelli che riescono ad ottenere condizioni migliori, e finiscono spesso col creare nuove classi privilegiate e servire a far sopportare e consolidare il sistema che si vorrebbe abbattere. 

Di qui la necessità impellente di organizzazioni prettamente anarchiche che dentro, come fuori dei sindacati lottino per la realizzazione integrale dell'anarchismo e cerchino di sterilizzare tutti i germi di degenerazione e di reazione. 

Ma è evidente che per conseguire i loro scopi le organizzazioni anarchiche debbono essere, nella loro costituzione e nel loro funzionamento, in armonia coi principi dell'anarchismo, e cioè che non siano in nessun modo inquinate da spirito autoritario, che sappiano conciliare la libera azione degl'individui con la necessità ed il piacere della cooperazione, che servano a sviluppare la coscienza e la capacità d'iniziativa dei loro membri, e siano un mezzo educativo per l'ambiente in cui operano ed una preparazione morale e materiale per l'avvenire che desideriamo.

Risponde il progetto in discussione a questi requisiti?

A me pare di no. Secondo me, esso, invece di fare nascere negli anarchici un maggior desiderio di organizzarsi, sembra fatto apposta per avvalorare il pregiudizio di quei compagni i quali credono che organizzarsi significa sottomettersi a dei capi e aderire ad un organismo autoritario, accentratore, soffocatore di ogni libera iniziativa. Ed infatti in esso sono espressi appunto quei propositi che alcuni, contro la verità evidente e malgrado le nostre proteste, si ostinano ad attribuire a tutti gli anarchici qualificati organizzatori.

Una sola o diverse organizzazioni anarchiche?

Esaminiamo.

Prima di tutto a me pare sbagliata - ed in tutti i casi irrealizzabile - l'idea di riunire tutti gli anarchici in una "Unione generale", cioè, come dice il Progetto, in una sola collettività rivoluzionaria attiva.

Noi anarchici possiam dirci tutti dello stesso partito, se colla parola partito s'intende l'insieme di tutti coloro che stanno dalla stessa parte, che hanno cioè le stesse aspirazioni generali e che in un modo o nell'altro lottano per lo stesso scopo contro avversari e nemici comuni. Ma ciò non vuol dire che sia possibile - e forse nemmeno desiderabile - il riunirci tutti in una stessa determinata associazione. Troppe sono le differenze di ambiente e le condizioni della lotta, troppi i modi possibili di azione che l'uno o l'altro preferisce, troppe anche le differenze di temperamento e le incompatibilità personali, perché una Unione generale, se presa sul serio, non diventi, anziché un mezzo per coordinare e sommare gli sforzi di tutti, un ostacolo alla attività individuale e forse anche una causa di più aspre lotte intestine. Così per esempio, come si potrebbe organizzare nello stesso modo e collo stesso personale un'associazione pubblica fatta per la propaganda e l'agitazione in mezzo alle masse, ed una società segreta costretta dalle condizioni politiche del paese in cui lavora a nascondere al nemico i suoi propositi, i suoi mezzi, il suo personale? Come potrebbero adottare la stessa tattica gli educazionisti, i quali credono che basti la propaganda e l'esempio di alcuni per trasformare gradualmente gli individui e quindi la società, ed i rivoluzionari, i quali son convinti della necessità di abbattere colla violenza uno stato di cose che si regge per violenze e creare, contro la violenza degli oppressori le condizioni necessarie al libero esercizio della propaganda ed all'applicazione pratica delle conquiste ideali? E come tenere insieme delle persone che per ragioni particolari non si amano e non si stimano, e nulla meno possono essere egualmente buoni ed utili militanti dell'anarchismo?

D'altronde gli stessi autori del Progetto (Plateforme) dichiarano "inetta" l'idea di creare un'organizzazione che riunisca i rappresentanti delle diverse tendenze dell'anarchismo. Una tale organizzazione, essi dicono, "incorporando degli elementi teoricamente e praticamente eterogenei non sarebbe che un'accozzaglia (assemblage) meccanica d'individui che concepiscono in una maniera differente tutte le questioni riguardanti il movimento anarchico e si disgregherebbe infallibilmente appena messa alla prova dei fatti e della vita reale".

Sta benissimo. Ma allora, se essi riconoscono l'esistenza di anarchici di altre tendenze, dovranno pur lasciare a questi il diritto di organizzarsi a loro volta e di lavorare per l'anarchia nel modo che credono migliore. O pretenderanno di mettere fuori dell'anarchismo, di scomunicare, tutti coloro che non accettano il loro programma? Essi dicono bensì di voler raggruppare in una sola organizzazione tutti gli elementi sani del movimento libertario; e naturalmente avran tendenza a giudicare sani solo quelli che pensano come loro. Ma che ne faranno degli elementi non sani?

Certamente vi sono tra quelli che si dicono anarchici come in ogni collettività umana, elementi di vario valore; e quel che è peggio, vi è chi mette in giro in nome dell'anarchia delle idee che hanno con l'anarchismo una ben dubbia affinità. Ma come evitarlo? La verità anarchica non può e non deve diventare il monopolio di un individuo o di un comitato, né può dipendere dalle decisioni di maggioranze vere o fittizie. È necessario solo - ed è sufficiente - che tutti abbiano, ed esercitino, la più ampia liberta di critica, e che ciascuno possa sostenere le proprie idee e scegliersi i propri compagni. I fatti giudicheranno poi in ultima istanza, e daranno ragione a chi l'ha.

L'anarchismo e la responsabilità collettiva.

Lasciamo dunque l'idea di riunire tutti gli anarchici in una sola organizzazione, e consideriamo questa Unione generale che ci propongono i russi per quello che essa realmente sarebbe, cioè l'Unione di una certa frazione di anarchici; e vediamo se il modo di organizzazione proposto è conforme ai principi ed ai metodi anarchici e se potrebbe perciò giovare al trionfo dell'anarchia.

Ancora una volta, a me pare di no.

Io non dubito dei sinceri propositi anarchici di quei compagni russi: essi vogliono realizzare il comunismo anarchico e cercano il modo di giungervi al più presto possibile. Ma non basta volere una cosa: bisogna anche adoperare i mezzi opportuni, così come quando si vuol andare in un luogo bisogna prendere la via che vi conduce, altrimenti si giunge in tutt'altro luogo. Così la loro organizzazione essendo tipicamente autoritaria, ben lungi dal facilitare il trionfo del comunismo anarchico, a cui essi aspirano, non potrebbe che falsare lo spirito anarchico e portare a conseguenze contrarie alle loro intenzioni.

Infatti, la loro Unione generale consisterebbe di tante organizzazioni parziali che avrebbero dei segretariati che ne dirigono ideologicamente l'opera politica e tecnica; e per coordinare l'attività di tutte le organizzazioni aderenti vi sarebbe un Comitato esecutivo dell'Unione, incaricato della esecuzione delle decisioni prese dall'Unione e "della condotta ideologica e organizzativa delle organizzazioni conformemente all'ideologia ed alla linea tattica generale dell'Unione".

È anarchico questo? Questo, secondo me, è un governo ed una chiesa. Mancano, è vero, la polizia e le baionette, come mancano i fedeli disposti ad accettare l'ideologia dettata, ma ciò vuol dire semplicemente che il loro governo sarebbe un governo impotente ed impossibile, e la loro chiesa sarebbe un vivaio di scismi e di eresie. Lo spirito, la tendenza resta autoritaria e l'effetto educativo sarebbe sempre antianarchico.

Sentite se non è vero.

"L'organo esecutivo del movimento libertario generale - l'Unione anarchica- introduce nei suoi ranghi il principio della responsabilità collettiva; tutta l'Unione sarà responsabile dell'attività rivoluzionaria e politica di ogni membro; e ciascun membro sarà responsabile dell'attività rivoluzionaria e politica dell'Unione".

E dopo questo, che è la negazione assoluta di ogni indipendenza individuale e di ogni libertà d'iniziativa e di azione, i proponenti, ricordandosi di essere anarchici, si dicono federalisti e tuonano contro la centralizzazione "i cui risultati inevitabili - dicono - sono l'asservimento e la meccanizzazione della vita sociale e di quella dei partiti".

Ma se l'Unione è responsabile di quello che fa ciascun membro, come può lasciare ai singoli membri ed ai vari gruppi la libertà di applicare il programma comune nel modo che crede migliore? Come si può essere responsabile di un atto se non si ha la facoltà d'impedirlo? L'Unione dunque, e per essa il Comitato esecutivo, dovrebbe sorvegliare l'azione dei singoli membri e prescrivere loro quello che debbono fare o non fare; e poiché la disapprovazione dopo il fatto non può sanare la responsabilità previamente accettata, nessuno potrebbe fare alcunché prima di avere ottenuto il benestare, il permesso del comitato. E d'altra parte, può un individuo accettare la responsabilità delle azioni di una collettività prima di sapere quello che essa farà e se non può impedire ad essa di fare ciò che egli disapprova?

Di piú, gli autori del Progetto dicono che è l'"Unione" che vuole e dispone. Ma quando si dice volontà dell'Unione, s'intende forse la volontà di tutti i suoi membri? In tal caso, perché l'Unione potesse funzionare bisognerebbe che tutti avessero sempre e su tutte le questioni la stessa e medesima opinione. Ora, se è naturale che tutti sieno d'accordo sui principi generali e fondamentali, perché altrimenti non si sarebbero o non resterebbero uniti, non si può supporre che degli esseri pensanti sieno tutti e sempre dello stesso parere su quello che conviene fare in tutte le varie circostanze e sulla scelta delle persone a cui affidar le cariche esecutive e direttive.

L'anarchismo e il principio maggioritario.

In realtà - come risulta dallo stesso testo del Progetto - per volontà dell'Unione non può intendersi che la volontà della maggioranza, espressa per mezzo di congressi, che nominano e controllano il Comitato esecutivo e decidono su tutte le questioni importanti. I congressi, naturalmente, sarebbero composti da rappresentanti eletti dalle maggioranze dei gruppi aderenti, e questi rappresentanti deciderebbero sul da farsi, sempre a maggioranza di voti. Dunque, nella migliore delle ipotesi, le decisioni sarebbero prese della maggioranza di una maggioranza, la quale poi può benissimo, specie quando le opinioni in contrasto sono più di due, non rappresentare che una minoranza.

V'è da osservare inoltre che, date le condizioni in cui vivono e lottano gli anarchici, i loro congressi sono anche meno realmente rappresentativi di quello che sieno gli stessi parlamenti borghesi, ed il loro controllo sugli organi esecutivi, se questi hanno poteri autoritari, difficilmente riesce tempestivo ed efficace. Ai congressi anarchici va, in pratica, chi vuole e chi può, chi ha o trova i denari necessari e non ne è impedito da misure poliziesche; vi va tanto chi rappresenta solo se stesso o un piccolo numero di amici, quanto chi porta realmente le opinioni e i desideri di una numerosa collettività. E salvo le precauzioni da prendere contro i traditori e le spie anzi a causa stessa di quelle necessarie precauzioni è impossibile una seria verifica dei mandati e del loro valore.

In ogni modo siamo in pieno sistema maggioritario, in pieno parlamentarismo.

È risaputo che gli anarchici non ammettono il governo della maggioranza (democrazia), come non ammettono il governo di pochi (aristocrazia, oligarchia, o dittatura di classe e di partito), né quello di un solo (autocrazia, monarchia, o dittatura personale).

Gli anarchici hanno fatto mille volte la critica del cosiddetto governo della maggioranza, che poi del resto, nell'applicazione pratica, conduce sempre al dominio di una piccola minoranza.

Bisognerà rifarla ancora per uso dei nostri compagni russi? Certamente gli anarchici riconoscono che nella vita in comune è spesso necessario che la minoranza si conformi al parere della maggioranza. Quando c'è bisogno od utilità evidente di fare una cosa ed occorre per farla il concorso di tutti, i meno debbono sentire la necessità di adattarsi al volere dei più. Ed in generale, per vivere insieme pacificamente e in regime d'eguaglianza, è necessario che tutti sieno animati da uno spirito di concordia, di tolleranza, di arrendevolezza. Ma questo adattamento di una parte degli associati all'altra parte deve essere reciproco, volontario, derivante dalla coscienza della necessità e dal buon volere di ciascuno di non paralizzare con la sua ostinatezza la vita sociale; e non già essere imposto come principio e come norma statutaria. È questo un ideale che forse nella pratica della vita sociale generale sarà difficile a raggiungere in modo assoluto, ma è certo che in ogni aggruppamento umano si è tanto più vicini all'anarchia quanto più l'accordo tra maggioranza e minoranza è libero e spontaneo e scevro da ogni imposizione diversa da quella che deriva dalla natura delle cose.

Dunque, se gli anarchici negano il diritto della maggioranza a governare nella società umana generale in cui l'individuo è pur costretto ad accettare certe restrizioni, perché non può isolarsi senza rinunziare alle condizioni di una vita umana, e vorrebbero che tutto si facesse per libero accordo fra tutti, come mai sarebbe possibile che essi adottino il governo della maggioranza nelle loro associazioni essenzialmente libere e volontarie e comincino col dichiarare che si sottoporrano ai deliberati della maggioranza ancora prima di sapere quali essi saranno?

Si comprende che i non anarchici trovino che l'Anarchia, cioè l'organizzazione libera senza dominio della maggioranza sulla minoranza o viceversa, sia un'utopia irrealizzabile o realizzabile solo in un lontanissimo avvenire, ma è inconcepibile che chi professa idee anarchiche e vorrebbe fare l'Anarchia, o almeno avviarsi seriamente alla sua realizzazione, oggi piuttosto che domani, rinneghi i principi fondamentali dell'anarchismo, nell'atto stesso in cui si propone di combattere per il suo trionfo. 

Le basi dell'organizzazione anarchica.

Un'organizzazione anarchica deve essere fondata, secondo me, su basi ben diverse, da che si propongono quei compagni russi. 

Piena autonomia, piena indipendenza, e quindi piena responsabilità, degl'individui e dei gruppi; accordo libero tra quelli che credono utile unirsi per cooperare ad uno scopo comune; dovere morale di mantenere gl'impegni presi e di non far nulla che contraddica al programma accettato. Su queste basi si adottano poi le forme pratiche, gli strumenti adatti per dar vita reale all'organizzazione. Quindi i gruppi, le federazioni di gruppi, le federazioni di federazioni, le riunioni, i congressi, i comitati incaricati della corrispondenza o altro. Ma tutto questo deve esser fatto liberamente, in modo da non inceppare il pensiero e l'iniziativa dei singoli, e solo per dare maggiore portata agli sforzi che, isolati, sarebbero impossibili o di poca efficacia.

Così i congressi in un'organizzazione anarchica, pur soffrendo come corpi rappresentativi di tutte le imperfezioni che non fanno la legge, non impongono agli altri le proprie deliberazioni. Essi servono a mantenere ed aumentare i rapporti personali fra i compagni più attivi, a riassumere e fomentare gli studi programmatici sulle vie e sui mezzi d'azione, a far conoscere a tutti le situazioni delle diverse regioni e l'azione che più urge in ciascuna di esse, a formulare le varie opinioni correnti tra gli anarchici e farne una specie di statistica - e le loro decisioni non sono regole obbligatorie, ma suggerimenti, consigli, proposte da sottoporre a tutti gl'interessati, e non diventano impegnative ed esecutive se non per quelli che le accettano e finché le accettano. Gli organi amministrativi che essi nominano - Commissione di corrispondenza, ecc. - non hanno nessun potere direttivo, non prendono iniziative se non per conto di chi quelle iniziative sollecita ed approva e non hanno nessuna autorità per imporre le proprie vedute che essi possono certamente sostenere e propagare come gruppi di compagni, ma non possono presentare come opinione ufficiale dell'organizzazione. Essi pubblicano le risoluzioni dei congressi e le opinioni e le proposte che gruppi e individui comunicano loro; e servono, per chi se ne vuol servire, a facilitare le relazioni fra i gruppi e la cooperazione tra quelli che son d'accordo sulle varie iniziative: libero chi crede di corrispondere direttamente con chi vuole, O di servirsi di altri comitati nominati da speciali aggruppamenti. 

In un'organizzazione anarchica i singoli membri possono professare tutte le opinioni e usare tutte le tattiche che non sono in contraddizione coi principi accettati e non nuocciono all'attività degli altri. In tutti i casi una data organizzazione dura fino a che le ragioni di unione sono superiori alle ragioni di dissenso: altrimenti si scioglie e lascia luogo ad altri aggruppamenti più omogenei. 

Certo la durata, la permanenza di un'organizzazione è condizione di successo nella lunga lotta che dobbiamo combattere e d'altronde è naturale che qualunque istituzione aspira, per istinto, a durare indefinitamente. Ma la durata di una organizzazione libertaria deve essere la conseguenza dell'affinità spirituale dei suoi componenti e dell'adattabilità della sua costituzione ai continui cambiamenti delle circostanze: quando non è più capace di compiere una missione utile meglio che muoia.

PER CONCLUDERE

Quei compagni russi troveranno forse che una organizzazione quale io la concepisco, e quale si è, più o meno bene, fatta in varie epoche, è poco efficace.

Comprendo. Quei compagni sono ossessionati dal successo che hanno avuti i bolscevichi nel loro paese, e vorrebbero, a mo' dei bolscevichi, riunire gli anarchici in una specie di esercito disciplinato, che sotto la direzione ideologica e pratica di alcuni capi marciasse compatto all'assalto dei regimi attuali e dirigesse poi a vittoria materiale ottenuta, la costituzione della nuova società. E forse è vero che con quel sistema, se fosse possibile che gli anarchici vi si prestassero e i capi fossero uomini di genio, la nostra efficienza materiale diverrebbe più grande. Ma con quali risultati? Non avverrebbe dell'anarchismo quello che è avvenuto in Russia del socialismo e del comunismo?

Quei compagni sono ansiosi di successo e noi pure lo siamo; ma non bisogna per vivere e vincere rinunciare alle ragioni della vita e snaturare il carattere della eventuale vittoria.

Noi vogliamo combattere e vincere, ma come anarchici - per l'Anarchia.

Tratto da Nestor Machno (ITA)

domenica 1 settembre 2013

Obamush



Barak Obama come George W. Bush.
La guerra alla Siria come la guerra all'Iraq: prove inconsistenti (o inventate) e volontà di dominio globale.
Saranno contente le lobbies che hanno finanziato la campagna elettorale di Obama.
Barak è stata la più grande delusione del campo progressista... per chi ci credeva. Personalmente, dopo il primo mandato avevo già capito che neanche Obama avrebbe cambiato l'America. 
Solo il Popolo americano può, come ogni popolo sui questa Terra, cambiare il proprio destino. Non servono elezioni, ma lotte sociali.

No war on Syria



E' importante, è fondamentale contrastare l'insano e folle progetto di una guerra contro la Syria, basata su prove simili a quelle - farlocche - fabbricate da Bush e Colin Powell ai tempi della guerra in Iraq.
Barak Obama, una delle più grandi delusioni per i progressisti e i socialdemocratici del Mondo, prosegue sul sentiero tracciato da Bush e dalla storia imperialista Usa: attaccare i presunti "imperi del Male", anche se ciò rischia di generare un conflitto nucleare.
La guerra è un affare sporco: ottimo per gli affari dei ricchi, pessimo per i popoli che la subiscono.
Perchè la guerra la subiscono tutti i popoli: quelli che la vincono e quelli che la perdono.

P.S. chiunque volesse pubblicizzare iniziative e manifestazioni contro la guerra in Siria, non esiti a contattarmi.