martedì 30 luglio 2013

Allo specchio




"Vieni qua".
Il Maestro Dmitrij mi indicò un punto della palestra in cui erano posizionati gli specchi. Lasciai cadere la corda vicino al battiscopa, così da non dare fastidio a nessuno. Guardai la mia canottiera: era zuppa di sudore. Eppure avevo fatto solo dieci minuti di corda, e manco ad un ritmo forsennato.
"Cosa vedi", mi chiese Dmitrij.
"Me stesso riflesso nello specchio", risposi.
"Solo questo?".
Non capivo dove volesse arrivare.
"Perchè, tu cosa vedi?", gli chiesi.
"Uno che viene in palestra per dimagrire e per svagarsi. Nulla di più".
Non risposi. Nilin continuò.
"Uno che magari tra qualche mese mi chiederà di combattere perchè si sente pronto a dimostrare la propria forza. Uno che dovrò aiutare ad alzarsi dal tappeto".
Continuavo a non rispondere, ma il sangue mi ribolliva dentro.
"Io vedo una brava persona, un buon padre di famiglia, un marito fedele. Non vedo un combattente, un guerriero", concluse Nilin.
"Perchè mi dici questo?", chiesi arrabbiato. Il sudore si era quasi del tutto asciugato.
"Perchè non hai ancora capito che in questa palestra non si viene a dimagrire. Si viene a diventare combattenti, nella vita innanzi tutto. Poi c'è anche il ring, ma quello conta meno. Ho visto tante persone vincere sul ring e perdere nella vita di tutti i giorni. Ho visto vincere cinture e perdere la dignità. A me interessa allenare Uomini, non bravi cittadini che hanno il terrore della prova costume. Io voglio che tu sia pronto a combattere, nella vita di tutti i giorni".
Guardai la mia immagine nello specchio. Guardai i pugni stretti nelle fasce e i tatuaggi sulle mie braccia. 
"Ecco perchè adesso devi allenarti allo specchio. Devi vedere chi devi sconfiggere".
Mi misi in posizione di guardia e cominciai a saltellare, guardando negli occhi la persona che era di fronte a me, nello specchio.

"Puoi combattere contro tutti, 
ma il match più importante 
sarà sempre contro te stesso."

lunedì 29 luglio 2013

Pioggia d'addio (Haiku)



Sotto la pioggia,
per celar le lacrime:
così te ne vai.

venerdì 26 luglio 2013

L'ultimo desiderio di Rooie Marck



Tratto da Today.it

Il calcio è lo sport più amato anche per momenti come quello che vi stiamo per raccontare.
Rooie Marck, ultrà storico del Feyenoord, era malato da tempo e poche settimane fa è morto.
Solo tre giorni prima di esalare l'ultimo respiro però aveva raccontato agli amici più intimi di avere un ultimo desiderio: vedere per l'ultima volta il suo Feyenoord, in quello stadio soprannominato de Kuip (La Vasca), che tanto ha amato sin da bambino.
I suoi amici l'hanno portato così al primo allenamento della stagione, a fine giugno, senza dirgli in anticipo cosa lo aspettasse. E' stata una grande sorpresa, che l'ha commosso. La folla ha cantato per l'ultima volta il suo nome, tra fumogeni verdi (i suoi preferiti) e un enorme striscione dedicato a lui.
Rooie ha incontrato i giocatori e lo staff tecnico della sua squadra del cuore e poi ha salutato commosso tutti i fan, riuscendo con le poche forze che gli restavano in corpo ad alzarsi in piedi per un ultimo applauso. E' mancato tre giorni più tardi.

Il video è stato girato su un telefono cellulare e dura più di 10 minuti. Ma guardatelo, ne vale la pena. Addio Rooie!

Rachel's Granma (haiku)



E ti sei spenta
proprio quando l'alba si
stava accendendo.

giovedì 25 luglio 2013

Sole (haiku)



Si, questo Sole
tanto desiderato
adesso splende.

mercoledì 24 luglio 2013

In memoria di Emile Griffith




L'ultimo round è finito ieri pomeriggio. Emile Griffith ha abbandonato il ring della vita e, finalmente, ha raggiunto i confortevoli spogliatoi del Paradiso. Si è tolto i guantoni e le fasce sulle mani dolenti di un settantacinquenne che ha scritto alcune tra le pagine più belle del pugilato. Si è asciugato la spaziosa fronte nera ed ha bevuto un sorso d'acqua, quando la porta dello spogliatoio si è aperta ed è entrato Benny Paret.
L'ultima volta che Emile e Benny si erano visti era stata la sera del 24 marzo 1962: Emile aveva 23 anni; Benny 25 anni. Quella sera era in palio il titolo mondiale. Griffith era andato giù alla sesta ripresa, ma da quel momento aveva cominciato a macinare la sua boxe, prendendo il sopravvento sul pugile cubano. Nel corso della 12esima ripresa, Griffith colpì Paret con ventinove pugni consecutivi, con una serie di diciotto colpi in sei secondi. L'arbitro intervenne, interrompendo l'incontro. Griffith scese dal ring con la cintura di campione del mondo. Paret scese in barella, esanime.
Non riaprirà mai più gli occhi: morirà dieci giorni dopo, assistito dal figlioletto di due anni, Benny jr, e dalla moglie incinta del secondo genito, Alphonse, che nascerà sei mesi dopo. 

Quella sera, nello spogliatoio del Madison Square Garden, un pezzo di Emile Griffith morì insieme con Benny Paret. "Non volevo ucciderlo. Di notte ho ancora gli incubi, dopo tutti questi anni", disse Griffith al figlio di Paret, Benny jr, durante le riprese del documentario "Ring of Fire", del 2005.
Griffith ha combattuto fino al 1977. Ha vinto ed ha perso. Ha dato vita ad incontri memorabili, come quelli contro l'italiano Nino Benvenuti. O contro Carlos Monzon. "Ma da quella sera non è più stato lo stesso", disse il suo vecchio allenatore.
Addio, Emile. Che la terra ti sia lieve.




martedì 23 luglio 2013

Colpire e incassare



Uno degli errori più comuni è pensare che per abbattere un ostacolo bisogna puntare sulla forza o sull'astuzia. Raderlo al suolo o aggirarlo comodamente, cosa è più saggio? 
Tale visione è, a mio avviso, limitata: gli ostacoli non si muovono, non reagiscono, non schivano i nostri colpi. Si lasciano colpire o aggirare, operando solo una resistenza a volte forte, a volte insuperabile.
La vita, purtroppo, ci pone talvolta di fronte ad avversari ben più mobili, sguscianti, subdoli, cattivi degli ostacoli che quotidianamente possiamo incontrare sul nostro cammino. Avversari che assumono le sembianze di un famigliare, di un collega di lavoro, di un compagno di squadra, di un vicino di casa, di un camorrista del quartiere, di un politico venduto, di uno sbirro che ci perseguita. Talvolta, l'avversario è un batterio, un virus, o qualcosa di ancora più grave.
Questi avversari aggrediscono, reagiscono ai nostri attacchi, fiaccano le nostre difese. 
Ogni giorno bisogna allenarsi a combattere contro questi avversari. Bisogna studiarli, sapere quando attaccare e quando difendersi, capire quando è il momento di sferrare un colpo o di chiudere la guardia. Ed anche le fasi di quel bellissimo match che si chiama Vita rispondono a questa "legge dell'altalena": ci sono periodi in cui bisogna saperle prendere, ed altri in cui bisogna saperle dare.
Equilibrio, yin e yang.

Mi tornano spesso in mente le parole del mio Maestro di Muay Thai, Dmitrij Nilin: 

Puoi colpire forte quanto vuoi, 
ma se non sai anche incassare 
andrai al tappeto. 

lunedì 22 luglio 2013

Dmitrij Nilin e la tempesta



Il mio maestro di Muay Thai mi stava aspettando per chiudere la palestra. Aveva una birra in mano. Il vetro trasudava, tanto era ghiacciata.
Misi il berretto in testa e mi avviai all'uscita, per salutarlo.
"Oggi ti ho visto nervoso", mi disse.
Io confermai che era stata l'ennesima giornata dura di un periodo di merda. Tante cose non andavano: al lavoro, in famiglia, nel quartiere. Troppe cose storte e nessuna speranza di metterle a posto.
"Dmitrij, a volte penso che ci vorrebbe una bella tempesta che rade al suolo tutto e fa rimanere in piedi solo ciò che merita di restare in piedi. Tutto il resto - persone, cose - spazzato via".
Nilin pose gli occhi sulla bottiglia come a fissare le gocce scivolare lungo i fianchi di vetro verde, e mi disse: "Tu dici che la tempesta ripulisce tutto...".
Avvicinò la bottiglia alla bocca e bevve un sorso di birra, con gli occhi chiusi. Quando ebbe finito, aprì gli occhi e mi guardò nell'anima: "Io ti dico che la tempesta sradica l'albero. Distrugge la casa. Abbatte la diga. Rende orfano il bambino, vedova la moglie". 
Allora fui io ad abbassare lo sguardò, prima delle sue ultime parole: 

"La tempesta non ripulisce. La tempesta sporca. 
Sono gli Uomini che ripuliscono e ricostruiscono il villaggio, 
dopo che la tempesta si è scatenata.
Sii Uomo". 

sabato 20 luglio 2013

Uruz capovolta



Non piegare la testa sotto il giogo
Pesante è la pena dell’altrui volere
Pronuncia solenne il giuramento
Di fedeltà a te stesso
Ora è tempo di conquistare
L’amato bene della libertà.

venerdì 19 luglio 2013

La povertà umana



Sono fiero di non essere come loro, gli "umani".
Sono fiero di essere un Orco.

Li vedi.
Abbassano lo sguardo quando incrociano i tuoi occhi. si vergognano come cani. Parlano a bassa voce per non farsi sentire. Usano scriversi con le moderne diavolerie chiamate chat o msn, pur di non farti sapere che stasera c'è una pizza. Che domani si esce. Che tra due giorni c'è una cena. Si lanciano occhiate d'intesa quando qualcuno, dimentico di ciò che è stato segretamente deciso alle tue spalle, si lascia scappare un indizio o, peggio ancora, un invito. 

Li vedi. 
Ti sorridono e cercano di dimostrarti che loro non c'entrano niente. Fosse per loro, starebbero con te. "Con quelli manco ci volevo andare". "Se sapevo che non ti invitavano, non avrei accettato". E tu potresti persino passare del tempo a credere a queste panzane. A queste povertà. A queste deboli esistenze, senza motivo. Poi, però, ti svegli da questo torpore che loro chiamano "realtà", e vedi le cose così come realmente sono. Squarci l'indecente velo di Maya, e guardi l'Esistenza senza filtri. Senza parole. Senza spiegazioni. Senza giustificazioni. Con le sue amarezze e le sue tenerezze. 

Assaggi l'Esistenza e capisci che la loro realtà è povera.
Non sa di niente.